I temi indicati nel titolo di questo discorso hanno accompagnato da sempre
l'umanità, da quando Caino alzò la mano proditoriamente su Abele
e lo uccise (Gen 4,8) e da quando Dio dichiarò: Però chiunque
ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte (Gen 4,15),
fino alla parola di Gesù: Vi lascio la pace, vi do la mia pace
(Gv 14,27).
Ma in questi mesi, a partire dall'11 settembre, tali temi sono ritornati di
bruciante attualità.
I fatti sono noti: gravissimi attentati terroristici che rivelano una capacità
inaudita di odio e fanatismo, che si serve di tecnologie raffinate e si nutre
di forme finora inedite di fondamentalismo civile e religioso (pensiamo a
tutti gli aspiranti suicidi). Agli attentati è seguita un'azione di
caccia ai terroristi che è sfociata in una guerra in Afghanistan. In
questi ultimi giorni poi si sono ancora moltiplicati vergognosi attentati
suicidi contro cittadini inermi in Israele, a cui hanno fatto seguito ritorsioni
e azioni militari in Palestina, in luoghi dove ormai da anni c'è un
crescendo di violenza di cui non si vede la fine.
1. UNO SGUARDO AL VANGELO (Lc 13,1-5)
Questi fatti
ci addolorano, ci interpellano, ci sconvolgono. Pensiamo con dolore agli innumerevoli
morti, ai feriti che porteranno per tutta la vita il segno della tragedia,
alle famiglie distrutte, ai milioni di profughi, al pianto dei bambini mutilati.
Nascono molte domande, ipotesi, inquietudini. Domande di carattere umano e
religioso e anche di carattere politico. Si vorrebbe capire, giudicare, vedere
come agire per farla finita con il terrorismo, la paura, la guerra, come operare
seriamente per una pace duratura.
Certamente la situazione è ancora troppo complessa e fluida per descriverla
in maniera adeguata. Ogni giorno poi aggiunge la sua sorpresa, per lo più
dolorosa. Avevo iniziato queste riflessioni partendo anzitutto dall'attentato
alle torri gemelle, ma poi gli eventi in Afghanistan e in questi ultimi giorni
la recrudescenza degli eccidi in Medio Oriente hanno via via allargato il
mio campo di discernimento. Del resto è innegabile che nella preparazione
della tragedia dell'11 settembre abbia avuto un ruolo non secondario il risentimento
accumulato nell'annoso conflitto israeliano - palestinese.
Per
questo mi sono chiesto con insistenza e ho chiesto al Signore: in questo turbine
della nostra storia, ha ancora senso parlare di pace? E in che modo, e a quale
prezzo? Parlando, leggendo e ascoltando molto in queste settimane mi sono
accorto di come anche i pareri siano tanto divergenti. Sono molteplici i punti
di vista, gli angoli di visuale; fortissime sono le passioni, i coinvolgimenti
emotivi; resistenti a sgretolarsi le precomprensioni, soprattutto quelle inconsce.
Sembrerebbe più saggio attendere, pregare, e per intanto sanare e medicare
in quanto si può le ferite, come in emergenza. (...) Io vorrei partire
dal passo evangelico di Luca (13,1-5) che è stato letto durante questa
preghiera vespertina. Si tratta di due affermazioni o reazioni di Gesù,
posto di fronte a gravi fatti di sangue di origine politica e a dolorose calamità
naturali.
Dice il testo: "In quello stesso tempo si presentarono a Gesù
alcuni a riferirgli circa quei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato
con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola Gesù rispose: Credete
che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver
subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo
stesso modo. O quei diciotto sopra i quali rovinò la torre di Siloe
e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti
di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo
stesso modo".
(...) Gesù si trova qui di fronte a un groviglio di problemi etici,
teologici e politici. Gli interrogativi che emergono sono analoghi ma superiori
per gravità a quello sul quale sarà poi interrogato a proposito
del tributo da pagare a Cesare (Lc 20,20-26): interrogazione quest'ultima
- nota l'evangelista Luca - propostagli "da informatori che si fingevano
persone oneste, per coglierlo in fallo colle sue parole poi consegnarlo all'autorità
e al potere del governatore" (Lc 20,20).
