Premessa
"Nell'anno 1806 s'incominciò a restaurare e migliorare la chiesa
Prepositurale di
Santo Stefano, e si terminò nell'anno 1807". La memoria, scritta
di pugno dal prevosto
Carlo Pagani nei primi anni dell'ottocento, ricorda le opere realizzate nella
chiesa
alcuni anni prima. Tra queste opere è compreso anche il ciclo decorativo
della navata
centrale che aveva come tema "Il Martirio degli Apostoli", realizzato
da un pittore
pressoché sconosciuto, ossia Angelo Monticelli, con la collaborazione
di altri decoratori.
Le opere realizzate in quel primo momento, furono interrotte a metà
perché, come
ancora ricorda il Prevosto "
non hanno pienamente corrisposto alla
comune
aspettazione
".
Quel programma iconografico tuttavia era ritenuto fondamentale, e non fu dimenticato;
pochi decenni più tardi fu anzi rifatto con identico tema da un altro
artista:
Giovanni Chiarini che lo realizzò con tecnica a fresco nell'anno
1841.
Non abbiamo conoscenza dei dipinti primitivi di Angelo Monticelli giudicati
dai
contemporanei in modo assai negativo; ben conosciamo al contrario le opere
più recenti del Chiarini, accademiche e tipiche di quell'epoca storica,
basate sulla perfezione formale di ispirazione classica.
Il restauro conservativo, attuato nel 1998 dalle restauratrici Cappelletti
- Tocci, ha
riportato in perfetta evidenza i valori e le limitazioni di questo accurato
ciclo pittorico
ottocentesco.
Le Accademie di belle arti nella nostra regione erano state fondate da
non molti
decenni ed avevano già formato schiere di giovani artisti. Queste istituzioni
avevano indubbiamente il pregio di preparare, anche culturalmente, i giovani
artisti alla professione, sostituendo quella preparazione, certamente più
soggettiva e libera, che precedentemente veniva impartita direttamente dai
Maestri, all'interno delle botteghe.
Ma quasi sempre questi organismi erano rigidamente conservatori, strettamente
legati
ad una "ortodossia artistica" basata astrattamente su un'arbitraria
reinterpretazione
del passato. In quel periodo la creazione artistica era in sostanza una esercitazione
intellettualistica, basata su schemi preordinati, al di là della libera
ispirazione personale
dell'artista, nella convinzione dichiarata che in arte tutto era già
stato detto e
pertanto si dovevano necessariamente ripetere gli schemi già collaudati
nei secoli passati. Gli allievi meno creativi - ed erano la maggior parte
di essi - erano portati a
perfezionare sempre più questi schemi formali, senza cercare sbocchi
creativi più liberi
ed appaganti.
Gli anni in cui furono dipinti i nostri affreschi erano ancora un'epoca d'oro
per
questo tipo di arte; soltanto più tardi incominciarono a sopravvenire
le nuove tecniche
artistiche, che, lentamente, portarono ai grandi risultati della pittura moderna
e contemporanea.
Inevitabilmente le nuove espressioni d'arte relegarono ai margini la maniera
"accademica", che ormai non era più in grado di rappresentare
la vita reale. A tal punto che tale arte, per circa un secolo, è stata
criticamente ignorata come arte non vicina alla sensibilità del momento.
Attualmente, ormai da alcuni decenni, è in atto una rivalutazione storico-critica
che
è ancora ben lontana dall'essere conclusa. Si stanno così riscoprendo
i valori di quest'arte assolutamente degna di considerazione nonostante la
mancanza complessiva - ma non sempre è così - di genuinità
creativa. In queste opere riscontriamo anzitutto
valori di esecuzione tecnica impeccabile, ma anche valori compositivi, magniloquenti
e retorici al tempo stesso.
Dobbiamo pertanto guardare questi nostri affreschi, così significativi
per la realtà architettonica di S. Stefano, con spirito di rivalutazione,
scoprendone i caratteri essenziali e penetrando sinteticamente in ogni singolo
episodio tenendo conto dello spirito retorico dell'epoca.
Dopo queste premesse introduttive è più facile accostarci alle
risultanze del restauro
da poco tempo concluso.
