A causa di tutto
ciò ci impressiona e ci scuote ancora di più l'atteggiamento
di Gesù nel brano di Luca da cui siamo partiti e al quale ora vorrei
ritornare. C'è infatti un'ulteriore domanda oltre alle quattro che
abbiamo sin qui richiamato a proposito dei fatti attuali di terrorismo e di
guerra. E' una domanda molto semplice, di natura evangelica. Suona così:
che cosa ci direbbe oggi Gesù su quanto abbiamo evocato fin qui? Che
cosa ci suggerirebbe nello spirito del Discorso della Montagna, nel quadro
delle beatitudini dei misericordiosi e degli operatori di pace?[
] Superando
ogni giudizio morale categoriale sulle azioni di singoli o di gruppi, Gesù
rimanda alla radice profonda di tutti questi mali, cioè alla peccaminosità
di tutti, alla connivenza interiore di ciascuno con la violenza e il male,
ripetendo per ben due volte: "se non vi convertite, perirete tutti allo
stesso modo". Egli invita a cercare in ciascuno di noi i segni della
nostra complicità con l'ingiustizia. Ci ammonisce a non limitarsi a
sradicarla qui o là, ma a cambiare scala di valori, a cambiare vita.Ciò
in un primo momento ci sorprende. Ci sembra una fuga dal presente, un volare
troppo alto di fronte a eventi che richiedono con urgenza decisioni e giudizi.
Ci sembra un generalizzare un problema che rischia di confondere torti e ragioni,
carnefici e vittime, tutti accomunati sotto un unico denominatore.
Ma Gesù non intende per nulla togliere a ciascuno la sua concreta responsabilità.
Ognuno è responsabile delle sue azioni e ne porta le conseguenze. Per
questo Gesù disse a Pietro che tentava di difenderlo con la forza quando
vennero per arrestarlo: "Rimetti la spada nel fodero, perché tutti
quelli che metteranno mano alla spada periranno di spada" (Mt 26,52).
Gesù sa che ciascuno deve prendere le sue decisioni morali di fronte
alle singole situazioni. Ma gli importa molto di più segnalare che
tutti gli sforzi umani di distruggere il male con la forza delle armi non
avranno mai un effetto duraturo se non si prenderà seriamente coscienza
di come le cause profonde del male stanno dentro, nel cuore e nella vita di
ogni persona, etnia, gruppo, nazione, istituzione che è connivente
con l'ingiustizia. Se non si mette mano a questi ambiti più profondi
mutando la nostra scala di valori tra breve ci ritroveremo di fronte a quei
mali che abbiamo cercato con ogni sforzo esteriore di eliminare.
E' così che i Vescovi provenienti da tutto il mondo e riuniti in Sinodo
nel mese di ottobre 2001 hanno valutato la situazione odierna. Hanno detto
nel loro messaggio finale: "La nostra assemblea, in comunione con il
santo Padre, ha espresso la più viva sofferenza per le vittime degli
attentati del 11 settembre e per le loro famiglie. Preghiamo per loro e per
tutte le vittime del terrorismo nel mondo. Condanniamo in maniera assoluto
il terrorismo, che nulla può giustificare. D'altronde non abbiamo potuto
non ascoltare, nel corso del Sinodo, l'eco di tanti altri drammi collettivi....
Secondo osservatori competenti dell'economia mondiale, l'80% della popolazione
del pianeta vive con il 20% delle sue risorse e un miliardo e duecento milioni
di persone sono costretti a vivere con meno di un dollaro al giorno. Si impone
un cambiamento di ordine morale". (nn.9-10). Più sotto (n. 11)
i vescovi elencano alcuni " mali endemici, troppo a lungo sottovalutati,
che possono portare alla disperazione intere popolazioni. Come tacere di fronte
al dramma persistente della fame e della povertà estrema, in un'epoca
in cui l'umanità ha a disposizione come non mai gli strumenti per un
equa condivisione? Non possiamo non esprimere la nostra solidarietà
con la massa dei rifugiati e degli immigrati che, a causa di guerra, in conseguenza
di oppressione politica o di discriminazione economica, sono costretti ad
abbandonare la propria terra...".