Qui si tratta ugualmente di domande a trappola, ma a proposito di fatti ben
più sconvolgenti. V'è in questione ciò che noi chiameremmo
una "strage di Stato", voluta dal rappresentante dell'Imperatore
e per di più perpetrata nel luogo sacro del tempio: quindi un massacro
avvenuto probabilmente durante le festività pasquali, nel quale dovevano
essere state trucidate molte persone, forse terroristi disposti al sacrificio
supremo. Non sappiamo quanti fossero, ma è sufficiente ricordare che
alcuni anni prima il predecessore di Pilato aveva ucciso in una sola occasione
tremila ebrei.
Gesù viene dunque provocato ad esprimersi e a dare un giudizio: condannerà
l'assassinio politico, voluto per umiliare ulteriormente gli Ebrei e profanare
il tempio?, griderà contro la crudeltà e il cinismo del regime
dominante? Oppure, come altri in Israele, che ritenevano la dominazione straniera
comunque un minor male di fronte a un possibile caos, dirà che si è
trattato di una dolorosa operazione di legittima difesa, di una repressione
inevitabile per evitare nuove stragi da parte di un terrorismo suicida e senza
sbocchi? Non aveva forse un tempo lo stesso profeta Geremia sconsigliato atti
di inutile resistenza al conquistatore babilonese? Immagino che Gesù
si sarà sentito addosso la domanda che un giorno gli rivolgeranno i
Giudei nel tempio: "Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso?".
Se tu sei davvero il Cristo, dillo a noi apertamente". Cioè, in
questo caso, facci sapere, tu che sai tutto, da che parte sta la verità
e da che parte sta l'ingiustizia
Anche la seconda situazione narrata da Luca 13,1-5 richiama domande attuali.
Essa riguarda una calamità naturale, la caduta di una torre a Gerusalemme
che travolge diciotto persone (e qui pensiamo agli incidenti e drammi di questi
ultimi tempi: i disastri dei trafori del Monte Bianco e del Gottardo, il tragico
incidente di Linate, gli incidenti aerei di queste ultime settimane, le stragi
per le fughe di gas..). Anche allora come ora questi incidenti suscitavano
tante domande: si tratta di calamità inevitabili o sono frutto di negligenza,
di errore umano o di incoscienza o di imprudenze inescusabili? Chi è
colpevole? Chi doveva vigilare? Quale autorità ha omesso i dovuti controlli,
ha sottovalutato gli appelli ecc.?
I due episodi sono proposti a Gesù perché prenda posizione.
Molti aspettano, come ho già sopra indicato, che Gesù si dichiari
contro il tiranno Pilato; altri vorrebbero che criticasse i Galilei come terroristi
insipienti. A proposito della caduta della torre ci si attende che denunci
con parole di fuoco l'incuria dei governanti o al contrario rimproveri l'imprudenza
colpevole della gente.
Ma qui si verifica l'imprevisto. Gesù non prende posizione né
pro né contro nessuna delle persone coinvolte, non si esprime su chi
degli immediati protagonisti sia da ritenersi colpevole. Proclama, è
vero, un suo giudizio, che dovremo approfondire. Ma la sua voce sta al di
sopra di tutti i temi sia pur gravi di politica corrente. Ciò ci può
sorprendere, deludere e turbare. Vedremo che cosa ciò voglia dire per
l'oggi. Ma notiamo fin da ora che si verifica anche qui ciò che notava
un recente storico delle origini cristiane: In confronto ai profeti
classici di Israele, il Gesù storico è notevolmente silenzioso
a proposito di molte scottanti questioni sociali e politiche del suo tempo
.Il
Gesù storico sovverte non solo alcune ideologie, ma tutte le ideologie
(J.P.Meier).
Qualcosa di
simile avviene oggi. Le domande sui fatti della storia e soprattutto sui drammatici
fatti dei nostri giorni sono tante e comprensibilmente cariche di sofferte
emozioni, di precomprensioni affettive e anche di pregiudizi. E non di rado
si invocano da qualche autorità morale risposte immediate e chiarificatrici
(per lo più nell'attesa di essere confermati in ciò che ciascuno
ha già giudicato dentro di sé!).
