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Gli affreschi trecenteschi della cappella di Sant'Ambrogio -
a cura del Dott. GRAZIANO ALFREDO VERGANI
Per analogia con altre numerose chiese medievali lombarde, è
presumibile che fin dalla sua riedificazione, collocata dagli studi
tra lo scadere del X e la metà dell'XI secolo, la chiesa
di Santo Stefano ospitasse una vasta decorazione pittorica, probabilmente
arricchita nel Basso Medioevo da un'ulteriore serie di interventi
scalati fin dentro il Trecento.
Lo attestano indirettamente le fonti, in particolare le relazioni
delle prime Visite Pastorali, come quella effettuata nel 1570 da
padre Leonetto Chiavone, che annota l'esistenza di antichi affreschi
nelle navate e nella cripta della chiesa, ridotti però allo
stato di lacerti tanto sconciati e mutili da risultare quasi illeggibili
e privi di ogni funzione esornativa (illae figurae antiquae quae
penitus nichil ornant): indubitabili relitti di una decorazione
medievale in avanzato stato di degrado, che il prelato consiglia
di scialbare per restituire decoro e dignità all'edificio.
Se qualche traccia di questa decorazione è stata individuata
da assaggi recenti sotto gli intonaci dell'abside nord e della cripta,
i restauri eseguiti nel 1988 dalla Soprintendenza ai Beni ambientali
e architettonici di Milano hanno invece riportato alla luce le parti
superstiti di un vasto ciclo pittorico trecentesco nell'attuale
sacrestia, cioè nella cappella a sud del presbiterio, che
nella relazione della Visita Pastorale del 1570 è ricordata
sotto il titolo di sant'Ambrogio.
Malgrado
lo stato lacunoso degli affreschi, di cui si conservano solo quelli
molto ammalorati della volta e qualche frammento sulle pareti, la
scoperta è di notevole interesse, non solo perché
il ciclo rappresenta
l'unica testimonianza finora recuperata della decorazione medievale
della collegiata, ma anche perché si qualifica come uno dei
più importanti episodi di pittura del XIV secolo sopravvissuto
a Vimercate e nel vimercatese. La qualità dei dipinti è
tale da
presupporre una committenza ben informata sulle maestranze attive
nel contado di Milano durante la prima metà del Trecento;
committenza che può essere indicata in un esponente della
famiglia Ghisolfi, forse, stante la plausibile datazione dei dipinti
al decennio 1330-40, quello stesso Frantiolo de Guixulfis di cui
un documento del 26 settembre 1320 conservato presso l'Archivio
di Stato di Milano (Fondo Religione,
p.a., cart. 612, n. 479) attesta la stabile e cospicua presenza
a Vimercate come titolare di alcune proprietà nel sobborgo
di Solaro, subito fuori da Porta Moriano (attuale ponte di San Rocco).
Lo stemma dei Ghisolfi, uno scudo con grifo rampante in campo troncato
al rosso e al blu, si ripete infatti ben nove volte nella decorazione,
precisamente negli otto peducci delle vele della volta e al centro
del sottarco d'ingresso, con un'ostentazione che lascia intendere
il ruolo non secondario occupato da questa famiglia nella vita vimercatese
del Trecento e la sua relazione privilegiata con la collegiata del
borgo: relazione destinata a perpetrarsi nei secoli successivi,
se alla stessa famiglia è ancora riferito il patronato della
cappella in occasione della Visita Pastorale del 1570 e se a un
Giovanni Erasmo Ghisolfi si deve, nel 1608, il restauro e la messa
in opera sulla facciata della chiesa del bel gruppo scultoreo campionese,
della metà circa del XIV secolo, con la Madonna col Bambino
tra i santi Stefano e Damiano, come ricorda una lapide murata nella
parete, ai piedi delle statue.
