Il Tema
Terrorismo, ritorsione, legittima difesa, guerra e pace
Discorso del card. Martini per la vigilia di S. Ambrogio 2002

INTRODUZIONE

I temi indicati nel titolo di questo discorso hanno accompagnato da sempre l'umanità, da quando Caino alzò la mano proditoriamente su Abele e lo uccise (Gen 4,8) e da quando Dio dichiarò: Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte (Gen 4,15), fino alla parola di Gesù: Vi lascio la pace, vi do la mia pace (Gv 14,27).
Ma in questi mesi, a partire dall'11 settembre, tali temi sono ritornati di bruciante attualità.
I fatti sono noti: gravissimi attentati terroristici che rivelano una capacità inaudita di odio e fanatismo, che si serve di tecnologie raffinate e si nutre di forme finora inedite di fondamentalismo civile e religioso (pensiamo a tutti gli aspiranti suicidi). Agli attentati è seguita un'azione di caccia ai terroristi che è sfociata in una guerra in Afghanistan. In questi ultimi giorni poi si sono ancora moltiplicati vergognosi attentati suicidi contro cittadini inermi in Israele, a cui hanno fatto seguito ritorsioni e azioni militari in Palestina, in luoghi dove ormai da anni c'è un crescendo di violenza di cui non si vede la fine.

1. UNO SGUARDO AL VANGELO (Lc 13,1-5)

Questi fatti ci addolorano, ci interpellano, ci sconvolgono. Pensiamo con dolore agli innumerevoli morti, ai feriti che porteranno per tutta la vita il segno della tragedia, alle famiglie distrutte, ai milioni di profughi, al pianto dei bambini mutilati. Nascono molte domande, ipotesi, inquietudini. Domande di carattere umano e religioso e anche di carattere politico. Si vorrebbe capire, giudicare, vedere come agire per farla finita con il terrorismo, la paura, la guerra, come operare seriamente per una pace duratura.
Certamente la situazione è ancora troppo complessa e fluida per descriverla in maniera adeguata. Ogni giorno poi aggiunge la sua sorpresa, per lo più dolorosa. Avevo iniziato queste riflessioni partendo anzitutto dall'attentato alle torri gemelle, ma poi gli eventi in Afghanistan e in questi ultimi giorni la recrudescenza degli eccidi in Medio Oriente hanno via via allargato il mio campo di discernimento. Del resto è innegabile che nella preparazione della tragedia dell'11 settembre abbia avuto un ruolo non secondario il risentimento accumulato nell'annoso conflitto israeliano - palestinese.