Sono tanti i mali da deplorare e da sconfiggere: oltre il terrorismo e la
violenza va condannata ogni ingiustizia e va eliminato ogni affronto alla
dignità umana Ci chiediamo: sarà possibile una tale inversione
di tendenza? Osiamo affermare di sì anzitutto perché un simile
raddrizzamento della scala dei valori è necessario per il superamento
di quella conflittualità crescente che mira alla distruzione reciproca
dei contendenti. In secondo luogo perché contiamo sulla grazia di Dio
e sulla ragionevolezza di fondo dell'uomo. In terzo luogo perché come
cristiani (e anche in questo ci distinguiamo da un mondo Occidentale fino
a poco fa sicuro di sé ma ora molto più incerto e sempre più
povero di speranza trascendente) abbiamo la certezza che se il male abbonda
è perché sovrabbondi la grazia della conversione e del perdono.
Anche se lasciamo al Signore della storia il calcolo dei tempi, sappiamo che
è ben possibile che maturi di nuovo in Occidente, forse proprio sotto
la spinta di eventi così drammatici, la percezione che è necessario
un cambio di vita, l'adozione di una nuova scala di valori. In un articolo
recente si parlava, a proposito di tale riconoscimento, di "Apocalisse",
nel senso etimologico di un "alzare il velo" di "una rivelazione"
(Enzo Bianchi, Le apocalissi dell'11 settembre, La Repubblica 27.10.01). In
questo contesto si tratta di una rivelazione del male in cui siamo immersi,
dell'assurdità di una società il cui dio è il denaro,
la cui legge è il successo e il cui tempo è scandito dagli orari
di apertura delle borse mondiali. Una società che giunge quasi al ridicolo
nella sua ricerca affannosa di investimenti virtuali, di transazioni puramente
mediatiche e che pretende di esportare messianicamente questo modo di vedere
in tutto il mondo. E' questa la globalizzazione che è giusto rifiutare.
Come ha scritto recentemente Tommaso Padoa Schioppa "la strada che porta
alla sicurezza è assai più lunga di quella che ha portato a
Kabul. La strada è anche assai più faticosa, perché su
di essa siamo noi a dover camminare, non militari o Paesi lontani. E camminare
vuol dire modificare nostri modi di vivere, nostri pensieri, nostri sistemi
politici. Possiamo chiederci: abbiamo incominciato?" (Corriere della
Sera, 18.11.01). Ma se ciò vale per l'economia e la politica, perché
non dovrebbero aprirsi anche nel campo della moralità nuovi spazi per
un rinnovato impegno di serietà e di giustizia, per una ricerca del
significato profondo della vita, per una maggiore apertura sul mistero di
Dio? Non ha forse Dio "rinchiuso tutti nella disobbedienza" di conflitti
senza via di uscita "per usare a tutti misericordia?" (Cfr Rom 11,32).
Ma non è così importante sapere se ciò si avvererà
presto. In fondo, come diceva Bonhoeffer "per chi è responsabile
la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in questo affare,
ma: quale potrà essere la vita per la generazione che viene? Solo da
questa domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde"
(Resistenza e Resa, p. 64). Ciò che dunque urge è dirci che
se non avviene un cambio radicale nella scala dei valori, se non vengono messi
al primo posto la pace, la solidarietà, la mutua convivenza, l'accoglienza
reciproca, l'ascolto e la stima dell'altro, l'accettazione, il perdono, la
riconciliazione delle differenze, il dialogo fraterno e quello politico e
diplomatico, mentre vengono contemporaneamente messe al bando le rappresaglie
della guerra, se non vengono disarmante non solo le mani ma anche le coscienze
e ci cuori, noi avremo sempre a che fare con nuove forme di violenza e anche
di terrorismo. Riusciremo magari a spegnerle per un momento ma per vederle
poi risorgere impietosamente altrove.
Come ha ripetuto ancora il 4 dicembre 2001 il Papa a proposito del conflitto
in Medio Oriente: "La violenza non risolve mai i conflitti, ma soltanto
ne accresce le drammatiche conseguenze". Ha perciò lanciato "un
nuovo pressante appello alla comunità internazionale , affinché
con sempre maggiore determinazione e coraggio aiuti israeliani e palestinesi
a spezzare questa inutile spirale di morte. Siano ripresi immediatamente i
negoziati, perché si possa giungere finalmente alla tanto desiderata
pace". Inoltre il Papa ha stimolato, con un gesto assolutamente nuovo
nella storia del rapporto Cristianesimo - Islam, tutti i cattolici a unirsi
spiritualmente il 14 dicembre prossimo alla conclusione del solenne digiuno
musulmano del Ramadan, per affermare che c'è e ci deve essere un clima
di rispetto tra le due religioni. Di qui avrà inizio un particolare
tempo di conversione, di ritorno al Signore nel cammino faticoso della storia
verso la pienezza della verità e della carità, che culminerà
il 24 gennaio 2002 in una grande preghiera interreligiosa per la pace ad Assisi
con la partecipazione del Papa. Sono gesti che intendono affermare a tutto
il mondo che mai per nessun motivo le religioni devono divenire fonte di conflitto,
ma al contrario occasione e strumento di pace.
