Abbiamo preso spunto da alcune riflessioni di un nostro comparrocchiano che
ha lavorato due anni in Cina per una piccola e certamente incompleta esplorazione
di questa realtà piuttosto misteriosa:
Da ormai parecchi mesi sono rientrato dallo Shanxi, zona un po’ sperduta nel nord della Cina, dove sono rimasto per due anni in un cantiere, lavorando con persone per la maggior parte locali.
Come possono testimoniare molti che hanno soggiornato all’estero per lungo tempo, magari in paesi remoti, queste esperienze sono sempre significative e lasciano dei ricordi non facilmente cancellabili.
Prendendo spunto da ciò e raccogliendo l’invito di don Giuseppe, ho raccolto alcune riflessioni, ispirate dai periodi passati negli ultimi anni in cantieri all’estero per motivi di lavoro.
Un primo pensiero riguarda l’aspetto principale del viaggiare, ossia il contatto con luoghi, persone e culture diverse.
Oggi spostarsi è diventato facile, spesso quasi banale: si prende l’aereo e in poche ore ci si trova dall’altra parte del mondo; una volta a destinazione si accende il telefonino, si pigiano quattro tasti e si comunica immediatamente con il resto del mondo senza difficoltà.
Le distanze
“fisiche” sono ormai ridotte al minimo e quasi non si percepiscono
più.
Non sempre però chi viaggia riesce ad accorciare le distanze con le
persone e le culture con cui viene a contatto, cosa che dovrebbe essere resa
più agevole da un soggiorno prolungato.
Ho spesso incontrato
in cantieri all’estero persone “espatriate” con un atteggiamento
di superiorità e di chiusura nei confronti dei locali, con una mentalità
quasi “coloniale”.
Molte volte questo è un sistema per celare la mancanza di una “superiorità”
professionale che si credeva di possedere; mi viene in mente il caso di parecchi
meccanici, saldatori o altro personale trovato in Cina, ma anche altrove,
più validi di molti equivalenti “espatriati” nonostante
la paga decisamente inferiore.
Qualche volta però credo che si tratti, ed è molto peggio, della stessa mentalità di cui recentemente si fanno portavoce alcune persone, tra cui politici, giornalisti e scrittori di grido (o presunti tali) quando affermano la superiorità di una civiltà sulle altre.
Inutile evidenziare che ciò è profondamente contrario a un autentico spirito cristiano, oltreché limitativo; è esperienza personale che dal rispetto degli altri e da un confronto senza superbia può derivare un reciproco arricchimento interiore.
Un secondo pensiero trae origine dalla recente storia della Cina, paese dalla cultura e civiltà millenaria, che dopo le devastazioni della rivoluzione culturale e l’oppressione del regime al potere, sta ora vivendo un momento di notevole sviluppo, pur con grandi contrasti.
In molte zone interne della Cina la povertà è ancora diffusa. La gente vive in condizioni piuttosto misere, pur non morendo di fame.
Il governo garantisce, o meglio garantiva, un lavoro e con esso il minimo per la sopravvivenza; la libertà individuale è pesantemente limitata e non esistono meccanismi di assistenza sociale (sanità, pensioni ecc.).
L’attività principale è l’agricoltura, praticata con mezzi arcaici e con impiego intensivo di manodopera: l’aratro trainato dai buoi e seguito dai contadini che seminano a mano è un’immagine frequente.
In altre attività le condizioni di lavoro sono di solito al limite dell’accettabile, se non oltre: il numero dei morti nelle miniere di carbone dello Shanxi ammonta a migliaia all’anno.
L’evoluzione attesa nelle zone rurali è verso un’economia più libera e più “occidentale”, con meno assistenza da parte dello stato, anche se ciò potrebbe portare notevoli problemi sociali, come disoccupazione, migrazione in massa verso le città, accentuazione della povertà delle classi inferiori e della ricchezza di pochi benestanti, aumento della criminalità ecc.
Anche nelle
città lo sviluppo recente sembra ispirarsi a modelli capitalistico-occidentali.
