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Lattanzio Gambara a Vimercate: la decorazione dell'abside di
S. Stefano - a cura del Dott. GRAZIANO ALFREDO VERGANI
Entrando
nella chiesa di Santo Stefano si è subito colpiti dalla scenografica
visione
celeste che occupa il catino absidale.
Qui, contro un abbagliante fondale luminoso, le grandiose figure
dell'Eterno, di Cristo e della Vergine si stagliano al centro di
un vorticoso turbine di nuvole ed angeli, dipinti con un'eccezionale
sagacia compositiva e prospettica, che ottiene l'effetto di staccare
la macchina figurativa dal piano di parete per sbalzarla illusionisticamente
in avanti, a occupare lo spazio reale dell'aula.
Con le sottostanti scene della Passione di santo Stefano (Disputa,
Martirio e Sepoltura),
l'apparizione celeste costituisce un articolato ciclo di affreschi
che può essere annoverato tra le più importanti testimonianze
della pittura briantea nella seconda metà del Cinquecento.
Riportato a piena leggibilità da un intervento di restauro
condotto nel 1986-87 sotto la direzione di Germano Mulazzani, della
Soprintendenza ai Beni ambientali e architettonici di Milano, in
quell'occasione il ciclo ha restituito utili elementi per fissare
al 1566 l'anno della sua realizzazione, essendo apparsa questa
data nelle decorazioni monocrome della finestra di sinistra, e per
ricondurne l'esecuzione a Lattanzio Gambara (Brescia, 1530
circa - 1574), il torrenziale protagonista della pittura bresciana
dei decenni centrali del XVI secolo, la cui firma abbreviata in
lettere capitali (LATNCS GR) è riemersa alla base della scena
con La sepoltura di Santo Stefano. Conferma di questi dati è
venuta dalle ricerche di Gaia Nanghini, cui si deve il ritrovamento
presso l'Archivio di Stato di Milano (Fondo Notarile, filza 13032)
dell'imbreviatura relativa al contratto di commissione dell'opera,
stesa in data 1 aprile 1566 dal notaio Giovanni Ambrogio Fedeli
di Milano. In questo atto il pittore Lattanzio Gambara, che dichiara
di abitare a Brescia nella parrocchia di San Benedetto e di essere
in dicta civitate Brisce magister, si impegna con Andrea da Lomeno,
Protasio Foppa, Damiano Origo e Battista da Lonate, tutti sindaci
e procuratori della Scuola della Concezione della Vergine e del
Corpus Domini istituita presso la chiesa di Santa Maria a Vimercate,
ad eseguire due importanti decorazioni parietali nelle maggiori
chiese del borgo, una nella cappella di Santa Caterina
in Santa Maria, l'altra nella cappella maggiore della chiesa di
Santo Stefano.
Qui,
sulla parete absidale compresa tra le due finestre, il Gambara stabilisce
di affrescare, a partire dalle prossime calende di agosto, la storia
della lapidazione di Santo Stefano, attenendosi a quanto scritto
negli Atti degli Apostoli, e ad illustrare nel soprastante catino
la gloria celeste che il protomartire vide durante la sua lapidazione,
ovvero i cieli aperti e Gesù stante alla destra del Padre;
quindi a decorare le pareti ai lati delle finestre con due figure
e così anche l'estradosso dell'arco absidale.
Una volta terminato tale lavoro si impegna invece a decorare con
opportuni ripartimenti e con le immagini dei santi Caterina, Cosma,
Damiano e Giobbe l'arcone della cappella di Santa Caterina nella
vicina chiesa della Vergine, tutto per il compenso di 150 scudi
d'oro. Con il rifacimento di questa cappella nel 1672 gli affreschi
qui menzionati andarono perduti. Sappiamo che la commissione
degli affreschi al Gambara rappresenta l'ultimo atto di una serie
coordinata di lavori intrapresi negli anni precedenti per rinnovare
la zona presbiteriale della maggiore chiesa vimercatese, con lo
scopo evidente di aumentare lo spazio a disposizione dei fedeli
nell'aula e allo stesso tempo di attribuire al coro una più
netta funzione di polo di attrazione visiva e di perno simbolico-liturgico
dell'edificio, in sintonia con gli ideali che andava già
allora diffondendo san Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano dal
1563.
