In
questa rubrica, abbiamo presentato libri di particolare interesse su personalità
che hanno lasciato un segno straordinario nella società e nella Chiesa
italiana, della seconda metà del '900: don Lorenzo Milani, don Carlo
Gnocchi e, ora, padre David Maria Turoldo. Tre uomini la cui fede nel Signore
si fa "profezia", intesa, questa, non come annuncio del futuro,
ma "denuncia del presente, nel confronto con la Parola, cosicché
é la Parola, il futuro del mondo e della storia".
Ricorre, quest'anno, il decimo anniversario della morte di Turoldo. La sua
famiglia religiosa (i frati Servi di Maria) lo ricorda dando alle stampe il
libro, "La mia vita per gli amici. Vocazione e resistenza", dove
padre David "si racconta" ai tanti amici e compagni di strada, per
ringraziarli e restituire qualcosa a loro: "ho insegnato quello che da
voi ho imparato". Toccante é la confessione dell'autore: "Se
ogni mio libro è stato per me sempre rinnovata occasione di discorrere
con voi, amici, ora a maggior ragione è per voi questo racconto della
mia avventura, altra gioiosa fatica che nell'amicizia affonda il suo narrarsi".
Il libro nasce da un'intervista rilasciata, nel 1989, da Turoldo a Maria Nicolai
Paynter, docente all'Hunter College City University di New York. Nel 1991,
padre David sente l'approssimarsi della fine e l'urgenza di ricapitolare il
senso della sua avventura. Grazie alla sollecitudine di Marco Garzonio, rielabora
in forma diretta il testo dell'intervista e ne fa un bilancio di vita. Il
volume esce, ora, corredato da due utili saggi: uno (Racconto d'un uomo di
speranza) di Marco Garzonio, che offre un'ottima guida alla lettura del libro;
l'altro (Dal Genesi a Giobbe) di Maria Nicolai, che richiama l'itinerario
poetico di Turoldo.
Nel suo raccontarsi, Turoldo coglie i punti fermi della sua esistenza. Tra
ricordi, confessioni e riflessioni l'autore coinvolge il lettore nelle vicende
della sua vita, intensa e sofferta: l'infanzia povera nella terra del Friuli,
il sacerdozio a Milano (e la decennale predicazione in Duomo), la resistenza,
le vicende della "Corsia dei Servi", l'aiuto a Nomadelfia ("la
città della fraternità, dell'homo evangelicus"), l'"esilio",
l'approdo all'abbazia di Sant'Egidio (come atto di amore per il papa del Concilio,
Giovanni XXIII), l'abbraccio del Cardinale Martini ... Infine, il ringraziamento
a Dio che lo ha voluto "frate", e quindi "creatura solo per
gli altri, appunto un frate".
In una prosa asciutta ed elegante, arricchita qui e là da un "canto",
emergono le chiavi di lettura dell'opera: amicizia, vocazione e resistenza
È una vocazione sofferta quella di Turoldo. Confesserà: "le
vere vocazioni si pagano sempre". La vocazione ha due sorelle: la libertà
(che ha un costo elevato, "nessuno te la regala, devi conquistartela")
e la fedeltà, che "è spesso la corona di spine sul capo
di Cristo" e di chi si pone alla sua sequela.
La resistenza, da lui vissuta negli anni della guerra, rimarrà sempre
una divisa spirituale: "Il cristiano è sempre un resistente",
in nome della Parola e dell'Uomo, contro emarginazioni, idoli e vanità.
Il cristiano è sempre un uomo di speranza, "inquieta la falsa
pace delle coscienze, mette in dubbio l'ordine costituito, non si dà
mai per vinto".
Il naturale riserbo impedisce a padre David di parlare della sua poesia, per
la quale egli si è meritato un posto nella storia letteraria italiana.
L'elogio forse più gradito a Turoldo poeta è quello scritto
da Carlo Bo: "Padre David ha avuto da Dio due doni: la fede e la poesia.
Dandogli la fede, Dio gli ha imposto di cantarlo tutti i giorni".
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