Il lavoro umano tiene certamente un posto centrale nella riflessione della Dottrina Sociale della Chiesa, che ha sempre cercato di mostrare la sua vicinanza pastorale al mondo dei lavoratori. Un momento di questo cammino è stato ultimamente rappresentato dall'incontro del cardinal Martini a Legnano, in occasione della festa dei lavoratori. Documentiamo quella serata importante con le parole stesse del cardinale.
A completamento delle pagine del nostro tema, aggiungiamo anche una relazione sull'intervento tenuto in Biblioteca Civica il 12 aprile scorso da mons. Luigi Bettazzi vescovo emerito di Ivrea, sempre a riguardo di argomenti sociali, nel trentacinquesimo anniversario della enciclica "Populorum progressio" di papa Paolo VI.

Una pagina illuminante del Vangelo

Lc 14,28-30: "Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro".
Il testo del Vangelo che è stato proclamato esprime anzitutto le esigenze rigorose di Gesù, ma contemporaneamente mette in luce il comportamento responsabile di ogni persona che cerchi di impostare la propria vita con senso di responsabilità.
Per quanto riguarda le esigenze evangeliche, Gesù insegna che per seguirlo come discepoli occorre avere sognato, voluto e maturato nel cuore un grande disegno, con la consapevolezza dei sacrifici che richiede. Difatti conclude dicendo: "Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo" (Lc 14,33). Queste sue parole hanno però una portata più generale, che riguarda i meccanismi complessivi del lavoro umano: non è sufficiente lavorare bene ciascuno per conto suo, con onestà e intelligenza; bisogna avere davanti agli occhi un progetto globale e completo del senso del proprio lavoro nel quadro più generale dell'attività umana. Tale principio assume una particolare valenza oggi, nel tempo della globalizzazione, della trasformazione tecnologica e della rivoluzione del mondo del lavoro. Appare sempre più evidente che intelligenza e progettualità sono elementi indispensabili per un lavoro più umano. Di conseguenza si eliminano le catene di montaggio, si propone il lavoro a squadre, si esige per il mercato il prodotto "qualità", si chiede la partecipazione della persona con tutte le sue risorse.
Si afferma che in questo modo si promuove un lavoro più a misura d'uomo, più dignitoso, meno meccanico, più bisognoso di intelligenza che di fatica. La manualità e tutti i processi di calcolo si lasciano alle macchine; all'uomo e alla donna si affida ciò che richiede intuizione e genialità. E la flessibilità si rilegge in funzione all'adattabilità a un prodotto, a una produzione, nel segno della versatilità e della competenza.
Se ne deduce che oggi il lavoro richiede persone intelligenti, intuitive, adattabile, sempre giovani e scattanti, sempre aggiornate e vivaci.
Appare qui anche il rovescio della medaglia. Non è sempre possibile reggere alle esigenze continuamente nuove, mantenersi perennemente giovani e tenere il passo: non di rado mancano le forze, il tempo, I'intelligenza e le competenze suffficienti. Vengono così a essere penalizzate le esigenze di sicurezza e serenità.
Purtroppo, e lo sento incontrando i lavoratori, la realtà entro cui voi lavorate, diventa spesso luogo di disagio e di incertezza; emerge persino una concorrenza deleteria tra gli stessi lavoratori, non tanto in competizione per una carriera ma in competizione per mantenere il posto di lavoro in azienda, I'uno a scapito dell'altro.
Nel frattempo si registra la difficoltà a entrare nel mondo del lavoro per alcune categorie di persone (gli ultraquarantenni le donne, le persone meno qualificate), e nello stesso tempo si assiste all'aumento degli straordinari. Sono messi in forse i giorni festivi, e ancor più i rapporti familiari e la propria autonomia.
Spesso si richiede una dedizione così totale e monopolizzante al lavoro che lo si potrebbe catalogare sotto l'elenco delle idolatrie deprecate dalla Scrittura.