La decorazione superstite della sacrestia prende il via dall'arco
d'ingresso, il cui estradosso reca un ornato a finti intarsi geometrici
di marmi policromi, di schietta marca cosmatesca, cioè del
tipo diffuso dalle botteghe dei grandi marmorari romani del XIII
secolo ed accolto in pittura fin dal 1278-80 negli affreschi della
cappella del Sancta Sanctorum a Roma, donde, tramite Assisi, si
diffuse poi in tutta l'Italia centrosettentrionale. Gli fa da contrappunto
l'ornato dell'intradosso dell'arco, a piccole tacche di colore digradante
(bianco, giallo, rosso, azzurro), che rappresenta una sorta di motivo
guida del complesso affrescato, ripetendosi infatti, con variazioni
che lo rendono più ricco e attraente, anche sugli altri archi
perimetrali della cappella e sui quattro costoloni della volta,
per convergere al centro in un clipeo iridescente che inquadra l'agnello
mistico. Si tratta, anche in questo caso, di un motivo d'origine
romanoassisiate molto diffuso nella pittura del Trecento, specie
in Lombardia, dove viene replicato fin dentro gli anni settanta
sia nella pittura murale che nella miniatura, come mostra una bellissima
pagina del Messale dell'arcivescovo Roberto Visconti, datato al
1350 circa dal Toesca, in cui la mandorla che attornia il Cristo
reca esattamente questo stesso motivo. Il quale è dipinto
a Vimercate con una tecnica raffinata, che esalta la vivacità
dei colori, creando una ricca cornice alle figurazioni della volta,
nelle cui vele sono affrescati i quattro Dottori della chiesa, ognuno
seduto al suo scrittoio.
Si
tratta con ogni probabilità di quelli del gruppo canonico:
sant'Ambrogio, sant'Agostino, san Girolamo, san Gregorio. Come ha
precisato Serena Romano, quest'identificazione va però presa
"con beneficio d'inventario, a causa dei gravi danni subiti
da tutte le quattro figure; danni che possono aver cancellato particolari
iconografici importanti". In effetti, l'unico pienamente riconoscibile
è sant'Ambrogio, che è accompagnato dall'attributo
tradizionale del flagello. Per gli altri si va invece per approssimazione,
tanto più che ben tre su quattro hanno il pastorale da vescovo,
mentre nel gruppo canonico sono compresi anche un papa (Gregorio)
e un cardinale (Girolamo), quest'ultimo identificabile ad evidenza
con la sola figura priva di pastorale, che reca in testa un cappello
cardinalizio.
Secondo la studiosa sant'Agostino potrebbe invece essere riconosciuto,
per associazione di idee, nel personaggio in veste rossa, poiché
un rosso cuore fiammeggiante era spesso il simbolo di questo santo.
Più che prestare attenzione agli attributi iconografici,
il pittore sembra però interes-
sato ad altri elementi, in particolare a quelli di ordine compositivo.
Con un'invenzione
folgorante egli dipinge infatti i banchi disponendoli ad arco di
cerchio su quasi tutta la
lunghezza di ogni vela, in modo da congiungerli l'uno all'altro,
ad eccezione di quello
affrescato sopra l'ingresso, che è infatti posto in diagonale.
In questo modo, una volta entrato nella cappella seguendo l'invito
del Dottore dipinto sulla prima vela, l'osservatore ha come l'impressione
di essere abbracciato dalle figurazioni, che a loro volta acquistano
maggior coesione, presentano un'articolazione molto ordinata e si
collegano visivamente con il sistema delle incorniciature, dando
vita ad un impianto figurativo di grande coerenza e suggestione,
non privo forse di valenze simboliche: il cerchio descritto dai
banchi ribadisce infatti, amplificandolo, il disegno del clipeo
iridescente dipinto sulla chiave di volta e allo stesso tempo fa
risaltare i quattro costoloni che lo tagliano a croce, dando così
vita a un motivo assimilabile a un Chrismon, il celebre monogramma
ideato dall'imperatore Costantino come segno del sacrificio e della
vittoria di Cristo, tema cui allude qui anche la figura dell'agnello
con croce e vessillo posta nel clipeo sulla chiave di volta, vertice
del sistema decorativo della cappella.