Per questo mi sono chiesto con insistenza e ho chiesto al Signore: in questo turbine della nostra storia, ha ancora senso parlare di pace? E in che modo, e a quale prezzo? Parlando, leggendo e ascoltando molto in queste settimane mi sono accorto di come anche i pareri siano tanto divergenti. Sono molteplici i punti di vista, gli angoli di visuale; fortissime sono le passioni, i coinvolgimenti emotivi; resistenti a sgretolarsi le precomprensioni, soprattutto quelle inconsce. Sembrerebbe più saggio attendere, pregare, e per intanto sanare e medicare in quanto si può le ferite, come in emergenza. (...) Io vorrei partire dal passo evangelico di Luca (13,1-5) che è stato letto durante questa preghiera vespertina. Si tratta di due affermazioni o reazioni di Gesù, posto di fronte a gravi fatti di sangue di origine politica e a dolorose calamità naturali.
Dice il testo: "In quello stesso tempo si presentarono a Gesù alcuni a riferirgli circa quei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola Gesù rispose: Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo".
(...) Gesù si trova qui di fronte a un groviglio di problemi etici, teologici e politici. Gli interrogativi che emergono sono analoghi ma superiori per gravità a quello sul quale sarà poi interrogato a proposito del tributo da pagare a Cesare (Lc 20,20-26): interrogazione quest'ultima - nota l'evangelista Luca - propostagli "da informatori che si fingevano persone oneste, per coglierlo in fallo colle sue parole poi consegnarlo all'autorità e al potere del governatore" (Lc 20,20).
Qui si tratta ugualmente di domande a trappola, ma a proposito di fatti ben più sconvolgenti. V'è in questione ciò che noi chiameremmo una "strage di Stato", voluta dal rappresentante dell'Imperatore e per di più perpetrata nel luogo sacro del tempio: quindi un massacro avvenuto probabilmente durante le festività pasquali, nel quale dovevano essere state trucidate molte persone, forse terroristi disposti al sacrificio supremo. Non sappiamo quanti fossero, ma è sufficiente ricordare che alcuni anni prima il predecessore di Pilato aveva ucciso in una sola occasione tremila ebrei.
Gesù viene dunque provocato ad esprimersi e a dare un giudizio: condannerà l'assassinio politico, voluto per umiliare ulteriormente gli Ebrei e profanare il tempio?, griderà contro la crudeltà e il cinismo del regime dominante? Oppure, come altri in Israele, che ritenevano la dominazione straniera comunque un minor male di fronte a un possibile caos, dirà che si è trattato di una dolorosa operazione di legittima difesa, di una repressione inevitabile per evitare nuove stragi da parte di un terrorismo suicida e senza sbocchi? Non aveva forse un tempo lo stesso profeta Geremia sconsigliato atti di inutile resistenza al conquistatore babilonese? Immagino che Gesù si sarà sentito addosso la domanda che un giorno gli rivolgeranno i Giudei nel tempio: "Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso?". Se tu sei davvero il Cristo, dillo a noi apertamente". Cioè, in questo caso, facci sapere, tu che sai tutto, da che parte sta la verità e da che parte sta l'ingiustizia…
Anche la seconda situazione narrata da Luca 13,1-5 richiama domande attuali. Essa riguarda una calamità naturale, la caduta di una torre a Gerusalemme che travolge diciotto persone (e qui pensiamo agli incidenti e drammi di questi ultimi tempi: i disastri dei trafori del Monte Bianco e del Gottardo, il tragico incidente di Linate, gli incidenti aerei di queste ultime settimane, le stragi per le fughe di gas..). Anche allora come ora questi incidenti suscitavano tante domande: si tratta di calamità inevitabili o sono frutto di negligenza, di errore umano o di incoscienza o di imprudenze inescusabili? Chi è colpevole? Chi doveva vigilare? Quale autorità ha omesso i dovuti controlli, ha sottovalutato gli appelli ecc.?
I due episodi sono proposti a Gesù perché prenda posizione. Molti aspettano, come ho già sopra indicato, che Gesù si dichiari contro il tiranno Pilato; altri vorrebbero che criticasse i Galilei come terroristi insipienti. A proposito della caduta della torre ci si attende che denunci con parole di fuoco l'incuria dei governanti o al contrario rimproveri l'imprudenza colpevole della gente.
Ma qui si verifica l'imprevisto. Gesù non prende posizione né pro né contro nessuna delle persone coinvolte, non si esprime su chi degli immediati protagonisti sia da ritenersi colpevole. Proclama, è vero, un suo giudizio, che dovremo approfondire. Ma la sua voce sta al di sopra di tutti i temi sia pur gravi di politica corrente. Ciò ci può sorprendere, deludere e turbare. Vedremo che cosa ciò voglia dire per l'oggi. Ma notiamo fin da ora che si verifica anche qui ciò che notava un recente storico delle origini cristiane: In confronto ai profeti classici di Israele, il Gesù storico è notevolmente silenzioso a proposito di molte scottanti questioni sociali e politiche del suo tempo….Il Gesù storico sovverte non solo alcune ideologie, ma tutte le ideologie (J.P.Meier).