Vorrei quindi suggerirvi alcune linee che spero restino nel vostro cuore come lavoratori credenti e vi possano aiutare a capire il grande progetto di diventare adulti nella fede, costruttori di un mondo di pace, portatori di fiducia e di speranza, in particolare nel tempo e nel luogo di lavoro.

Alcuni suggerimenti
1. Vi ricordo, prima di tutto, l'importanza di leggere la Scrittura e di nutrirvi di essa. Essa ci apre gli occhi e il cuore alla presenza di Gesù risorto e Salvatore e perciò ci dà la certezza che il male del mondo può essere vinto, anche nel mondo del lavoro. La Scrittura ci aiuta a cogliere l'essenziale dei problemi umani, ci sostiene con la fiducia e la forza dello Spirito, affinché possiamo compiere un cammino serio, senza lasciarci trascinare da una mentalità superficiale o ingannare da parole vuote. La Scrittura ci fa penetrare oltre le parole, oltre i gesti sensazionali oltre l'ipnosi dell'audience, per cogliere ciò che è vero, sano e giusto, ci sorregge nella ricerca e nella fedeltà alla volontà del Padre.
2. Rileggere la Scrittura ci porta a scoprire il significato dell'essere discepolo del vangelo anche nel mondo del lavoro. Non si tratta di compiere cose eccezionali ma di ricercare il significato della propria vita confrontandola con quella di Gesù.
- La Scrittura vi ricorda che il vostro lavoro è stato benedetto dal Signore all'inizio della creazione, ma che diventa più gravoso quando si creano situazioni di solitudine, angoscia, schiavitù, irresponsabilità, sfruttamento.
- Ci rammenta che i grandi doni del mondo - la terra, gli animali, le piante, la vita, I'energia, i minerali - sono offerti a tutti per essere sviluppati e utilizzati come bene e garanzia per ognuno.
- Richiama la responsabilità di "custodire" il creato difendendolo dalla rapina, dall'inquinamento, dalla desertificazione e nello stesso tempo salvandolo da quella limitatezza di uso che nasce dall'ingordigia del nostro occidente ricco. Mentre noi, il 20% della popolazione del mondo, costruiamo una società del benessere, gli altri popoli del mondo restano nella ristrettezza, nella fame, nell'ignoranza e nella povertà.
3. Per avere questa lucidità bisogna aprirsi alla preghiera, avere come interlocutore il Padre che è nei cieli, parlargli da figli. Egli ascolta il grido dei suoi e i desideri di coloro che si fidano di Lui.
So di tante persone che hanno un dialogo con il Signore non solo la mattina e la sera, ma pure quando camminano e viaggiano, quando iniziano e finiscono il proprio lavoro e anche durante il suo svolgimento, nei momenti di fatica e in quelli di gioia. Non sempre sono necessarie le formule, che tuttavia aiutano anche molto; è importante il pensiero, il ricordo, addirittura la nostalgia di Colui che ha detto: "Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto... Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!" (Matteo 7,7-11).
La preghiera assume poi un valore sommo nella Messa di ogni domenica, che è un appuntamento fondamentale. In essa vengono offerti i frutti del lavoro umano che diventano il Corpo e il Sangue di Cristo. Nella preghiera chiedete soprattutto il dono dello Spirito che è il grande dono in cui vengono sintetizzate le sette domande del "Padre nostro". Abbiamo tutti bisogno dello Spirito santo per vedere, oltre i fatti, il senso degli avvenimenti e il disegno di speranza che nasce dal cuore del Signore e che ci viene affidato perché si sviluppi.
4. Dalla Scrittura e dalla preghiera nasce in noi la chiamata alla responsabilità per ogni uomo e ogni donna sulla terra, perché ogni persona abbia ciò che è necessario per la propria vita, la propria libertà e la propria autonomia. Gesù ha espresso nel Vangelo questa responsabilità fondamentale nella regola d'oro, mai sufficientemente attesa, sempre viva e attuale, quando dice: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti" (Mt.7,12).