Dai documenti ritrovati risulta infatti che il 17 gennaio 1564
la stessa Scuola della Concezione della Vergine e del Corpus Domini
aveva incaricato il maestro milanese Enrico de Galli di realizzare,
entro il successivo mese di settembre, i nuovi stalli lignei del
coro, ovvero 16 scranni di noce al ordine corinthio, raffinatamente
lavorati, intagliati e verniciati, e due sedie presbiteriali di
maggiori dimensioni. Il 5 febbraio 1565 il maestro da muro Daniele
dei Qualli era stato invece incaricato di ristrutturare la cappella
maggiore, tramite la riduzione della cripta (restituendo così
all'uso dei fedeli la prima campata della navata maggiore, occupata
in precedenza dal presbiterio soprelevato)
e il rifacimento delle scale di accesso al presbiterio, alla cripta
stessa e agli organi laterali. E' probabile che questi lavori venissero
completati entro la primavera dell'anno successivo, quando il
Gambara fu contattato per decorare l'abside della chiesa, operazione
che sarebbe stato impossibile realizzare qualora il cantiere edilizio
fosse risultato ancora aperto. La decorazione pittorica aveva evidentemente
lo scopo di amplificare in modo inusitato l'evidenza del coro, esaltandone
la centralità visiva all'interno dell'edificio, com'è
ancor oggi ben percepibile malgrado l'altare naoclassico, eseguito
nel 1807 su progetto di Leopoldo Pollack, nasconda una parte degli
affreschi, che dovevano essere invece completamente visibili in
origine.
Nell'eseguire la decorazione il Gambara si attenne solo in parte
ai termini stabiliti
dal contratto. Se infatti la figurazione centrale, con il Martirio
di santo Stefano e la
soprastante Gloria celeste, risponde quasi
alla lettera alle indicazioni registrate nell'atto
del 1 aprile 1566, l'artista rinunciò invece a dipingere
due semplici figure nelle
porzioni di parete ai lati delle finestre, sostituendole con altrettante
scene relative alla
passione del santo, con una scelta che risponde probabilmente alla
volontà di accordare l'intera figurazione su un registro
più scenografico e drammatico di quello previsto inizialmente.
A sinistra assistiamo così alla Disputa di santo Stefano,
prologo della vicenda: sullo sfondo di una città di aspetto
monumentale, suggerita da una fuga scenografica di edifici all'antica,
il giovane diacono discute con i membri del Sinedrio, che sembrano
reagire costernati alle sue parole.
La figura del santo è isolata sulla sinistra, con il volto
sereno e ispirato, toccato da una intensa luminosità, accentuata
dal contrasto con l'ombra che avvolge i personaggi che gli stanno
di fronte, forse a rendere visivamente il passo biblico secondo
cui "tutti quelli che stavano assisi nel Sinedrio, avendo rivolto
i loro sguardi fissi sopra di lui, videro la sua faccia come quella
di un angelo" (At. 6,15) . Nel dipinto balzano subito agli
occhi le eccezionali doti registiche del pittore bresciano, e insieme
l'uso in chiave drammatica ed espressiva che egli fa della luce.
Gli stessi caratteri ritornano nella scena di destra, per trovare
massima espressione nella figurazione centrale, visivamente unificata
alle altre due dall'estendersi della visione celeste a tutta la
superficie del catino e dalla trasformazione delle cornici delle
finestre in elementi architettonici, che la sapiente orchestrazione
di luce e ombre rende presenti e partecipi dello stesso spazio illusionistico
e unitario entro il quale si svolgono le scene.
A destra assistiamo così alla Sepoltura di santo Stefano,
il cui corpo inerte e composto è adagiato in un lenzuolo
candido, che un gruppo di portatori sta deponendo in un sarcofago
marmoreo. Fonte letteraria della scena, non compresa negli Atti
degli Apostoli, è un passo della Leggenda Aurea di Jacopo
da Varagine, un celebre testo agiografico della fine del XIII secolo
ampiamente utilizzato dai pittori, in cui, dopo
aver ricordato che la morte del santo avvenne il 3 agosto dello
stesso anno dell'Ascensione di Cristo, si dice che "San Gamaliele
e Nicodemo che sostenevano i cristiani in tutti i concili dei giudei
lo seppellirono in un campo del nominato Gamaliele e lo piansero
caldamente".