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2. LE DOMANDE DI OGGI

Qualcosa di simile avviene oggi. Le domande sui fatti della storia e soprattutto sui drammatici fatti dei nostri giorni sono tante e comprensibilmente cariche di sofferte emozioni, di precomprensioni affettive e anche di pregiudizi. E non di rado si invocano da qualche autorità morale risposte immediate e chiarificatrici (per lo più nell'attesa di essere confermati in ciò che ciascuno ha già giudicato dentro di sé!).
Molte sono in particolare le interrogazioni gravi che si pone oggi l'uomo della strada di fronte alle notizie e alle immagini televisive di questi mesi e di questi giorni.
La prima riguarda gli autori dei gesti di terrorismo, a partire dai più clamorosi e micidiali, in particolare quelli connessi col suicidio dell'attentatore, ed è la domanda sul perché. Perché un essere umano può giungere a tanta crudeltà e cecità? Ci si chiede in quali oscuri meandri della coscienza possano albergare tali sentimenti di odio, di fanatismo politico e religioso, quali risentimenti personali e sensi di umiliazione collettiva possano essere alla radice di simili folli decisioni. Nulla e nessuno potrà mai giustificare questi atti o dare loro una qualunque parvenza anche larvata di legittimazione. Ma ci dobbiamo anche chiedere: ci siamo noi tutti davvero resi conto nel passato, rispetto ad altre persone e popoli, quanto grandi ed esplosivi potessero a poco a poco divenire questi risentimenti e quanto nei nostri comportamenti potesse contribuire e contribuisse di fatto ad attizzare nel silenzio vampate di ribellione e di odio?
Ma non posso, a proposito di questa prima domanda, non sottolineare anche la tremenda responsabilità di chi, magari dotato di grandi mezzi di fortuna, ha imparato a sfruttare questi risentimenti e li fornisce di strumenti di morte, finanziando, armando e organizzando i terroristi in ogni parte del mondo, forse anche vicino a noi. Anche per costoro non v'è nessuna ragione o benché minima legittimazione per il loro agire. Valgono piuttosto le parole di Gesù per chi sfrutta in tal modo la debolezza di persone semplici: "Sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da un asino, e fosse gettato negli abissi del mare! (Mt 18,1). E non posso neppure dimenticare qui quanto ancora Gesù diceva nel discorso della Montagna proibendo anche una parola offensiva perché contenente già i germi dell'odio e dell'omicidio (Mt 5,22... "Chi dice al fratello 'pazzo'!, sarà sottoposto al fuoco della Geenna".) Chi di noi ha l'età per ricordare i primi tempi della contestazione (fine anni '60 - inizio anni '70) sa che la noncuranza e la leggerezza, ostentata anche da chi avrebbe avuto la responsabilità di giudicare e di punire, rispetto ad atti minori di vandalismo e disprezzo del bene pubblico, ha aperto la via a gesti ben più gravi e mortiferi. Chi getta oggi il sasso e si sente impunito domani potrà buttare la bomba o impugnare la pistola. La "tolleranza zero" è, per ogni parola o gesto di odio, supportata anche da una regola evangelica.