Non è stato un restauro difficile, rispetto ad altri interventi di
recupero; la qualità
tecnica dell'esecuzione, proprio per i motivi sopra descritti, era pressoché
perfetta e
ciò ha influito enormemente sulla conservazione dei dipinti. La
tecnica usata è quella
dell'affresco, realizzato secondo i tempi, i materiali ed i modi del buon
dipingere. Se la preparazione del fondo è accurata, ed il dipinto è
realizzato nella stessa giornata in cui è stato steso l'intonaco, il
pigmento pittorico viene assorbito ed incorporato dentro all'intonaco così
da divenire un tutt'uno con esso; semplificando, la sua durata - particolarmente
se il dipinto è collocato all'interno in luogo protetto - è
pari a quella dell'intonaco. Non teme, o comunque teme poco umidità
e sbalzi di temperatura, purché entro limiti sufficientemente sopportabili.
Il pittore per compiere un'opera duratura deve sapere, prima di incominciare,
quanta superficie del dipinto è in grado di realizzare nella giornata,
e quindi stenderà sulla parete la sola porzione di intonaco necessaria
in quel giorno, lasciando al giorno successivo lo spazio necessario per stendere
una ulteriore superficie di intonaco che dovrà essere dipinto nella
giornata stessa.
Per realizzare ogni singolo episodio, ognuno dei quali ha una superficie limitata,
come è possibile vedere, possono servire una, due, tre giornate o più
di lavoro. Giornate che da vicino possono essere individuate ancora oggi.
Ebbene per realizzare un singolo episodio di questo ciclo sono servite al
pittore quattro o cinque giornate di
lavoro; il che significa che, dal punto di vista tecnico, l'artista ha eseguito
un lavoro
ottimale, come possiamo constatare dal risultato della conservazione.
Ben diversa è la tecnica usata per le decorazioni delle pareti e
della volta, realizzate a secco, sopra un intonaco ben asciutto. La pellicola
pittorica non è incorporata nell'intonaco, ma stesa superficialmente,
teme quindi l'umidità e gli sbalzi di temperatura.
Il restauro risulta perciò più difficile e delicato, sovente
con necessità di integrazioni,
come nel nostro caso nelle poche parti sulle quali abbiamo dovuto intervenire.
Dopo queste premesse, possiamo descrivere brevemente dapprima l'impostazione
generale e poi il tema di ogni singolo episodio. Sono dieci episodi distribuiti
simmetricamente a cinque a cinque in corrispondenza delle sottostanti arcate.
Il tema del martirio è espresso in forme classicheggianti, in un'atmosfera
rarefatta
e carica di ricercata bellezza esteriore, che riesce a farci superare la violenza
dei truci
episodi di martirio che si rappresentano. Tutto è irreale, i richiami
alla storia narrata
sono esasperati, la foggia delle vesti è impeccabile, le armature scintillanti,
le gerarchie
dei personaggi non lasciano dubbi, i comandanti, gli imperatori, i grandi
sacerdoti
sono dominanti nelle loro vesti smaglianti davanti ai martiri pronti a subire
la morte
con suprema dignità. Ogni scena è realizzata con la estrema
cura del particolare, e con
indubbia bravura tecnica.
La scelta iconografica del tema è stata ben specificata ancora prima
che fosse commissionata l'opera al Monticelli, in una lettera del mese di
settembre 1805 del prevosto Carlo Pagani, il quale dichiarava: "
si
brama di esprimere per mezzo della pittura con verità e decenza il
martirio di ciascun apostolo
". E più avanti si annota il
fine: "
Le sacre pitture saranno tutte concordi ed opportune a
fomentare nel Popolo il
vero culto
".
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Guardiamo insieme ciascun episodio di questo ciclo, che interpreta in modo
scrupoloso
le posizioni romane relative al martirologio degli Apostoli, sebbene in molti
casi le vicende della vita e della morte di questi santi siano avvolte in
un alone di
leggenda. Incominciamo la nostra osservazione dalla parete di sinistra, guardando
l'altare.