Devo avviarmi
a concludere questo discorso, che inevitabilmente rischia di coinvolgerci
in sempre nuove direzioni, perché la violenza e il male sono dappertutto
e stanno alla radice di tutto. Ma il bene zampilla da una sorgente ancora
più profonda e innaffia, risana e rigenera continuamente questa radice
di male e di amarezza. E' importante però che riconosciamo che dobbiamo
fare ciascuno la nostra parte e ascoltare l'appello che ci raggiunge. Il momento
drammatico che stiamo vivendo è un forte richiamo alla conversione
e al riconoscimento della nostra connivenza con i mali del mondo. Sottolineo:
con i mali di tutti, sotto ogni latitudine e non del solo mondo occidentale.
Certamente esso ha i suoi gravissimi torti, le sue cecità, i suoi idoli,
i suoi deliri di onnipotenza. Per questo la Chiesa, neppure quella Occidentale,
che cioè ha vissuto storicamente e tuttora vive in questo ambito e
si è sempre sforzata di dargli un'anima , non si è mai riconosciuta
né identificata del tutto con esso né tanto meno si identifica
ora in un ambito nel quale gloriose tradizioni di libertà e dignità
umana convivono - in un clima crescente di compromissione - con un individualismo
senza regole, con il culto del denaro, del successo, dell'immagine e della
potenza. Ma pur con tutto ciò non dobbiamo ritenere che sia solo il
nostro mondo occidentale quello chiamato da Gesù a cambiar vita. Il
Signore afferma due volte, nel testo di Luca da cui siamo partiti (13,3.5):
"se non cambierete vita, perirete tutti!". La follia dell'autodistruzione,
che assume nelle odierne culture innumerevoli forme, minaccia tutti quanti.
Gli spettri della corruzione, del malgoverno, del prevalere dell'interesse
privato e tribale su quello pubblico, della dittatura e del primato della
forza e delle armi, stanno succhiando il sangue di innumerevoli poveri della
terra.. Sarebbe troppo facile trovare un solo capro espiatorio e una sola
vittima. Zizzania e buon grado sono intrecciati profondamente in ogni angolo
del pianeta. Gesù sa che il male è nascosto nel cuore di ogni
uomo e di ogni cultura, sa che siamo "generazione incredula e perversa"
(Mt 17,17). Dobbiamo in altre parole renderci conto che di certe pesti che
ammorbano il mondo (e di cui i conflitti bellici e gli attentati sono una
delle manifestazioni) non è soltanto colpevole l'uno o l'altro individuo
o popolo lontano da noi o vicino a noi, ma ne siamo tutti in qualche modo,
ciascuno per la sua parte, conniventi e corresponsabili.
Se, spinti da eventi tragici che mai avremmo voluto neppure immaginare, l'invito
di Gesù a cambiare scala di valori e criteri di giudizio cominciasse
a venire accolto, ne emergerebbe una società più pensosa, una
gioventù meno dissipata e meno avida di divertimenti, conscia delle
proprie responsabilità per il futuro del pianeta; pronta anche ad ascoltare
il richiamo per aprirsi a esistenze consacrate al servizio totale di Dio e
del prossimo. E di tutto questo inizio di cammino positivo noi, grazie a Dio,
siamo anche i gioiosi testimoni, per poco che sappiamo guardarci intorno con
gli occhi della speranza.
Ma non potrei
concludere questo discorso senza ritornare a quella che ne fu la sua ispirazione
principale fin dall'inizio, cioè il grande bene della pace: se abbiamo
infatti cominciato con l'ascoltare Gesù che parlava della violenza
(Lc 13,1-5), ciò era solo perché a Lui - e oggi alla sua Chiesa
- una cosa sta sommamente a cuore: la pace! Infatti la pace è il più
grande bene umano, perché è la somma di tutti i beni messianici.
