controlettura
Sui gruppi schierati a Genova
niente semplificazioni
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Maurizio Blondet (Avvenire, 6 luglio 2001)

Lasciamo ai media la semplice certezza che lo scontro sia tra chi vuole il G8 e chi non lo vuole. Ai media sfugge la linea di frattura più essenziale: perché la frattura, invisibile, scorre tra i manifestanti affratellati dalla protesta di piazza. È la divisione tra coloro che protestano per migliorare la civiltà, questo artefatto umano sempre bisognoso di manutenzione, e chi vuole, invece, distruggerla per rifarla da zero. Non è una distinzione del sottoscritto; l'ho ricevuta assistendo all'incontro dei gruppi cattolici genovesi che hanno annunciato la loro manifestazione per il 7 luglio. Una cinquantina, e tutti parecchio a sinistra. Eppure, lì ho sentito parlare di costruire «sulla» globalizzazione, «una nuova razionalità contro l'ingiustizia e l'esclusione». «Sulla», non «contro»: è li la differenza.

I cattolici genovesi chiedono di dare «un giorno di lavoro per il fratello». Ma questo, s'è sforzato di dimostrare l'economista Lorenzo Caselli, non è affatto il solito obolo cattolico; è il primo passo per far capire che la solidarietà e la condivisione convengono anche economicamente. Un esempio facile: il 90 per cento dei bambini sotto i 14 anni che si affacciano sul Mediterraneo stanno nella sponda sud, il nordafrica musulmano. È meglio preparare loro speranza e lavoro, renderli solvibili, o averli addosso affamati e disperati? La condivisione di oggi moltiplicherà le risorse disponibili domani; l'aumento di benessere gioverà a loro e a noi. Come dice il professor Caselli, «l'etica conviene», anche ai capitalisti. Si scandalizzino le anime disincarnate, i sognatori di utopie e di palingenesi, ma questa è appunto l'arte della manutenzione della civiltà. Un'arte, se posso dirlo, cattolica, se è vero che la Chiesa non ha mai raso al suolo ma ha sempre costruito su ciò che la civiltà le ha lasciato, le chiese sulle basiliche pagane, le volute barocche su impianti gotici.

Ora, la globalizzazione - voluta dai fondamentalisti del profitto e del mercato - è un artefatto sofisticatissimo della civiltà, e non potrebbe esistere senza computer e nuove telecomunicazioni. Il fatto è che, come ogni avanzamento della civiltà, porta non solo mali (sarebbe troppo semplice), ma opportunità da non perdere. Da non sprecare con rivoluzioni. Mi ha obbligato a pensarci Raffaele, presidente delle Acli di Genova, quando ha detto: «La speranza di risolvere i problemi (della povertà, dell'Aids, del debito che schiaccia i poveri) è per la prima volta realizzabile». Non l'utopia feroce per cui battersi nelle strade contro i poliziotti, ma realismo. Il Nord del mondo è diventato così ricco, che basterebbe che ciascuno di noi donasse 30 lire al giorno, per risolvere i problemi degli altri. E se questa utopia da 30 lire diverrà realtà, lo dovremo alla globalizzazione: all'apertura paurosa che rende la miseria «loro» un problema «nostro», minaccioso per il nostro futuro.

Insomma mi sono piaciuti, i cattolici di Genova. La loro capacità di parlare dell'abolizione dei debiti dei Paesi poveri, sapendo distinguere tra i crediti concessi dagli Stati ricchi (facilmente condonabili) e quelli dati da banche e capitalisti privati, per cui bisognerà trovare una compensazione: non vogliono la morte né la rovina di nessuno. Sapienza cattolica, che ha cura di non guastare la civiltà che, bene o male, funziona. Mi è piaciuta la loro insistenza sulla Tobin tax: non passerà a questo G8, ma la battaglia non è persa, anche il capitale finirà per capire che la Tobin «taglia» la speculazione finanziaria pura (inutile), e non danneggia la creazione di ricchezze reali.

Sulla via di questo realismo, si possono trovare alleati del tutto inattesi. Bill Gates, lo spietato padrone di Microsoft, ha donato 2 miliardi di dollari (quasi 5 mila miliardi di lire) per battere la Tbc in Africa. Vero che Gates ha un fatturato pari al prodotto interno lordo della Spagna. Nondimeno è la donazione privata più generosa della storia, e tale da stroncare davvero la Tbc, se spesa bene.

Dopotutto, chi è contro «una nuova razionalità» che «migliori» la globalizzazione, che includa nuovi consumatori, che dia speranza a chi ha fame, di poter partecipare domani al banchetto del «mercato»? Può essere contro solo chi vuole abolire la civiltà in quanto tale. Su questo un cattolico - che conosce l'esistenza del Male nell'uomo - non può illudersi. In fondo, il richiamo dei cattolici genovesi alla «nuova razionalità» contiene una polemica, del tutto involontaria. Perché nel popolo di Seattle, e non solo tra i fanatici di Wall Street, l'irrazionalismo è una corrente forte, il nichilismo tracima: filo-zapatisti che scambiano Genova per la Selva Lacandona, autonomi che sognano le «utopie pirata» e s'immaginano di poter vivere da saccheggiatori e pirati nella metropoli, ammiratori dell'Eta assassina, paleocomunisti che sperano un'altra stagione sovietica. Utopie del nulla: il sogno di abolire la civiltà porta ad un esito comprovato: la violenza, che la civiltà (è il suo scopo) si sforza di relegare ad «ultima ratio», diventa «prima ratio». Senza civiltà, comanda la belva bionda e feroce che opprime il debole, il disarmato, il povero; anche se oggi si ammanta di Che Guevara, del Subcomandante Marcos, e talvolta persino di parole come «fratelli e sorelle».

Maurizio Blondet

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