Vita di Diocesi
'DUE EMINENZE AMBROSIANE

 

Ritratti paralleli di Carlo Maria Martini e di Dionigi Tettamanzi,
suo successore alla guida della diocesi

Noi ci attesteremo sull’attualità, cioè sul trapasso tra il gesuita piemontese Martini e il lombardo di nascita e milanese di ordinazione sacerdotale Tettamanzi. Ovviamente non vogliamo delineare un bilancio storico-pastorale della presenza martiniana a Milano.
Noi abbiamo intenzione di evocare simbolicamente un lineamento della sua fisionomia, quello di cultore della Parola, un tratto che ha potuto intrecciare in armonia la sua matrice di studioso di scienze bibliche con la sua missione pastorale.

Il mio primo incontro con l’allora p. Martini è stato quello del discepolo che ascolta il maestro: era il 1967 ed egli era un giovane professore (40 anni) di critica testuale al Pontificio Istituto Biblico di Roma, la più prestigiosa facoltà di esegesi scritturistica.
Egli si era consacrato, infatti, fin dalla sua tesi di laurea all’analisi dell’enorme massa di documenti (papiri, codici, lezionari, ostraca, citazioni patristiche) riguardanti le Sacre Scritture, in particolare il Nuovo Testamento.

In questa disciplina Martini divenne un’autorità mondiale, al punto tale da essere associato come rappresentante cattolico dell’edizione critica del Nuovo Testamento greco che un comitato interconfessionale di cinque esperti stava elaborando.
Questo culto della Parola divina che si esprime in parole umane fu anche la stella polare del suo magistero episcopale, a partire dalla lettera pastorale emblematica In principio la Parola (1981) fino all’ultima intitolata Sulla tua parola (2001).

Si verificò al riguardo un fenomeno curioso: la bibliografia del card. Martini - che fino ad allora era stata essenziale e rigorosa - dilagò in centinaia di testi, al punto tale da rendere ardua la catalogazione inseguendo anche le versioni in lingue straniere. Si ripeteva in pratica quanto era accaduto ad alcuni dei primi Padri della Chiesa: la loro predicazione orale veniva raccolta da stenografi (ora le registrazioni facilitano il compito) e diventava libro.

Questo fu possibile perché il suo dettato di cultore della Parola era sempre nitido, scandito, sorvegliato.

Ora col profilarsi di quella terza città, dopo Roma e Milano, verso cui converge la sua esistenza, cioè Gerusalemme, Martini risalirà alle radici della sua esperienza.
Come ha dichiarato, egli ritornerà al testo sacro e alla sua analisi, e cercherà di ricostruire una storia credibile del testo greco del Nuovo Testamento tra il II, il III e il IV secolo, inseguendo così la trasmissione della Parola con riferimenti incrociati dei Padri e del testo da loro usato confrontato coi papiri più antichi. Inoltre egli vorrebbe pubblicare, commentandola criticamente, la grandiosa introduzione al Codice Vaticano B, stesa dal card. Giovanni Mercati in una prima bozza manoscritta latina ormai 60 anni fa. Si chiuderebbe, così, idealmente il ciclo di uno studioso, che ha vissuto la sua stagione migliore consacrandosi a un approccio più generale e sontuoso nei confronti della Parola, e che ora, ritornerebbe alla stessa Parola nella sua nudità primordiale.

Sulla cattedra di Ambrogio si insedierà il 29 settembre 2002 un altro pastore che, come il card. Martini che lo ha preceduto, è stato anch’egli studioso, il card. Tettamanzi. Se per quanto riguarda gli studi il mio rapporto con Martini era quello di discepolo, quello col nuovo arcivescovo è invece di collega. Oltre ad essere nati nella stessa area lombarda, la Brianza, ed essere stati sacerdoti della stessa diocesi milanese, abbiamo per anni insegnato insieme nello stesso Seminario Arcivescovile. Anche di Tettamanzi sono molti i tratti che in questi giorni sono stati evocati, ma vorrei fermarmi in modo sintetico solo su uno di essi, quello appunto del teologo moralista, cioè dello studioso. Egli, infatti, per oltre un ventennio ha insegnato morale fondamentale, teologia sacramentaria e pastorale.

Tutti ricordano la limpidità della sua esposizione, la sensibilità didattica, la straordinaria capacità comunicativa che coniugava competenza e semplicità. Come per Martini, anche per lui venne poi il tempo del ministero pastorale: per un anno e mezzo fu arcivescovo di Ancona, per quattro anni Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, dal 1995 arcivescovo di Genova e cardinale dal 1998.
Se si entra nel sito Internet dell’Arcidiocesi di Genova, e si ricerca la biografia del card. Tettamanzi, ci si trova di fronte a una “stampata” di 26 pagine, col primo titolo datato 1960 (allora l’autore era ventiseienne) e con l’ultimo, il volume Globalizzazione: una sfida (Piemme 2001) che raccoglie ed elabora le tesi espresse durante il G8 di Genova, tesi che ebbero vasta eco e che hanno saputo offrire un giudizio equilibrato su un fenomeno così complesso e complicato. Sì, perché il teologo Tettamanzi ha sempre costruito il suo pensiero dedicando attenzione a tutte le sfaccettature delle questioni, soprattutto quando i terreni erano accidentati e richiedevano un procedere sorvegliato. Pensiamo in particolare all’orizzonte in cui il cardinale è considerato uno dei maggiori esperti cattolici, quello della bioetica. A lui dobbiamo, infatti, quella Nuova bioetica cristiana che, oltre a essere un libro di carta (Piemme 2000), è anche un testo “on-line” offerto pure in inglese e aperto a una sorta di “forum”.

Certo, molti sono i campi della teologia morale nei quali si è inoltrato il card. Tettamanzi, a partire dalla funzione del laicato nella Chiesa (la sua tesi di laurea all’Università Gregoriana verteva sul “Dovere dell’apostolato dei laici”); ma l’ambito dominante è stato sempre quello del matrimonio, della famiglia, della sessualità e quindi della bioetica. E anche per questa competenza che il cardinale è assistente ecclesiastico nazionale dell’Associazione Medici Cattolici Italiani. Si succedono, quindi, nella sede milanese due studiosi che hanno saputo dimostrare che la scienza teologica non è un’astratta elaborazione di tesi “more geometrico demonstratae”, ma è un’interpretazione intima dell’esistenza e della storia. Martin Luther King nella sua opera La forza di amare affermava che la Chiesa non dev’essere mai né la padrona né la serva dello Stato, ma sempre la coscienza dello Stato e della storia. È stata questa la testimonianza offerta dal card. Martini alla città di Milano. Lo sarà anche per il suo successore che in un suo scritto citava il Gilson dello Spirito della filosofia medievale:

Il compito della Chiesa non è di impedire che questo mondo passi, ma di santificare un mondo che passa.

Mons. Gianfranco Ravasi
(Il Sole - 24 Ore)

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