Molte sono in particolare le interrogazioni gravi che si pone oggi l'uomo
della strada di fronte alle notizie e alle immagini televisive di questi mesi
e di questi giorni.
La prima riguarda gli autori dei gesti di terrorismo, a partire dai più
clamorosi e micidiali, in particolare quelli connessi col suicidio dell'attentatore,
ed è la domanda sul perché. Perché un essere umano può
giungere a tanta crudeltà e cecità? Ci si chiede in quali oscuri
meandri della coscienza possano albergare tali sentimenti di odio, di fanatismo
politico e religioso, quali risentimenti personali e sensi di umiliazione
collettiva possano essere alla radice di simili folli decisioni. Nulla e nessuno
potrà mai giustificare questi atti o dare loro una qualunque parvenza
anche larvata di legittimazione. Ma ci dobbiamo anche chiedere: ci siamo noi
tutti davvero resi conto nel passato, rispetto ad altre persone e popoli,
quanto grandi ed esplosivi potessero a poco a poco divenire questi risentimenti
e quanto nei nostri comportamenti potesse contribuire e contribuisse di fatto
ad attizzare nel silenzio vampate di ribellione e di odio?
Ma non posso, a proposito di questa prima domanda, non sottolineare anche
la tremenda responsabilità di chi, magari dotato di grandi mezzi di
fortuna, ha imparato a sfruttare questi risentimenti e li fornisce di strumenti
di morte, finanziando, armando e organizzando i terroristi in ogni parte del
mondo, forse anche vicino a noi. Anche per costoro non v'è nessuna
ragione o benché minima legittimazione per il loro agire. Valgono piuttosto
le parole di Gesù per chi sfrutta in tal modo la debolezza di persone
semplici: "Sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina
girata da un asino, e fosse gettato negli abissi del mare! (Mt 18,1). E non
posso neppure dimenticare qui quanto ancora Gesù diceva nel discorso
della Montagna proibendo anche una parola offensiva perché contenente
già i germi dell'odio e dell'omicidio (Mt 5,22... "Chi dice al
fratello 'pazzo'!, sarà sottoposto al fuoco della Geenna".) Chi
di noi ha l'età per ricordare i primi tempi della contestazione (fine
anni '60 - inizio anni '70) sa che la noncuranza e la leggerezza, ostentata
anche da chi avrebbe avuto la responsabilità di giudicare e di punire,
rispetto ad atti minori di vandalismo e disprezzo del bene pubblico, ha aperto
la via a gesti ben più gravi e mortiferi. Chi getta oggi il sasso
e si sente impunito domani potrà buttare la bomba o impugnare la pistola.
La "tolleranza zero" è, per ogni parola o gesto di odio,
supportata anche da una regola evangelica.
Ma oltre alla
domanda di un giudizio umano e morale severo su ogni anche piccola radice
di disprezzo e di odio - da qualunque parte provenga e contro chiunque si
eserciti, per smascherarla e in quanto possibile per esorcizzarla e disarmarla
- emerge con insistenza in queste settimane nel cuore della gente anche una
seconda domanda, questa di natura piuttosto politica e militare: il tipo di
operazioni che si vanno facendo contro il terrorismo sarà efficace?
Servirà davvero a scoraggiare i terroristi, a chiudere gli episodi
macabri degli uomini-bomba, a creare le condizioni per un superamento delle
cause di tante inquietudini? Ben pochi di noi hanno risposte certe e articolate
a tutte queste questioni, anche per la loro complessità e per gli scenari
e episodi diversi e mutevoli a cui esse si riferiscono. Ma ciò non
toglie che esse gravino pesantemente sulle coscienze di tutti, in particolare
di coloro che sono più direttamente responsabili di programmare le
operazioni contro il terrorismo, di determinare le misure politiche, economiche,
giudiziarie, culturali che si ritengono necessarie. Essi soli conoscono da
vicino le circostanze e l'efficacia, positiva e negativa, dei bombardamenti
e di altre azioni di guerra, dato anche che i mass media non sembrano aver
un accesso se non limitato alle fonti dirette dei dati e delle strategie militari.