I due personaggi citati nel testo sono probabilmente riconoscibili
nelle due figure che assistono alla sepoltura, più che nei
portatori in primo piano.
Al centro della parete absidale si distende invece l'episodio principale,
con la
Lapidazione di santo Stefano. In un vasto paesaggio roccioso, squassato
da un vento
impetuoso che muove le cime degli alberi posti a fare da quinte
alla scena, il giovane
martire è inginocchiato al centro, le mani giunte in preghiera
e lo sguardo rivolto al
cielo, in un atteggiamento che corrisponde a quello descritto nella
Leggenda Aurea di
Jacopo da Varagine e che era già stato adottato da Giulio
Romano nella sua celebre
pala d'analogo soggetto ora nella chiesa di San Francesco a Genova,
probabile modello
del grande dipinto gambaresco.
Gruppi di soldati si distribuiscono intorno al santo in pose mosse
e agitate, alcuni nell'atto di scagliare le pietre che ne provocheranno
la morte, altri intenti invece a sorvegliarne le vesti, così
com'è narrato nel testo del XIII secolo, mentre sul fondo
appare un'ideale veduta di Gerusalemme. Sovrasta il tutto la grandiosa
Gloria celeste del catino absidale: al centro di una spettacolare
corona di angeli, quasi tutti privi di ali, siede l'Eterno, con
alla sua destra Cristo nel gesto della Ostentatio vulnerum e alla
sinistra la Vergine con una corona sospesa sopra il capo. Il significato
dei tre diversi personaggi è chiarito dai cartigli che tre
angeli reggono sotto di loro. Nel cartiglio posto ai piedi di Cristo
è scritto "Qui redemit propitiat", in quello sotto
Dio Padre "Multiplicat Misericordias", mentre sotto la
figura della Vergine si legge "Impetrat Mater Gratiae".
Va detto che l'inserzione di quest'ultima figura rappresenta l'unica
deroga significativa qui registrabile, sia rispetto ai termini del
contratto dell'1 aprile 1566, sia rispetto alla narrazione dell'episodio
negli Atti degli Apostoli (e nella Leggenda Aurea), dove non vi
è alcun cenno della presenza della Vergine nella visione
di Santo Stefano (Vergine che, stando alla sequenza cronologica
delle vicende bibliche, doveva essere ancora in vita al momento
della morte del giovane).
Il suo inserimento nell'affresco si spiega presumibilmente come
una scelta operata dai
committenti in un momento successivo alla definizione del contratto
con il Gambara;
scelta che va intesa probabilmente come manifestazione di devozione
e di omaggio
alla gloriosa titolare della Scuola responsabile della commissione:
non a caso, nella
stessa figurazione, Cristo è presentato seminudo, nel gesto
della Ostantatio Vulnerum,
cioè secondo un'iconografia che trova giustificazione solo
in rapporto con la dedica
anche al Corpus Domini della stessa Scuola committente.
Grandiosa e dinamicamente orchestrata, questa sequenza centrale
rappresenta al meglio l'ispirazione scenografica del Gambara, che
vi raggiunge sorprendenti risultati nella resa illusionistica e
nell'intonazione drammatica dell'insieme, grazie in particolare
alla messa in atto di una sapiente regia luministica, che non solo
dà risalto ai gesti tesi delle figure e agli arditi scorci
degli angeli, ma interviene da protagonista nel creare l'illusione
dell'emergere dell'ammasso di nubi dal piano della parete per accamparsi
nello spazio reale della cappella: un effetto ottenuto mediante
la sapiente rispondenza delle superfici in luce e in ombra alla
principale fonte luminosa della scena, rappresentata dall'abbaglio
dorato e soprannaturale che irrompe alle spalle delle figure divine
al centro del dipinto.