A Pechino o in altre grandi città, ma anche in centri minori, si stanno
diffondendo grandi centri commerciali, veri templi del consumismo, fotocopia
di quelli esistenti da noi.
Nelle città le biciclette gradualmente (ma non tanto) cedono il posto
alle automobili; si moltiplicano i fast food (fa effetto vedere dei MacDonald
in centro a Pechino); si diffondono le discoteche con la musica rock delle
star occidentali; la concessionaria Ferrari a Pechino non ha nessuna difficoltà
a vendere le sue vetture.
Allo sviluppo economico si accompagna anche una maggiore “libertà”; a sentire gli stessi cinesi, oggi le cose sono molto cambiate rispetto a vent’anni fa, quando la sola visione del mondo che la gente cinese aveva era quella ufficiale, fornita dal governo, che dipingeva la Cina come una sorta di paradiso e il resto del mondo come un qualcosa di perverso.
Il progresso delle comunicazioni rende più difficile mantenere isolato il paese e la diffusione di Internet permette alla gente, soprattutto ai giovani, l’accesso a informazioni da fonti diverse.
Il quadro è quindi piuttosto complesso e ricco di contrasti; molti aspetti sono risultato della cosiddetta “globalizzazione”, oggi tanto di moda.
È augurabile che la Cina si sviluppi ed evolva verso una maggiore libertà; ma viene da chiedersi se ciò debba avvenire seguendo pedissequamente le nostre tracce, con il rischio di assimilare anche gli aspetti negativi della nostra civiltà.
Probabilmente ciò non succederà del tutto, ma sarebbe un peccato se la Cina, e il mondo in generale, si appiattissero uniformandosi a un modello unico, sia esso quello consumistico-occidentale o un altro: la diversità di civiltà e culture è un valore da conservare, in quanto possibile sorgente di una dialettica costruttiva.
Un altro pensiero, riguarda la religione e la Chiesa in Cina.
Come altre religioni, anche quella cristiana dopo la rivoluzione culturale è stata considerata fuorilegge, e oggi la gran parte dei cinesi apparentemente non professa alcun credo religioso.
Nonostante un certo “ammorbidimento” del regime, la vita dei religiosi resta comunque difficile, essendo costretti a operare quasi in clandestinità.
La chiesa più vicina al cantiere in cui ero distava circa 40 minuti in macchina. Il sacerdote era tollerato dalle autorità locali, a condizione che non facesse troppa “pubblicità” alla propria attività.
I fedeli erano molto pochi, ma chi partecipava alle celebrazioni religiose lo faceva perché convinto e non per abitudine o tradizione.
Evidentemente il sentimento religioso, il bisogno di spiritualità o di una spiegazione del mondo non semplicemente materialistica sono parte dell’uomo e non possono essere soffocati facilmente.
Non mi dilungo
oltre, non voglio annoiare ulteriormente con pensieri banali.
Solo una considerazione riassuntiva: viaggiare, se visto come occasione
per conoscere e confrontarsi con altri “mondi” e persone significa
uscire da se stessi e da certe comodità o sicurezze acquisite, rimettersi
in discussione: è un’occasione di crescita.
Giuseppe Zanetto
Padre Franco Mella, missionario del Pime ad Hong-Kong, città di 7,5 milioni di persone tornata nel 1997 sotto la giurisdizione di Pechino anche se con una certa autonomia, dove i cristiani sono attualmente tra il 5% e il 10% afferma:
E’ certamente più facile vivere il Vangelo nel nord contadino che a Hong Kong o in Italia. Oggi ci sono mille Cine. Con molti sacerdoti della Chiesa ufficiale (la Chiesa ufficiale è la sola accettata in Cina e fa capo al Governo e non alla Santa Sede e in Cina ci sono dieci milioni di cattolici, divisi tra la chiesa filogovernativa e quella clandestina perseguitata per la sua fedeltà al Papa) si collabora senza problemi: in una città ho celebrato messa ogni giorno, in un’altra solo una volta in tre anni. Dipende molto dagli uffici locali, la situazione varia da zona a zona.