Questa solidarietà deve oggi raggiungere situazioni vissute, non lontane da noi. Sento parlare di ritmi e turni di lavoro faticosi e stressanti, di famiglie che devono sostenere avvicendamenti di lavoro nella coppia per cui a volte, non riescono neppure a vedersi per alcuni giorni, di precarietà di lavori a tempo determinato che coprono le esigenze dell'oggi ma lasciano sempre l'affanno del domani.
Sento che non ci sono tutele per i lavori della maggior parte delle nuove persone assunte le cui prospettive non si presentano serene, soprattutto per gli ultra trentenni che vogliono finalmente impostare una famiglia.
Sento con sofferenza che i costi oggi sono talmente alti in termini monetari per la casa, gli spostamenti, i trasporti, in termini di stabilità abitativa per la delocalizzazione delle imprese, in termini affettivi per prolungate lontananze degli sposi, in termini educativi per la fatica di seguire personalmente i figli (e fortunati quelli che hanno i nonni a disposizione); bisogna riconoscere che ci vogliono molto coraggio e solidità morale per continuare nella fedeltà e nell'amore familiare.
Capisco allora la riflessione di Gesù.
"Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!" (Mt 7,13-14).
Il mondo del lavoro, che ho sempre guardato come luogo delle grandi testimonianze quotidiane e delle grandi scelte di valore e di vita, ha bisogno di scelte importanti di solidarietà.
Già nella Giornata della Solidarietà abbiamo parlato di questi temi, preoccupati di una situazione che conduce a modelli di società che non ci convincono, per il liberismo che aumenta la povertà e marginalizza le persone meno capaci di reggere le esigenze del mercato.
Vi chiedo una forte presenza di coesione di fronte alle difficoltà, una partecipazione convinta e unitaria per i comuni obiettivi di giustizia ed equità poiché voi ne avete la forza, essendo fattori fondamentali dello sviluppo della società. Siate capaci di vedere la sofferenza e abbiate il coraggio di intravvedere le soluzioni, poiché non serve tanto lamentarsi ma occorre unire insieme capacità e sensibilità e costruire, con le altre forze sociali e istituzionali, una realtà più umana.
Cercate di riconoscervi sui luoghi di lavoro. Due o tre che si ritrovino come credenti possono diventare una risorsa nuova per la speranza di tutti.
Sappiate riconoscervi come cristiani anche in quei "gruppi aziendali" che magari hanno qualche decennio di vita e però stentano a vivere. Fatevi aiutare da persone preparate, laici o sacerdoti e sentitevi una grande forza morale nel mondo del lavoro che ha bisogno della vostra grande speranza.
Così compirete non solo un lavoro a misura umana, ma raggiungerete una pienezza di vita.


Mons. Luigi Bettazzi a Vimercate
35° Anniversario dell'Enciclica Populorum Progressio

Mons. Bettazzi, era al tempo del Concilio, vescovo ausiliare dell'Arcivescovo di Bologna, il cardinale Lercaro, uno dei quattro moderatori del concilio. Egli ha perciò partecipato al Concilio Ecumenico Vaticano II e cosicché la relazione del 12 aprile è stata arricchita dalla straordinaria testimonianza di uno dei pochi protagonisti ancora viventi, tra i vescovi italiani che hanno preso parte alla grande "epopea".
Ha esordito richiamando alla memoria il contesto storico dell'Enciclica Pacem in terris di Papa Giovanni XXIII. Superato il grave pericolo dell'Ottobre 1962, quando si verifica la crisi di Cuba che tiene per vari giorni il mondo con il fiato sospeso per la paura di un confronto atomico tra le due superpotenze, gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, il 9 Aprile 1963 il papa firma pubblicamente, davanti alla televisione, la nuova enciclica rivolta ai credenti "a tutti gli uomini di buona volontà" per parlare della "pace fra tutte le genti fondata sulla giustizia, sull'amore e sulla libertà". Pace in funzione della dignità della persona umana poiché è essa stessa origine e scopo della pace.