ANDREA
"Il
primo chiamato", fratello di Simon Pietro. Ebbe l'opportunità
durante il suo apostolato, di percorrere tutto l'arco d'oriente del Mediterraneo,
dalla Cappadocia fino alla Grecia; penetrò inoltre anche in aree più
continentali, nella regione compresa tra il Danubio e il Don, ossia nell'antica
Scizia. Il 5 febbraio di un anno imprecisato fu poi consacrato Vescovo di
Patrasso in Grecia; in questa città subì il martirio in età
molto avanzata, crocifisso sopra una croce decussata, a forma di X che ebbe
successivamente il nome di croce di S. Andrea. L'origine della notizia di
tale martirio è comunque tarda, risale al XIV secolo soltanto. Il culto,
molto diffuso in Oriente, giunse fra noi con l'egemonia bizantina nel periodo
altomedioevale; le prime chiese dedicate al Santo furono edificate a Ravenna
e Roma. Andrea è patrono della Russia che lo venera con particolare
devozione. È l'unico apostolo di cui si conoscono sommariamente le
fattezze; aveva infatti barba e capelli grigi sempre arruffati.
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GIACOMO MAGGIORE
figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni Evangelista. Era conosciuto come
"figlio del tuono" per il suo carattere sanguigno. È assai
noto perché citato spesso nei Vangeli, meno invece per il suo apostolato
che rimane pressoché sconosciuto. Una leggenda divulgata da Isidoro
di Siviglia lo dice presente in Spagna. Subì il martirio per decapitazione
per ordine del re Erode Agrippa I.
La tradizione vuole che il suo corpo sia misteriosamente approdato nel IX
secolo
sulle coste della Spagna; riconosciuto, fu trasportato a Santiago di Compostela
ove
gode da sempre di una immensa devozione. La sua tomba è stata oggetto
di grandi
pellegrinaggi di massa soprattutto nel medioevo. È protettore dei farmacisti,
droghieri, cappellai e calzettai, ed è invocato in ogni parte d'Europa
contro i reumatismi e per ottenere il bel tempo.
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GIOVANNI EVANGELISTA
fratello
di Giacomo e discepolo prediletto di Gesù. Lo sappiamo attivo nella
evangelizzazione ad Efeso ed in altre località dell'Asia Minore. La
sua vita e la sua morte sono avvolte in aloni di leggenda: chi testimonia
una sua morte giovanile e chi una morte naturale in età ultracentenaria.
C'è poi anche chi afferma la sua assunzione al cielo, accanto ad Enoch
ed Elia. L'iconografia ambientata nella nostra chiesa è riferita alla
leggenda che lo ricorda perseguito dall'imperatore Domiziano; catturato, fu
portato a Roma e gettato in una pentola di olio bollente dalla quale uscì
illeso. Fu perciò esiliato a Patmos. Dopo la morte del suo persecutore
tornò ad Efeso con la carica di Vescovo, e visse, con grande onore,
fino al 104 dopo Cristo.
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FILIPPO
conterraneo di Pietro e Andrea, ed amico prediletto di questo. Iniziò
la sua evangelizzazione nei paesi nordici sulla scia di Andrea, e precisamente
nelle regioni
della Scizia e della Lidia; solamente più tardi si trasferì
nella Frigia e a Gerapoli
sull'altipiano dell'Anatolia. Per testimonianza del Vescovo Papia, sappiamo
che ebbe
tre figlie, due delle quali rimasero vergini; la terza si sposò ad
Efeso. Alcuni documenti
attestano che Filippo subì il martirio a Gerapoli all'epoca dell'imperatore
Domiziano.
Fu crocifisso con la testa in giù, all'età di circa 87 anni.