Il Papa Giovanni Paolo II, l’anno scorso ha inviato un suo messaggio in occasione del convegno sulla figura di Matteo Ricci, il gesuita che, esattamente cinquecento anni fa, nel 1601, giunse a Pechino riuscendo a far riconoscere il cristianesimo-cattolico dalla corte imperiale cinese.
Sull’esempio di questo insigne figlio della Chiesa cattolica - scriveva il Papa - desidero riaffermare che la Santa Sede guarda al popolo cinese con profonda simpatia e con partecipe attenzione. Sono noti i passi rilevanti che esso ha compiuto nei campi sociale, economico, educativo, sia pure nel perdurare di non poche difficoltà». «Lo sappia la Cina - sottolineava Giovanni Paolo II -: la Chiesa cattolica ha il vivo proposito di offrire, ancora una volta, un umile e disinteressato servizio per il bene dei cattolici cinesi e per quello di tutti gli abitanti del Paese.
Il Papa introduceva poi uno dei punti nodali del suo discorso, rispondendo in maniera diretta alla richiesta che Pechino aveva rivolto l’anno prima alla Santa Sede di fare ammenda per la complicità storica tra cristianesimo e dominazione straniera sulla Cina.
«La Storia
- spiegava il Pontefice - ci ricorda purtroppo che l’azione dei membri
della Chiesa in Cina non è stata sempre esente da errori» «ed
è stata per di più condizionata da situazioni difficili, legate
ad avvenimenti storici complessi e ad interessi politici contrastanti».
«In alcuni periodi della storia moderna, una certa “protezione”
da parte di potenze politiche europee non poche volte si rivelò limitativa
per la stessa libertà d’azione della Chiesa ed ebbe ripercussioni
negative per la Cina», aggiungeva Giovanni Paolo II.
Il Papa ha citato anche le dispute teologiche che opposero la Chiesa di Roma
ai riti cinesi.
Sento profondo rammarico per questi errori e limiti del passato, e mi dispiace che essi abbiano ingenerato in non pochi l’impressione di una mancanza di rispetto e di stima della Chiesa cattolica per il popolo cinese, inducendoli a pensare che essa fosse mossa da sentimenti di ostilità nei confronti della Cina. Per tutto questo - scriveva il Papa in uno dei passaggi salienti - chiedo perdono e comprensione a quanti si siano sentiti, in qualche modo, feriti da tali forme d’azione dei cristiani.
«La Cina e la Chiesa cattolica - sottolineava il Papa - sotto aspetti certamente diversi ma in nessuno modo contrapposti, sono storicamente due tra le più antiche istituzioni viventi e operanti nel mondo: entrambe pur in ambiti differenti (politico-sociale l’una, religioso-spirituale l’altra) annoverano oltre un miliardo di figli e figlie». «Non è un mistero per nessuno che la Santa Sede, a nome dell’intera Chiesa cattolica e -credo - a vantaggio di tutta l’umanità, auspica un’apertura di uno spazio di dialogo con le autorità della Repubblica popolare cinese, in cui, superate le incomprensioni del passato, si possa lavorare insieme per il bene del Popolo cinese e per la pace nel mondo».
«Il momento attuale di profonda inquietudine della comunità internazionale esige da tutti una appassionato impegno per favorire la creazione e lo sviluppo di legami di simpatia, di amicizia e di solidarietà tra i popoli. In tale contesto - concludeva il Papa, tendendo la mano a Pechino - la normalizzazione dei rapporti tra la Repubblica popolare cinese e la Santa Sede avrebbe indubbiamente ripercussioni positive per il cammino dell’umanità».
I rapporti tra Cina e Vaticano sono interrotti dal 1951.
CINA (Repubblica Popolare Cinese)
Popolazione: 1,3 miliardi
Superficie: Kmq 9.326.000 (31 volte l’Italia)
Densità: 135 ab/Kmq
Religione: Non praticanti 59%
Buddhisti 6%
Musulmani 2%
Altri (tra cui i cristiani) 13%
Credenze locali 20%
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