Con la coerenza dell'impianto compositivo contrasta la resa spaziale
delle figurazioni, che appare oltremodo sfuggente, non appartenendo
all'artista l'idea di un dominio in termini efficaci della rappresentazione
tridimensionale degli oggetti nè di una unificazione del
punto di vista all'interno di ogni singola vela, come segnala l'incongruo
rapporto tra gli scrittoi, tre dei quali raffigurati con uno scorcio
dal sotto in su, e i sedili retrostanti, che sono invece visti dall'alto,
come del resto i piani pavimentali.
Ne deriva una resa spaziale incoerente, analoga a quella ancora
in uso nella penisola tra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento,
prima dell'affermarsi della nuova visione spaziale di Giotto.
Se sotto questo aspetto il pittore di Vimercate si dimostra perciò
arcaizzante, un orientamento modernissimo manifesta invece nella
realistica descrizione degli oggetti che ingombrano i banchi degli
scrittoi: pergamene, volumi, calami, penne e rotuli posati sui piani
scoscesi sono infatti descritti con grande precisione, anche nei
dettagli più minuti, dai particolari delle rilegature dei
codici alla diversa forma delle ampolle e dei calamai. Si tratta
di una forma di realismo che richiama alla mente quello che, in
altra forma e con ben altri raggiungimenti, dominerà la pittura
padana del Trecento. La sua ricezione a Vimercate, ben prima della
metà del secolo, ad opera di un maestro per altri aspetti
arcaicizzante, conferma ad evidenza come l'attenzione per i dati
della realtà rappresenti fin da subito uno dei fili conduttori
e uno dei motivi ispiratori più caratteristici della pittura
lombarda del XIV secolo.
Proprio queste peculiarità di linguaggio non permettono
di condividere le deduzioni di Cristina Quattrini circa l'inquadramento
stilistico e cronologico degli affreschi, da lei riconosciuti come
un episodio isolato nel milanese, da collegare piuttosto con opere
d'ambito piemontese della metà del XIV secolo, come gli affreschi
della tomba Rivalba nell'abbazia di Vezzolano (1354 circa) o, in
misura minore, quelli della tomba dell'abate Gallo nel Duomo di
Vercelli (1350 circa). Assai più pertinenti risultano invece
le osservazioni di Serena Romano, la quale, dopo aver rimarcato
l'originalità della tecnica pittorica dell'artista - che
modella le forme con successivi passaggi di pigmenti a secco e a
calce stesi su una preparazione di base data ad affresco - e soprattutto
la sua distanza dalle norme spaziali giottesche, così come
dalle diffuse tipologie facciali derivate dai modelli del grande
artista fiorentino e dalla sua più generale concezione formale
("poichè alle geometriche costruzioni razionali giottesche
oppone una frammentazione di minuti dettagli in uno spazio scivoloso
che ha più analogie con la visione spaziale nordica"),
relativamente all'inquadramento cronologico conclude che "il
maestro di Santo Stefano potrebbe essere stato attivo un po' prima
dell'arrivo di Giotto in Lombardia" (1335-36), oppure "aver
convissuto con il suo esempio senza esserne toccato", con ciò
avvalorando una datazione degli affreschi vimercatesi al decennio
1330-40, che sembra condivisibile sulla base di precisi riscontri
stilistici ed iconografici. Per questi ultimi valga in particolare
l'osservazione che il flagello come attributo di Sant'Ambrogio appare
per la prima volta nei rilievi di Porta Romana del 1171, per ricomparire
poi solo a partire dagli anni della signoria di Azzone Visconti
(1329-1339), com'è stato provato da recenti studi sull'argomento.
