Mi indicherai il sentiero della vita gioia piena nella tua presenza (Sal 16[15],11)
È naturale
che, con il passare degli anni, diventi familiare il pensiero del tramonto.
Se non altro, ce lo ricorda il fatto stesso che le file dei nostri parenti,
amici e conoscenti vanno assottigliandosi: ce ne rendiamo conto in varie circostanze,
ad esempio quando ci ritroviamo per riunioni di famiglia, per incontri con
i nostri compagni d'infanzia, di scuola, di università, di servizio
militare, con i nostri colleghi di seminario... Il confine tra la vita e la
morte attraversa le nostre comunità e si avvicina a ciascuno di noi
inesorabilmente. Se la vita è un pellegrinaggio verso la patria celeste,
la vecchiaia è il tempo in cui più naturalmente si guarda alla
soglia dell'eternità.
E tuttavia anche noi anziani facciamo fatica a rassegnarci alla prospettiva
di questo passaggio. Esso infatti presenta, nella condizione umana segnata
dal peccato, una dimensione di oscurità che necessariamente ci intristisce
e ci mette paura. E come potrebbe essere diversamente? L'uomo è
stato fatto per la vita, mentre la morte - come la Scrittura ci spiega fin
dalle prime pagine (cf. Gen 2-3) - non era nel progetto originario di Dio,
ma è subentrata in seguito al peccato, frutto dell'invidia del diavolo
(Sap 2,24). Si comprende dunque perché, di fronte a questa realtà
tenebrosa, l'uomo reagisca e si ribelli. È significativo a tal proposito
che Gesù stesso, provato in ogni cosa come noi, escluso il peccato
(Eb 4,15), abbia avuto paura di fronte alla morte: Padre, se possibile,
passi da me questo calice (Mt 26,39). E come dimenticare le sue lacrime
davanti alla tomba dell'amico Lazzaro, nonostante che egli si accingesse a
risuscitarlo (cf. Gv 11,35)?
Per quanto la morte sia razionalmente comprensibile sotto il profilo biologico,
non è possibile viverla con naturalezza. Essa contrasta con
l'istinto più profondo dell'uomo. Ha detto in proposito il concilio:
In faccia alla morte l'enigma della condizione umana diventa sommo. Non
solo si affligge, l'uomo, al pensiero dell'avvicinarsi del dolore e della
dissoluzione del corpo, ma anche, e anzi più ancora, per il timore
che tutto finisca per sempre. Certo, il dolore resterebbe inconsolabile,
se la morte fosse la distruzione totale, la fine di tutto. La morte costringe
perciò l'uomo a porsi le domande radicali sul senso stesso della vita:
che c'è oltre il muro d'ombra della morte? Costituisce essa il termine
definitivo della vita o esiste qualcosa che l'oltrepassa?
Non mancano,
nella cultura dell'umanità, dai tempi più antichi ai nostri
giorni, risposte riduttive, che limitano la vita a quella che viviamo su questa
terra. Nello stesso Antico Testamento, alcune annotazioni nel Libro di Qoèlet
fanno pensare alla vecchiaia come a un edificio in demolizione e alla morte
come alla sua totale e definitiva distruzione (cf. Qo 12,1-7). Ma, proprio
alla luce di queste risposte pessimistiche, acquista maggior rilievo la prospettiva
piena di speranza,che emana dall'insieme della rivelazione, e specialmente
dal Vangelo: Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi (Lc 20,38).
Attesta l'apostolo Paolo che il Dio che dà vita ai morti (cf. Rm 4,17)
darà la vita anche ai nostri corpi mortali (cf. Rm 8,11). E Gesù
afferma di se stesso: Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me,
anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà
in eterno (Gv 11,25-26).
Cristo, avendo varcato i confini della morte, ha rivelato la vita che sta
oltre questo limite in quel territorio inesplorato dall'uomo che è
l'eternità. Egli è il primo testimone della vita immortale;
in lui la speranza umana si rivela piena di immortalità. Se ci rattrista
la certezza di dover morire, ci consoli la promessa dell'immortalità
futura. A queste parole, che la liturgia offre ai credenti come conforto
nell'ora del commiato da una persona cara, segue un annuncio di speranza:
Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata;
e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata
un'abitazione eterna nel cielo.
In Cristo la morte, realtà drammatica e sconvolgente, viene riscattata
e trasformata, fino a manifestare il volto di una sorella che ci conduce
tra le braccia del Padre.
(continua)
Giovanni Paolo II
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