Come la pace è sintesi e simbolo di tutti i beni, così la guerra
è sintesi e simbolo di tutti i mali. Non si può mai volere la
guerra per se stessa, perché è sistematica violazione di sostanziali
diritti umani. Vi saranno al limite casi di legittima difesa di beni irrinunciabili.
Però il contrasto all'azione ingiusta, non di rado doveroso e meritorio,
deve restare nei limiti strettamente necessari per difendersi efficacemente.
Potranno anche essere necessarie coraggiose azioni di "ingerenza umanitaria"
e interventi volti alla restituzione e al mantenimento della pace in situazioni
a gravissimo rischio. Ma non saranno ancora la pace.
Pace non è solo assenza di conflitto, cessazione delle ostilità,
armistizio. Non è neppure soltanto la rimozione di parole e gesti offensivi
(Mt 5,21-24), neppure solo perdono e rinuncia alla vendetta, o saper cedere
pur di non entrare in lite (Cfr. Mt 5,38-47). Pace è frutto di alleanze
durature e sincere, (enduring covenants e non solo enduring freedom), a partire
dall'Alleanza che Dio fa in Cristo perdonando l'uomo, riabilitandolo e dandogli
se stesso come partner di amicizia e di dialogo, in vista dell'unità
di tutti coloro che Egli ama. In virtù di questa unità e di
questa alleanza ciascuno vede nell'altro anzitutto uno simile a sé,
come lui amato e perdonato, e se è cristiano legge nel suo volto il
riflesso della gloria di Cristo e lo splendore della Trinità. Può
dire al fratello: tu sei sommamente importante per me, ciò che è
mio è tuo. Ti amo più di me stesso, le tue cose mi importano
più delle mie. E poiché mi importa sommamente il bene tuo, mi
importa il bene di tutti, il bene dell'umanità nuova: non più
solo il bene della famiglia, del clan, della tribù, della razza, dell'etnia,
del movimento, del partito, della nazione, ma il bene dell'umanità
intera: questa è la pace.
Ogni azione contro questo "bene comune", questo "interesse
generale" affonda le radici nella paura, nell'invidia e nella diffidenza.
Genera i conflitti e nutre gli odi che causano le guerre. Ci vorrà
una intera storia e superstoria di grazia per compiere questo cammino. Ma
è questa la pace che è meta della vicenda umana.
6. ALCUNI IMPERATIVI IMMEDIATI
1. Abbiamo anzitutto
un grande bisogno di percepire dentro di noi una fontana zampillante di pace
che ci apra alla fiducia nella possibilità di passi concreti e semplici
verso un cambiamento di stile di vita e di criteri di giudizio, unica via
a un cammino serio di pace. [
]
2. Per evitare di essere trascinati, anche non intenzionalmente, in uno scontro
di civiltà, occorrerà esercitarsi nell'arte del dialogo, che
parte da una chiara coscienza della propria identità e della ricchezza
dei linguaggi con cui esprimerla e renderla accessibile smontando i pregiudizi,
i cavilli e le false comprensioni.
3. Per questo sarà importante imparare a conoscere le altre religioni,
in particolare l'Ebraismo e l'Islam, scrutando di ciascuna la storia, letteratura,
le ricchezze spirituali, le profondità mistiche, il pluralismo espressivo,
anche quello sociale e politico.
4. Ma soprattutto occorrerà educare a gesti, pensieri e parole di perdono,
di comprensione e di pace, usando tolleranza zero per ogni azione che esprima
sentimenti di xenofobia, di antisemitismo, di minor rispetto di qualunque
sentimento e tradizione religiosa. Questo richiede che anche gli altri rispettino
e apprezzino quei segni religiosi che sono stati e sono tuttora per noi la
via e il simbolo che ci permette oggi di offrire a tutti ospitalità
e pace.
5. E superfluo ricordare quanto la scuola e l'università siano chiamate
a educare al dialogo, al confronto sereno, per aiutare a riflettere motivatamente
sui gravi problemi in discussione a livello internazionale ma anche nazionale
e regionale ( e non soltanto perciò sui temi della pace e della guerra,
ma anche oggi su temi per noi gravi e urgenti come la giustizia e la sanità)
. Grande sarà in questo senso il compito e la responsabilità
dell'autonomia scolastica.
[
]
6
dicembre 2001
Carlo Maria Martini
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