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BARTOLOMEO
in aramaico "figlio di Talmaj", ma il suo nome era probabilmente
Natanaele; è ricordato come uomo di indole riservata e pensosa. Portò
il vangelo in terre molto lontane: India, Arabia, Etiopia, Mesopotamia. Si
fermò poi in Frigia, a Gerapoli, insieme a Filippo, per trasferirsi
definitivamente ad Albanopoli in Armenia, dove trovò il martirio ad
opera del re Astiage, che lo considerava il responsabile della conversione
del fratello Polimnio. Per la tradizione orientale il martirio avvenne per
crocifissione, per altri per decapitazione. La nostra tradizione, al contrario,
indica per Bartolomeo la decoriazione ossia lo scuoiamento. È sovente
raffigurato perciò con il coltello in mano. Le sue spoglie sono venerate
a Lipari, Benevento e Roma ove sarebbero state trasportate da Ottone III nell'anno
983. Considerato un santo guaritore è invocato contro le malattie nervose
in genere e le convulsioni. È pure il patrono di tutte le corporazione
che si occupano di pelli e cuoio.
Guardiamo ora la controfacciata. Anche per la sua decorazione ci si rifà
allo scritto
del prevosto Carlo Pagani che così annota: "sopra ai fianchi della
porta grande vi è
luogo a due altre medaglie più piccole, atte a rappresentare due angeli
con palma e
corona nelle mani". Infatti le figure di due angeli si librano eleganti
ai lati della porta
centrale recando in mano i simboli del martirio.
Portiamo quindi la nostra osservazione sulla parete destra della navata centrale,
dove troviamo altri cinque episodi collocati simmetricamente rispetto a quelli
prima
esaminati.
Su questo lato è raffigurato il martirio di sei Apostoli, poiché
come vuole la tradizione,
due di essi, Simone e Giuda Taddeo, sono sempre ricordati insieme e perciò
anche raffigurati insieme.
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TOMMASO
l'apostolo dell'incredulità. Era noto anche col nome greco di Didimo
che significa "gemello" come pure con l'appellativo aramaico di
Tommaso. La regione d'evangelizzazione a lui assegnata sembra sia stata la
Persia. Ma la tradizione popolare è riuscita ad avvolgere la sua vita
in una leggenda piena di fascino, perciò sempre inutilmente contrastata
dalla chiesa ufficiale. Questa leggenda popolare lo vuole predicatore in India,
fatto schiavo e venduto a re Gundafar quale architetto per la costruzione
di un suo "palazzo celeste". Le sue predicazioni invocavano la castità
perfetta, cui aderì anche il figlio del re; ciò provocò
la sua carcerazione a Calamina, e poi il martirio a colpi di lancia o di spada.
Sono queste armi gli attributi iconografici di Tommaso, oltre ad una squadra
da cantiere o una tavola di legno che ricordano la sua funzione di architetto.
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MATTEO EVANGELISTA
il Pubblicano, l'esattore delle tasse. Il suo nome, secondo la tradizione
aramaica, significherebbe "dono di Jahweh", oppure con diversa radice
"fedele". Le notizie sulla sua vita sono contrastanti. Chi lo dice
presente in Palestina, chi presso altre genti di paesi lontani, l'Etiopia,
il Ponto, la Persia, la Siria, la Macedonia e persino l'Irlanda. Per alcuni
è morto nel proprio letto, per altri ha subito il martirio per mano
del re Flirtaco, che voleva sposare la principessa Ifigenia, che Matteo aveva
convinto a dedicare la sua verginità a Dio. Il suo martirio, avvenuto
in Etiopia, è confermato ufficialmente dal Martirologio Romano. La
sua salma è venerata a Salerno.
L'iconografia lo raffigura con spada o lancia strumenti del martirio, oppure
con la
borsa e la bilancia dell'esattore.
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GIACOMO MINORE
fratello di Giuda Taddeo, è ricordato come "cugino del Signore".
È indubbiamente una delle figure di Apostolo più interessanti,
per l'ascetismo puro che lo imponeva anche alla stima degli avversari. Fu
il primo vescovo di Gerusalemme ed in tale veste accolse S. Paolo quando tornò
per breve tempo in patria; Paolo lo elencò tra le colonne portanti
della chiesa. È noto come autore dell'omonima epistola che esorta alla
concordia, alla costanza, ed alla fede viva ed attiva. Su istigazione del
sommo sacerdote Hanan II, nell'anno 62 d.C. fu portato sul pinnacolo del tempio
e da li precipitato; poi ancora vivo fu lapidato e bastonato a morte. Hanan
per il suo gesto fu esautorato dalla carica.
