Mons. Enrico Assi è una di quelle figure discrete e silenziose, che passano accanto agli uomini e non sembrano lasciare all’apparenza alcuna traccia, fino a quando non ci si accorge che risulta difficile farne a meno, che la loro assenza lascia un vuoto importante.
Nato a Vimercate il 19 luglio 1919 da Natale e Carolina Galbiati, entrato dopo la scuola elementare in Seminario e concluso il curriculum tradizionale di studi, fu ordinato prete il 29 maggio 1943 dal Card. Ildefonso Schuster e da lui destinato al Seminario di S. Pietro Martire in Seveso come professore di latino e greco. Dopo aver conseguito la Licenza in Teologia presso il Seminario di Venegono e la Laurea in Lettere classiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, divenne assistente diocesano della Gioventù Femminile di Azione Cattolica e nel 1958 fu nominato Prevosto di Lecco.
Nel frattempo aveva speso parte della sua azione pastorale in un’opera che gli sembrava strategicamente prioritaria: educare i giovani agli ideali di libertà e di giustizia sociale e prepararli alla vita democratica che si era assopita nel periodo della dittatura fascista. Negli anni della guerra, a Vimercate era sfollato Mons. Carlo Castiglioni, Prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano. Durante questo suo soggiorno, Mons. Castiglioni colse l’occasione per impartire lezioni intorno ai principi della dottrina sociale cristiana, esporre le diverse teorie politiche ed economiche, illustrare le strutture e i principi che reggevano le democrazie occidentali. Don Assi, che allora insegnava a Seveso, il sabato e la domenica tornava a Vimercate e affiancava in quest’opera educativa l’insigne storico, preoccupandosi di raccogliere nel Collegio Arcivescovile Niccolò Tomaseo, sede delle conferenze, un gruppo interessato di giovani, che seguiva le lezioni e si preparava a divenire il nucleo della locale vita politica all’indomani della Liberazione. Attenzione del tutto simile venne rivolta alle ragazze dell’Azione Cattolica, a cui don Assi impartì due cicli di lezioni, sempre sui principi della dottrina sociale della Chiesa. Oltre a questo impegno nella formazione e preparazione di uomini e donne ad affrontare la vita democratica, don Enrico ebbe un ruolo attivo nel movimento della Resistenza, che si concretizzò soprattutto nell’aiuto materiale e spirituale a sbandati e ragazzi datisi alla macchia. Caduto in sospetto delle autorità fasciste, don Enrico venne arrestato due volte e riuscì ad evitare il peggio grazie all’interessamento delle autorità religiose.
L’esperienza della Resistenza rimase sempre nel cuore di don Assi, anche se col tempo si accompagnò all’amarezza di vedere snaturati i principi ispiratori di quella lotta che ebbe a subire una colorazione politica ed ideologica. Visti frantumati gli ideali che lo avevano sostenuto nella sua azione di resistente, don Assi si decise a scrivere e a pubblicare una testimonianza per ribadire l’impegno dei cattolici sul fronte della Resistenza e la corretta interpretazione di quel movimento. In questa pubblicazione, intitolata Cattolici e Resistenza, egli scrive, tra l’altro, come la Resistenza fu soprattutto il luogo della presenza e dell’opera dei preti e dei cattolici, dal momento che fu essenzialmente rivolta dello spirito, fatta di dolore e di chiarezza, non contro altri uomini, ma contro un’allucinante concezione dell’uomo e della storia sovvertitrice dei valori supremi dell’esistenza; fu l’esplosione della grande idea della libertà e anelito verso un mondo nuovo.
Dopo il servizio pastorale a Lecco, in cui profuse grandi energie per riconquistare all’ambito cattolico molte istituzioni e realtà che con l’andare degli anni si erano allontanate per diverse ragioni dal loro alveo naturale, e in cui diede forte impulso alla stampa cattolica, primo fra tutti al Resegone, nel 1971 fu nominato Vicario Episcopale della Zona Terza e nel dicembre 1975 Paolo VI lo elevò alla dignità episcopale, nominandolo vescovo titolare di Frigento ed ausiliare del Card. Giovanni Colombo. Il Cardinale Arcivescovo gli conferì l’incarico di Vicario Episcopale per la Curia e di Pro Vicario Generale, incarichi confermati nel 1980 dal nuovo Arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini. Incominciava così il suo compito nella Curia Arcivescovile di Milano che si sarebbe protratto fino al 1983. Chi gli lavorò accanto in quegli anni lo ricorda arrivare la mattina con la borsa gonfia e pesante di libri, riviste e appunti o minute scritti con la sua calligrafia minutissima e ordinata. Lavoratore infaticabile sia in ufficio che a casa, attento e aderente alle situazioni concrete e personali, disincantato sulle vicende e figure umane fino a rasentare il pessimismo, era generoso e disponibile nell’aiutare ogni buona iniziativa. La concretezza umana e pastorale che si era già manifestata negli anni precedenti, si espresse in modo completo nei nove anni del suo servizio episcopale a Cremona.