Anche a questa domanda non osiamo dare qui una risposta. Essa è però
connessa strettamente con la seguente.
La terza domanda è di tipo etico: ciò che si è fatto
e si sta facendo contro il terrorismo specialmente a livello bellico rimane
nei limiti della legittima difesa, o presenta la figura, almeno in alcuni
casi, della ritorsione, dell'eccesso di violenza, della vendetta? E' chiaro
che il diritto di legittima difesa non si può negare a nessuno, neppure
in nome di un principio evangelico. Ma occorre una continua vigilanza e
un costante dominio su di sé e delle proprie passioni individuali e
collettive per far sì che nella necessaria azione di prevenzione e
di giustizia non si insinui la voluttà della rivalsa e la dismisura
della vendetta. Si era avuta l'impressione che questi principi di cautela
fossero presenti nei primi giorni della reazione ai terribili attentati dell'11
settembre. Ma ora a che punto siamo? Non ha forse l'ansia di vittoria e il
dinamismo della violenza preso la mano diminuendo la soglia di vigilanza sulle
azioni di guerra che potrebbero essere non strettamente necessarie rispetto
agli obiettivi originari e soprattutto colpire popolazioni inermi? E' qui
che il principio della legittima difesa viene messo gravemente in questione:
esso non può essere impunemente scavalcato senza creare più
odi e conflitti di quanto non pretenda risolverne. Sembra questo in particolare
il caso, è doloroso dirlo, di quanto continua a succedere in maniera
crescente in Medio Oriente. Da una parte un terrorismo folle e suicida contro
cittadini pacifici e anche tanti bambini, un terrorismo che non conduce da
nessuna parte e che suscita un crescendo di ira, indignazione e orrore. Dall'altra
atti di rappresaglia, che è difficile definire ancora come operazioni
di legittima difesa, che colpiscono popolazioni inermi, e anche qui tanti
bambini. Vi si aggiungono in più vere e proprie azioni belliche, di
fronte alle quali anche l'osservatore più imparziale e sinceramente
desideroso e convinto del bisogno di una piena sicurezza per il paese che
così agisce, non riesce più a cogliere quale sia quella strategia
della pace e della sicurezza che pure è sempre nel desiderio di tutto
quel popolo la cui sopravvivenza è essenziale per il futuro della pace
nella regione e nel mondo intero.
Queste domande
sono nel cuore di tanta gente e su di esse vi sarebbe ancora tanto da discutere.
Ma esse, pur facendo riferimento a elementi etici di estrema gravità,
non sono di competenza solo e spesso neanche in prima istanza della Chiesa.
Non spetta alla Chiesa dare l'ultimo giudizio pratico su atti di cui solo
pochi conoscono le modalità ultime e precise. Sollevando interrogativi
come quelli espressi sopra non ho voluto tanto esprimere giudizi definitivi
quanto aiutare me e voi a riflettere seriamente e soprattutto stimolare i
competenti e i responsabili a pesare ogni loro opinione e azione su una bilancia
di rigorosa giustizia e di rispetto dei diritti umani di ognuno. Tali responsabili
veramente competenti non sono probabilmente molti. Certamente assai meno di
quanto non si pensi o non appaia dal numero e dalla molteplicità delle
opinioni che vengono espresse, spesso con tanta sicurezza. Sono pochi infatti
a conoscere a fondo tutti i dati disponibili sui terroristi, i loro progetti,
le loro risorse. Poche sono le notizie che realmente filtrano sugli atti di
guerra e le loro conseguenze, la natura delle resistenze e gli ambiti delle
strategie. Le autorità politiche e militari responsabili - me ne rendo
conto - pagano qui una misura ardua di solitudine a fronte di decisioni che
coinvolgono la vita di milioni di persone.
Per questo è tanto più prezioso il controllo democratico stabile
e metodico esercitato dai Parlamenti e da una opinione pubblica intelligente
e non faziosa, correttamente informata prima sul varo e poi sulla conduzione
degli eventuali interventi.
(1 - continua)
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