L'episodio in S. Stefano lo raffigura mentre è lapidato alla base di
una torre.
Nell'iconografia è sovente raffigurato con un bastone in mano. Il suo
teschio è
venerato nel Duomo di Ancona.
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SIMONE E GIUDA TADDEO
accomunati nel martirio come li voleva la tradizione latina. Simone era Cananeo
o Zelota; Giuda era pure Zelota, fratello di Giacomo Minore. Giuda era conosciuto
anche col nome di Taddeo ossia "dal largo petto", ma è pure
ricordato come Lebbeo, "coraggioso". Anch'essi ebbero modo di predicare
in tutto l'arco mediorientale, dalla Giudea fino alla Mesopotamia. E in medioriente
si consumò il loro martirio, per alcuni a
Edessa, per altri ad Arad, nei pressi di Beirut; incerto anche lo strumento
del martirio.
Furono forse sgozzati, oppure uccisi con mazza, spada, scure, alabarda, o
ancora -
limitatamente forse a Simone - tagliati in due come il profeta Isdia. Tutti
questi strumenti sono loro possibili simboli iconografici. Ma per Simone la
tradizione abissina
lo ricorda martirizzato per crocifissione. Giuda Taddeo veniva invocato nei
casi di malattie senza speranza di guarigione.
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MATTIA
sostituì Giuda Iscariota nell'elenco dei 12 apostoli, ciò avvenne
nei giorni successivi all'Ascensione di Cristo al cielo. Le regioni di evangelizzazione
a lui assegnate furono la Palestina e l'Etiopia, ricordata come regione degli
antropofagi. Anche per Mattia la tradizione della morte è contraddittoria;
alcuni lo descrivono deceduto di morte naturale, altri asseriscono il martirio
per lapidazione e successiva decapitazione in Giudea. Le reliquie sono conservate
a Roma in S. Maria Maggiore, ed a Treviri. Nella iconografia è identificato
con la scure. È patrono dei macellai e degli ingegneri.
L'elenco degli Apostoli nel ciclo pittorico non è certo completo:
manca S. Pietro,
così come manca S. Paolo equiparabile, ad onore, a tredicesimo apostolo;
per entrambi
tuttavia è riservata una memoria iconografica sulle pareti laterali
del presbiterio
della chiesa, con episodi figurativi di ben più grande superficie pittorica.
Meritavano
indubbiamente una simile collocazione, in considerazione della loro importanza
per
la storia della Chiesa.
Ci piace comunque concludere con alcune considerazioni. La memoria del
martirio
degli Apostoli è stata tramandata fino a noi per tradizione orale,
che in molti casi ha preso il sapore di fiaba leggendaria. Luoghi e strumenti
del martirio sono vaghi; per alcuni Apostoli poi il martirio stesso, inteso
in senso cruento, è messo in dubbio. Rimane tuttavia valida la teoria
del martirio morale, in considerazione della persecuzione che ognuno di
loro ebbe a subire in ogni angolo del mondo conosciuto, in un'epoca storica
certamente persecutoria per i nuovi Cristiani. Anche lo strumento del martirio
è sempre vago ed incerto; riflette certamente il valore leggendario
delle vite di questi uomini che hanno contribuito a fondare e diffondere il
Cristianesimo.
Essi furono, secondo la leggendaria tradizione orale, trafitti da lance
o spade, gettati in pentole d'olio bollente, scagliati nel vuoto dall'alto
di una torre, decapitati, lapidati, squartati, spellati, crocifissi a testa
all'ingiù, appesi ad una croce decussata. Tutto ciò è
raffigurato nel ciclo pittorico di S. Stefano, che riflette l'interpretazione
del Martirologio Romano.
Eppure queste scene cruente, non mai raffigurate con esagerato realismo, ma
con
classica retorica ottocentesca, contribuiscono efficacemente alla decorazione
della
nostra chiesa. Questi affreschi non ci fanno certamente stupire o rabbrividire
ma piuttosto ci invitano ad una pacata riflessione sul valore della santità
e del martirio.
Bruno Cassinelli
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