L’annuncio della sua nomina a Vescovo di Cremona fu dato il 26 maggio 1983, festa della Madonna di Caravaggio e il 19 giugno di quell’anno egli partì proprio da Caravaggio per fare il suo ingresso solenne in Cremona. Nei primi mesi del 1985 la sua attività subì una sosta forzata a causa del ricovero in clinica e di un intervento chirurgico. Ritornato a Cremona nella primavera dello stesso anno, riprese la visita pastorale alle Zone. L’11 ottobre del 1986 indisse la Visita Pastorale alle parrocchie, che dovette sospendere – insieme alle altre attività – a causa di un nuovo intervento chirurgico nel luglio 1987. Il 14 maggio 1989, giorno di Pentecoste, diede l’annuncio dell’indizione del Sinodo Diocesano che si sarebbe dovuto celebrare nel 1992-93. Furono mesi di lavoro intensissimo, accompagnati anche dal grande impegno per accogliere il Papa in visita alle diocesi di Cremona, di Crema e di Lodi nel giugno 1992. Giovanni Paolo II fu ricevuto nel Centro di Spiritualità, nuova struttura voluta e realizzata da Mons. Assi presso il Santuario di Caravaggio.
Chi lo ebbe vicino come diretto superiore durante il suo episcopato cremonese, non poté far a meno di notare in lui l’attaccamento alle sue radici, quelle vimercatesi ancor prima di quelle ambrosiane. In lui traspariva in modo preminente l’esperienza della sua infanzia e giovinezza a Vimercate. Il contatto col centro della milanesità e dell’ambrosianità che si verificò negli anni del suo impegno presso la Curia Arcivescovile non sembrava aver mutato la sua profonda umanità, non abituata all’ostentazione e libera da complessi di superiorità. A Cremona egli volle essere membro sincero di quella Chiesa, ma si percepiva che era rimasto ambrosiano e attaccato alle sue origini brianzole. Di queste origini conservò la caparbietà. Concentrato, senza sosta, sul suo compito, nella sua vita non c’era respiro, non era concepito il tirarsi fuori, non c’erano soste. Le sue vacanze erano interamente dedicate alla preparazione dei piani pastorali.
Modesto nell’atteggiamento esteriore, interiormente non era mai rassegnato ad essere al di sotto dell’altezza del suo ministero. Dotato di un’ironia a volte velata, a volte sagace, apprezzava in chi incontrava l’acume, la passione di fare, il non rassegnarsi. Apprezzava la franchezza, anche se la subiva. Amava ed esigeva collaboratori sinceri ed efficienti. Gestiva con fatica il confronto diretto per un’innata timidezza e guardava con stima e gratitudine a chi era più anziano e carico di esperienza.
Come già era accaduto per Lecco, giunto a Cremona il suo obiettivo fu quello di rimettere in moto la diocesi. Questo progetto si concretizzò in incalzanti e documentati stimoli magisteriali, frutto di interminabili ore trascorse a leggere, annotare, stendere schemi, scrivere e correggere testi; nelle visite pastorali, in cui rivelava il meglio di sé; nelle numerose opere fortemente volute, costantemente seguite e infine realizzate come simbolo di una pastorale in cammino permanente: la Casa dell’Accoglienza, il Centro Pastorale Diocesano, la ristrutturazione del Seminario, il restauro della Cattedrale, il Centro di Spiritualità e gli appartamenti per preti anziani presso il Santuario di Caravaggio, la Villa Flaminia per preti anziani a Cremona. Non vanno dimenticate neppure le opere appena avviate o solo intuite, come la progettazione di nuove chiese, di cui però non fece in tempo a benedire nessuna prima pietra, o la Casa della Comunicazione, che la morte gli impedì di realizzare.
Il tempo dell’episcopato cremonese fu – come abbiamo visto sopra – segnato dolorosamente dalla malattia, che condizionò largamente il ritmo della vita di Mons. Assi, senza tuttavia indebolire la sua tempra. Possiamo dire che la sofferenza rese più vera la sua preghiera e più essenziale la sua riflessione.
La morte lo colse a Cremona, il 16 settembre 1992.
Sergio Dossi
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