Ma oltre alla domanda di un giudizio umano e morale severo su ogni anche piccola radice di disprezzo e di odio - da qualunque parte provenga e contro chiunque si eserciti, per smascherarla e in quanto possibile per esorcizzarla e disarmarla - emerge con insistenza in queste settimane nel cuore della gente anche una seconda domanda, questa di natura piuttosto politica e militare: il tipo di operazioni che si vanno facendo contro il terrorismo sarà efficace? Servirà davvero a scoraggiare i terroristi, a chiudere gli episodi macabri degli uomini-bomba, a creare le condizioni per un superamento delle cause di tante inquietudini? Ben pochi di noi hanno risposte certe e articolate a tutte queste questioni, anche per la loro complessità e per gli scenari e episodi diversi e mutevoli a cui esse si riferiscono. Ma ciò non toglie che esse gravino pesantemente sulle coscienze di tutti, in particolare di coloro che sono più direttamente responsabili di programmare le operazioni contro il terrorismo, di determinare le misure politiche, economiche, giudiziarie, culturali che si ritengono necessarie. Essi soli conoscono da vicino le circostanze e l'efficacia, positiva e negativa, dei bombardamenti e di altre azioni di guerra, dato anche che i mass media non sembrano aver un accesso se non limitato alle fonti dirette dei dati e delle strategie militari. Anche a questa domanda non osiamo dare qui una risposta. Essa è però connessa strettamente con la seguente.
La terza domanda è di tipo etico: ciò che si è fatto e si sta facendo contro il terrorismo specialmente a livello bellico rimane nei limiti della legittima difesa, o presenta la figura, almeno in alcuni casi, della ritorsione, dell'eccesso di violenza, della vendetta? E' chiaro che il diritto di legittima difesa non si può negare a nessuno, neppure in nome di un principio evangelico. Ma occorre una continua vigilanza e un costante dominio su di sé e delle proprie passioni individuali e collettive per far sì che nella necessaria azione di prevenzione e di giustizia non si insinui la voluttà della rivalsa e la dismisura della vendetta. Si era avuta l'impressione che questi principi di cautela fossero presenti nei primi giorni della reazione ai terribili attentati dell'11 settembre. Ma ora a che punto siamo? Non ha forse l'ansia di vittoria e il dinamismo della violenza preso la mano diminuendo la soglia di vigilanza sulle azioni di guerra che potrebbero essere non strettamente necessarie rispetto agli obiettivi originari e soprattutto colpire popolazioni inermi? E' qui che il principio della legittima difesa viene messo gravemente in questione: esso non può essere impunemente scavalcato senza creare più odi e conflitti di quanto non pretenda risolverne. Sembra questo in particolare il caso, è doloroso dirlo, di quanto continua a succedere in maniera crescente in Medio Oriente. Da una parte un terrorismo folle e suicida contro cittadini pacifici e anche tanti bambini, un terrorismo che non conduce da nessuna parte e che suscita un crescendo di ira, indignazione e orrore. Dall'altra atti di rappresaglia, che è difficile definire ancora come operazioni di legittima difesa, che colpiscono popolazioni inermi, e anche qui tanti bambini. Vi si aggiungono in più vere e proprie azioni belliche, di fronte alle quali anche l'osservatore più imparziale e sinceramente desideroso e convinto del bisogno di una piena sicurezza per il paese che così agisce, non riesce più a cogliere quale sia quella strategia della pace e della sicurezza che pure è sempre nel desiderio di tutto quel popolo la cui sopravvivenza è essenziale per il futuro della pace nella regione e nel mondo intero.

Queste domande sono nel cuore di tanta gente e su di esse vi sarebbe ancora tanto da discutere. Ma esse, pur facendo riferimento a elementi etici di estrema gravità, non sono di competenza solo e spesso neanche in prima istanza della Chiesa. Non spetta alla Chiesa dare l'ultimo giudizio pratico su atti di cui solo pochi conoscono le modalità ultime e precise. Sollevando interrogativi come quelli espressi sopra non ho voluto tanto esprimere giudizi definitivi quanto aiutare me e voi a riflettere seriamente e soprattutto stimolare i competenti e i responsabili a pesare ogni loro opinione e azione su una bilancia di rigorosa giustizia e di rispetto dei diritti umani di ognuno. Tali responsabili veramente competenti non sono probabilmente molti. Certamente assai meno di quanto non si pensi o non appaia dal numero e dalla molteplicità delle opinioni che vengono espresse, spesso con tanta sicurezza. Sono pochi infatti a conoscere a fondo tutti i dati disponibili sui terroristi, i loro progetti, le loro risorse. Poche sono le notizie che realmente filtrano sugli atti di guerra e le loro conseguenze, la natura delle resistenze e gli ambiti delle strategie. Le autorità politiche e militari responsabili - me ne rendo conto - pagano qui una misura ardua di solitudine a fronte di decisioni che coinvolgono la vita di milioni di persone.
Per questo è tanto più prezioso il controllo democratico stabile e metodico esercitato dai Parlamenti e da una opinione pubblica intelligente e non faziosa, correttamente informata prima sul varo e poi sulla conduzione degli eventuali interventi.
(1 - continua)

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