Per quanto riguarda invece i riscontri stilistici, la Romano osserva
che il pittore di Vimercate mantiene un'inaspettata fedeltà
alla tradizione della pittura lombarda del primo Trecento, in particolare
a quella del filone "popolareggiante" che si rivela nella
zona di Lodi, trovando i suoi esempi più rappresentativi
e pertinenti in una serie di affreschi sui pilastri e nel chiostro
della chiesa di San Francesco, che mostrano un'affine tendenza alla
conservazione arcaicizzante di formule e dati quasi ancora duecenteschi.
Andrà detto, in realtà, che per alcuni aspetti gli
affreschi vimercatesi non sono così isolati nel contesto
milanese del primo Trecento com'è stato finora sostenuto.
A mio vedere, infatti, il Maestro di Santo Stefano deve aver
guardato con attenzione alla decorazione della volta della cappella
Visconti nella basilica di Sant'Eustorgio a Milano, databile al
1310-20 circa, dove non solo gli Evangelisti sono rappresentati
con proporzioni e pose analoghe a quelle dei nostri Dottori, ma
soprattutto è analoga la fattura e la disposizione dei banchi
lignei (tre di prospetto visti dal basso e uno in diagonale), racchiusi
però a Milano entro complesse strutture architettoniche del
tutto assenti a Vimercate. E anche della decorazione milanese
è stata notata l'incongruente orchestrazione spaziale, sviluppata
secondo criteri del tutto coincidenti con quelli degli affreschi
in esame.
Ancor più ricchi e pertinenti sono, ad ogni modo, i riscontri
con dipinti lodigiani scalabili tra il terzo e il quarto
decennio del Trecento, in particolare con alcuni di quelli conservati
nella chiesa francescana di questa città, vero e proprio
museo della pittura lombarda del XIV secolo. Anche qui ritroviamo
infatti, per esempio nel celebre affresco della Madonna col bambino
tra i santi Nicola e Francesco con il donatore Ambrogio Fissiraga,
databile tra il 1318 e il 1327, lo stesso impianto a un tempo snello
e monumentale delle figure e la stessa rigidità di disegno
che caratterizzano i personaggi della volta vimercatese, contornati
come là da una linea nera molto netta ed evidente.
Il volto del sant'Agostino, l'unico leggibile tra quelli del ciclo
di Santo Stefano, presenta poi profonde affinità di fisionomia
e d'impostazione con quello del san Nicola dell'affresco Fissiraga,
cui lo lega anche l'intensità espressiva, la modellazione
articolata ma piuttosto tesa dei piani facciali e, non ultima, la
tecnica esecutiva. Resta l'impressione di una minor qualità
dell'affresco di Vimercate, che rimanda perciò all'opera
di un seguace del grande maestro lodigiano, operoso in anni successivi
all'attività di quest'ultimo per il San Francesco di Lodi,
cioè, appunto, nel
decennio 1330-40.
Gli stessi caratteri si ritrovano anche nell'unico brano pittorico
superstite sulle pareti della cappella, entro lo sguincio della
monofora sulla parete sud, dove appaiono i resti molto deteriorati
di un sant'Antonio abate e di un santo vescovo, mentre sulla volticina
è dipinto un motivo bellissimo simile a un labirinto, eseguito
nei toni del rosso e del blu. Intorno alla finestra restano tracce
di un arco con i consueti motivi a finti intarsi cosmateschi e una
zona di parete dipinta a finto marmo variegato nei toni del giallo,
recante in alto un rosoncino che finge un'apertura nella parete,
riprendendo un'idea che appare per la prima volta in Italia nella
decorazione duecentesca del cosidetto "Maestro oltremontano"
nel transetto destro della basilica superiore di San Francesco ad
Assisi, da dove si diffonde poi, nel corso del Trecento, nei più
svariarti ambiti della pittura peninsulare.
Graziano Alfredo Vergani
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