Il Concilio, sollecitato dall'enciclica Pacem in terris, prende coscienza del compito di parlare ai fedeli cattolici, ma di condividere con tutti gli uomini di buona volontà l'impegno per un'umanità nuova, più solidale e più pacifica. La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo ha avuto il compito di affrontare i grandi problemi emergenti in un mondo in rapida trasformazione. La chiesa non è più contrapposta al "mondo", quasi in un atteggiamento di conquista o di difesa, bensì si è riconosciuta come lievito di un'umanità incamminata verso il "regno di Dio". Fu proprio quello che Giovanni XXIII intendeva quando volle un concilio "pastorale".
L'enciclica Populorum Progressio si pone, in certo modo, quale documento applicativo degli insegnamenti del Concilio. E ciò non tanto perché essa fa continui riferimenti ai testi conciliari, quanto perché nasce dalla preoccupazione della chiesa, che ispirò tutto il lavoro conciliare in particolar modo la costituzione Gaudium et spes.
L'enciclica Populorum Progressio di Papa Paolo VI si può dire che è la risposta all'appello conciliare con la quale ha inizio la G.S.: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono..." Infatti l'enciclica, come dice il titolo, era dedicata allo sviluppo dei popoli, riprende i nuovi problemi e richiama con forza che "Lo sviluppo è il nuovo nome della pace". Erano i problemi particolarmente sentiti in quel momento, che rispondevano a esigenze planetarie. Si prendeva coscienza che la questione sociale aveva acquistato dimensione mondiale.
Il dato principale riguarda lo squilibrio crescente tra i popoli ricchi e i popoli poveri. Lasciato a se stesso, il meccanismo dell'economia moderna è tale da accentuare la disparità dei livelli di vita. Ci sono dei popoli che godono di una crescita più rapida mentre lo sviluppo è lento per quelli più poveri aumentando, quindi, gli squilibri. Una constatazione negativa che in seguito ha fatto Giovanni Paolo II nell'enciclica Sollicitudo rei socialis rileva "la persistenza e spesso l'allargamento del fossato tra l'area del sud del cosiddetto nord del mondo sviluppato e quella del sud in via di sviluppo".
Uno sviluppo non si può ridurre alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo.
Ma una tale situazione di ingiustizia richiede lo sviluppo solidale dell'umanità.
Di qui l'opera da compiere:
- la destinazione universale dei beni;
- la proprietà privata e il suo giusto uso;
- la condanna del liberalismo senza nessun freno.
Il coraggio nel proclamare la necessità e l'urgenza di cambiamenti arriva fino a provocare, da parte di alcuni, l'attribuzione a Paolo VI del titolo di "Papa rivoluzionario".
A questo punto, Mons. Bettazzi, ricorda che il Papa, nel particolare appello ai giovani, fa riferimento all'obiezione di coscienza: "il servizio militare" può essere scambiato in parte con un "servizio civile", un "servizio puro e semplice", e benediciamo tali iniziative e le buone volontà che vi rispondono".
Nelle conclusioni, dell'intensa ed appassionata relazione, Mons. Bettazzi ha richiamato il messaggio del concilio: la Chiesa dei poveri è la Chiesa che rinuncia a sicurezze e privilegi per preoccuparsi dell'uomo, d'ogni essere umano, fatto ad immagine e somiglianza di Dio e di cui Gesù Cristo è radice e modello.
Ad una delle interessanti domande che sono state poste: "Il concilio Vaticano II può ancora influire sul rinnovamento della Chiesa o c'è bisogno di un nuovo concilio?" - ha risposto che oggi non c'è più il clima dinamico di allora e che si correrebbe il rischio di un'assemblea più... piatta. Ritiene però che chiesa e comunione, chiesa aperta al mondo e impegnata per la pace molto si è già esposta, ma molto si può e si deve ancora fare.
Lorenzo Cantù

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