E' in ciò evidente tutta l'intelligenza con cui l'artista
ha saputo rielaborare, in assoluta autonomia e con grande originalità,
alcuni celeberrimi episodi pittorici della prima metà del
secolo, dalla pala dell'Assunta dipinta da Tiziano per la chiesa
dei Frari di Venezia (1516-1518), all'altra strabiliante Assunzione
della Vergine affrescata dal Correggio nella cupola del Duomo di
Parma (1526-1528 circa), che certo il Gambara doveva conoscere molto
bene, stante il fatto che nel 1567, subito dopo la conclusione dei
dipinti vimercatesi, avrebbe iniziato ad affrescare la navata maggiore
di quella chiesa: un'impresa, questa, che per importanza e vastità
dovette richiedere contatti, accordi e sopralluoghi del pittore
a Parma già prima dell'avvio dei lavori, forse già
negli anni precedenti.
Per compiutezza e datazione gli affreschi di Vimercate rappresentano
un importante
risarcimento al catalogo dell'artista bresciano e offrono un contributo
determinante
alla conoscenza della sua pittura religiosa di carattere monumentale,
di cui sopravvive,
oltre a questo, solo l'altro grande episodio degli affreschi del
Duomo di Parma,
eseguiti tra il 1567 e il 1573, e pertanto da leggersi in stretta
connessione con il ciclo
vimercatese. Quest'ultimo, al pari delle altre opere gambaresche
del settimo decennio
del Cinquecento, evidenzia tutta la complessità culturale
donde scaturisce l'originale
eclettismo del pittore, che vi recupera e fonde con intelligente
vitalità le proposte più
autorevoli circolanti nella pittura padana della metà del
secolo: da Romanino e Moretto
a Giulio Romano; dal Pordenone a Tiziano e al Veronese, dai quali
provengono suggestioni fondamentali dal punto di vista compositivo
e cromatico; da Antonio a Giulio Campi, da cui giungono invece,
con ogni probabilità, certe intuizioni luministiche e il
vivo sapore naturalistico di alcuni dettagli, come la grande ombra
gettata dalle nuvole
sui finti edifici costruiti intorno alle cornici delle finestre,
oppure l'acuta definizione
chiaroscurale dei corpi atletici degli angeli in volo, le cui pose
ardite, memori delle
sperimentazioni di Giulio Romano e del Correggio, hanno lo stesso
impatto illusivo
che caratterizza certe analoghe invenzioni dei Campi.
E proprio la forza illusiva dell'impianto e degli scorci, l'arditezza
scenografica e
compositiva, insieme all'abile regia luministica, fanno del ciclo
di Vimercate il più immediato e significativo precedente
della grande impresa del Gambara per la cattedrale parmense,
soprattutto dopo la scomparsa di un'opera altrettanto importante
come la decorazione absidale della chiesa di San Lorenzo a Brescia,
del 1562, a noi nota solo dalla descrizione delle antiche guide,
che vi attestano un impianto analogo a quello adottato nel coro
di Santo Stefano, con la zona inferiore della decorazione occupata
da scene relative alla passione del santo titolare, sovrastate da
un vasto catino in cui era dipinta una visione escatologica.
Proprio l'evidente analogia compositiva e iconografica tra le due
decorazioni ha permesso al Mulazzani di ipotizzare nello scomparso
ciclo bresciano l'immediato precedente dell'affresco di Santo Stefano.
Se così fosse, non andremmo lontani dal vero pensando che
proprio da quel modello il Gambara derivasse l'idea di sostituire
le figure isolate previste dal contratto del 1 aprile 1566 accanto
alle finestre con due affollate sequenze narrative, come sono, di
fatto, le scene della Disputa e della Sepoltura di santo Stefano
che inquadrano sui lati la grande macchina dell'affresco. Il
quale, come si evince dal carattere spesso abbreviato e sprezzante
della conduzione pittorica e dalla fluidità delle pratiche
esecutive rilevate dal restauro, non dovette occupare a lungo il
suo autore, concludendosi il cantiere, con ogni probabilità,
nel giro di pochi mesi, forse ancora entro la fine del 1566, come
dichiara la data iscritta nelle vivacissime candelabre monocrome
che ornano la ghiera della finestra sinistra.
Graziano Alfredo Vergani
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