LA
RIFLESSIONE DELL’ARCIVESCOVO DI GENOVA, CARDINALE DIONIGI TETTAMANZI:
RENDERE UMANA E UMANIZZANTE LA GLOBALIZZAZIONE;
FARE IN MODO CHE I POVERI PASSINO DA OGGETTI PASSIVI DI AIUTI A SOGGETTI ATTIVI
DELLO SVILUPPO.
Diciamo la verità: fin qui il prossimo vertice di Genova è stato presentato quasi esclusivamente sotto il segno della paura. Paura di possibili scontri, paura di eventuali danni alle cose o, peggio, alle persone. Una cosa è certa: l’eccessiva enfatizzazione compiuta dai giornali e dalle televisioni dei pur reali problemi di sicurezza (da garantire comunque a tutti, non solo a qualcuno) ha finora impedito di dibattere con dovuta serietà le questioni su cui si esprimeranno i leader della porzione più ricca e fortunata del mondo.
Credo allora che il prossimo appuntamento di Genova sia per tutti l’irriducibile occasione di misurarsi con la globalizzazione, un fenomeno che ciascuno di noi ha il diritto di conoscere, e di affrontare. Da parte mia, scorgo un intrecciarsi di "popoli". E di "voci". Di questo vorrei ragionare.
C’è, innanzitutto, ed è sotto i riflettori, il cosiddetto "popolo di Seattle", assai variegato nelle sue componenti ma che, nell’immaginario collettivo, si configura come "il" popolo di chi contesta il G8. Protesti pure, articoli il proprio dissenso: lo faccia però pacificamente, senza ricorrere alla violenza. Chi ha la responsabilità di governare, dal canto suo, non indurisca il cuore.
Esiste però anche un altro popolo. Lo chiamerei «il popolo dei distratti, degli indifferenti e degli insoffrenti», di quanti, cioè, paghi della loro condizione di benessere economico-sociale, non si lasciano coinvolgere nei veri e propri drammi umani connessi con alcuni aspetti della globalizzazione: anzi, quasi li censurano.
Penso alla parabola evangelica che illustra questo popolo con la figura di Epulone, che «vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente», senza accorgersi di Lazzaro, che «giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco» (Luca 16,19-21).
C’è infine un terzo popolo, che mi auguro sia sempre più vasto,«il popolo di coloro che, vigili e impegnati, si mettono in ascolto della voce dei poveri». E’ una voce che, insieme ad altre voci ancora, risuona nel nostro mondo, oggi così complesso ed enigmatico, in rapidissima e radicale evoluzione.
Ho detto "voci". Quali? Di chi? Sento «la voce del potere economico-finanziario». E’ fortissima se si considera il crescente concentrarsi di questo potere nelle mani di pochissime persone e società multinazionali. E’ spesso imperiosa, talvolta tracotante. Certo, non mi riferisco qui alla voce legittima e preziosa di quel potere economico-finanziario di cui parla l’enciclica Centesimus annus, un potere cioè che assicura il benessere e il progresso materiale non solo di alcuni ma di tutti, nel rifiuto di una logica del mercato e del profitto come valori assoluti e nel rispetto della dignità e della libertà, della persona.
Sento, poi, «la voce del potere politico», una voce -per essere sinceri- sempre più debole, perché con la globalizzazione tale potere, in materia monetaria, finanziaria e fiscale, perde la sua rilevanza nazionale e viene pesantemente condizionato o addirittura, non poche volte, ostacolato nella realizzazione del suo compito fondamentale di custodire e di promuovere il bene comune.
Sento, soprattutto, «la voce dei popoli poveri», dei tantissimi "Lazzari" del Sud. Come più volte ribadito da Papa Giovanni Paolo II, dobbiamo convertire il nostro modo di guardare a loro: non solo soggetti passivi (oggetti, quasi), destinatari scomodi di qualche intervento di aiuto, ma protagonisti da sostenere nel difficile passaggio da un desolato e inerte abbandono a una consapevole assunzione di responsabilità.
Ecco, allora, che sento un’ultima voce, «la voce della società civile». Dunque, la nostra. Siamo, dobbiamo essere contro la globalizzazione? No, perché è un processo storico inarrestabile e ancor più perché corrisponde al disegno di Dio Creatore e Padre, che vuole tutti gli uomini e ciascuno di essi come membri dell’unica sua famiglia.
Siamo però per una globalizzazione che sia davvero umana e, di più, umanizzante. Da globalizzare sono quindi l’economia, la politica, l’informazione, la giustizia, la solidarietà, la partecipazione libera e responsabile di tutti. «Ultimi» inclusi.
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