Oossiamo
intrecciare la nostra riflessione in questa Giornata dell'Ammalato con affermazioni
esigenti e misteriose pronunciate da Gesù: "Beati gli afflitti,
perché saranno consolati"... "Se qualcuno vuol venire dietro
a Me, prenda la sua croce, ogni giorno, e Mi segua"...; "Chi non
porta la propria croce e non viene dietro a Me, non può essere mio
discepolo" (Lc. 14,27), "non è degno di Me" Mt. 10,38;
"Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà
perduto la sua vita per causa mia, la troverà". Tanti, infatti,
troppi, chiaccherano sul dolore, ma le chiacchere sul dolore non solo intollerabili,
ma sono vergognose, oltre che amaramente inutili.
Gesù invece ci aiuta a fare una chiarezza evangelica sul dolore, perché
il punto di vista meramente umano è del tutto insufficiente e in gran
parte sbagliato.
La rivelazione di Gesù ci fa entrare nel mistero dell'amore trinitario
di Dio, il dare tutto sé (il Padre al Figlio, il Figlio al Padre, lo
Spirito santo alla loro comune Unità) senza tenere nulla e che il dolore
è la Croce che salva e senza la quale nessuno può essere salvato:
"Chi non porta la propria croce e non viene dietro a Me, non può
essere mio discepolo" (Lc. 14,27).
Alla rivelazione di Gesù si affianca quella degli Atti degli apostoli:
"E' necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno
di Dio" (14,22) e quella di san Giovanni nell'Apocalisse: "Essi
sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato
le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello" (7,14). Ci
accorgiamo allora che il dolore non è facoltativo né obbligatorio.
E' necessario.
Lo possiamo comprendere meglio esaminando la "logica" dell'incarnazione
del Verbo, del Figlio di Dio, in Gesù di Nazaret "figlio dell'uomo"
e " Figlio di Dio", il Cristo.
In cosa consiste, nella sua essenza divina e umana, la sua passione: morte
di croce, abbandono del Padre, abbandono al Padre? Non sono certo le sofferenze
fisiche del Cristo, soltanto, ad averci redento: molti hanno sofferto, e soffrono
oggi, in un modo paragonabile, fisicamente, al suo.
E non solo la sua volontà di salvarci, ci ha salvati, ci ha redenti
dal peccato.
Ci ha salvati il suo amore. L'amore è il segreto del dolore di Dio.
Amandoci Gesù ha trasformato tutto il peccato (tutti i peccati in dolore:
questo è il calice che ha bevuto e che ci invita a bere con Lui, così
che scopriamo, nel dolore, l'amore, che è il suo segreto.
Per questo leggiamo nella lettera agli Ebrei: "Senza effusione di sangue
non c'è remissione (dei peccati). 9, 23.
Noi, purtroppo, trasformiamo il dolore in peccato, facendo il contrario di
quello che fa Gesù, perché non sopportiamo il dolore. Sopportare
il dolore fino in fondo è disciogliere il peccato in amore: è
l'opera di Dio, è il mistero di Dio, impenetrabile, ma sicuro. A questa
altezza si vola più in alto di ogni possibile obiezione: il dolore
del mondo, la sofferenza degli innocenti, delle vittime, dei bambini... degli
ultimi... dei disabili...
Con l'amore che il dolore è, se vissuto con tutta la generosa offerta
dell'anima, con tutta l'anima, si può rispondere a tutte le obiezioni,
per quanto serie siano.
E lo dice san Paolo: "Penso infatti che le sofferenze del tempo presente
non siano paragonabili alla gloria che si manifesterà in noi"
Romani 8,18.
Gloria: sarà lo splendore del dolore amato per amor di Dio.
La logica della Croce ha cambiato effettivamente il mondo, e nell'unico modo
in cui poteva cambiarlo: redimendo. Mostrando e dimostrando l'Amore: rivolgendosi
alla libertà di ciascuno, inviolabile anche da Dio. Chiara Lubich,
diceva in un suo incontro con i focolarini che solo la Croce spiega il mistero
del dolore spiegando il mistero dell'amore: "La carità non si
spiega a parole, si spiega in croce". L'amore di Dio, l'amore da Dio,
che ispira e abita nei cuori degli uomini che vogliono accoglierlo, non è
un amore qualsiasi, è carità, che racchiude dolore e amore indissociabili;
è amor attraverso il dolore, il dolore che fiorisce in amore.
"Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre salvami da
quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora" (Gv. 12,27). "L'anima
mia è triste fino alla morte" (Mt. 26,38).
La Persona più singolare della storia, Gesù Cristo, vero Dio
e vero uomo, è ben lontano dall'aver "scavalcato" il dolore.
Anzi, sudando sangue ha gridato: "Padre mio, se è possibile, passi
da Me questo calice". Ma chi pensa alla flagellazione, alla coronazione
di spine e alla crocifissione, pensa solo a una parte, e la minore, della
sofferenza di Gesù. Gesù è Dio incarnato. In Dio Trino
non c'è dolore, come noi lo conosciamo e sperimentiamo, ma c'è
molto più del dolore. C'è l'Amore. "Deus charitas est"
scrive san Giovanni apostolo ed evangelista: "Dio è Amore".
E per conoscere e sperimentare il nostro dolore il Figlio di Dio si è
incarnato, è diventato uno di noi. Questo è mistero e come tale
rimane di fronte ad ogni spiegazione, ma noi cristiani possiamo dire di credere
in un Dio che ha voluto sperimentare anche la nostra sofferenza e ne ha dato,
non una spiegazione, ma un significato di redenzione e di amore, cioè
di dono, come è tutto dono nella Trinità. Gesù assumendo
il dolore ne ha tolto l'assurdità, dando ad esso un significato profondo.
Certo, per vivere così il dolore, occorre la rivelazione e la grazia
di Dio, Uno e Trino.
Per questo papa Paolo VI diceva: "il dolore ha una vocazione" e
papa Giovanni Paolo II "ha una funzione salvifica''. Ma a patto che a
scoprirne la nascosta, incalcolabile potenzialità di trampolino e di
trasparenza alla vita eterna, non siano solo parole, anche nobili e tuttavia
destinate a ricadere sulla terra, ma "la parola della Croce" di
Cristo come scrive san Paolo ai cristiani di Corinto (I Cor. 1,18). La Croce
che il suo amore affonda nella terra mentre protende nel cielo più
alto.
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