C’é chi le guerre in Oriente le ha viste le ha raccontate, e non ha mai creduto né a guerre giuste né a guerre sante. Uno di questi testimoni é il fiorentino Tiziano Terzani, l’autore di “Lettere contro la guerra”.
Pochi giornalisti italiani conoscono l’Oriente come Terzani. Ha vissuto per anni - con moglie e figli - in Cina, in Giappone, in India. Da inviato di guerra, ha seguito i drammatici conflitti orientali, dal Vietnam in poi. All’occorrenza ha saputo rischiare di persona al fine di cogliere le cose dal vivo per i lettori di Der Spiegel, del Corriere della Sera, di Repubblica. Così, nel 1995, s’infiltra nei campi d’addestramento e nelle scuole dei terroristi afghani di Bin Laden. Ne esce sgomento, dopo aver ascoltato uomini imbevuti di violenza e di vendetta (“non sempre gratuita”) verso l’Occidente.
Ben prima del fatidico 11 settembre 2001, Terzani rende conto ai suoi lettori dell’abisso sociale, economico e ideologico che separa pericolosamente i due mondi. Circa due anni fa - con alle spalle oltre trent’anni di giornalismo - Terzani progetta di ritirarsi dalla professione e di dividersi tra la casa di Orsigna (Pistoia) e una “baita nell’Himalaya, dinanzi alle più divine montagne del mondo”. Ma accadono fatti repentini e il progetto sfuma.(Gli aveva detto un vecchio indiano: “Vuoi far ridere Dio? Raccontagli i tuoi progetti”). La notizia dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle, la reazione degli Stati Uniti e la lettura del libro di Oriana Fallaci (“La Rabbia e l’Orgoglio”) lo addolorano e lo assillano. Decide di ritornare in Afghanistan, vuole rivedere il paese dopo la cacciata dei talebani.
Compie così un “pellegrinaggio per capire e riflettere”. Parte da Orsigna (14 settembre 2001), tocca Firenze, si spinge fino a Peshawar e a Quetta (due città di frontiera tra Pakistan e Afghanistan), arriva tra il caos e le macerie di Kabul, fa tappa a Delhi (patria di Gandhi, il Mahatma, la grande anima della non violenza) e infine, “lasciata la pianura”, sale al suo rifugio nell’Himalaya (17 gennaio 2002), per trovare il bandolo della matassa dei suoi pensieri. Le cose viste e i pensieri maturati in questo suo pellegrinaggio Terzani li raccoglie - sotto la forma colloquiale della lettera - nel volume “Lettere contro la guerra” che é una civile risposta alle tesi e all’ira di Oriana Fallaci. Ma é soprattutto un appassionato atto di fede nella “non - violenza” e nella comprensione delle ragioni dell’altro e del diverso, come via d’uscita dall’odio e dalla vendetta. Il barbaro attentato alle Torri Gemelle é pensato, da Terzani, come un’occasione che obbliga la nostra generazione a trovare un cammino diverso da “quello che ci ha portato all’oggi e che potrebbe portarci al nulla”. E’ un dovere che incombe non solo sui “politici”, ma anche su ciascuno di noi. Nella lettera da Firenze indirizzata alla Fallaci, sua concittadina e amica di gioventù, Terzani dice: “Oriana, a differenza dei politici noi abbiamo poco da decidere... Ma questo c’impone anche grande responsabilità, come quella di andare dietro alla verità e di creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia”. La violenza conduce alla violenza: “Un cecchino palestinese uccide una donna israeliana, gli israeliani reagiscono ammazzando due palestinesi, un palestinese s’imbottisce di tritolo e va a farsi saltare in aria assieme ad una decina di giovani israeliani; gli israeliani mandano un elicottero a bombardare un pulmino carico di palestinesi, i palestinesi... e avanti di questo passo. Fin quando? Finché son finiti tutti i palestinesi? tutti gli israeliani? tutte le bombe?”. Bisogna pur interrompere il ciclo.
Terzani sente dirsi: “Bei discorsi. Ma che fare?”. Lui, “kamikaze della pace”, risponde che é giunto il momento di uscire allo scoperto, il momento d’impegnarsi per i valori in cui si crede. Una civiltà si rafforza con la determinazione morale, molto più che con nuove armi.
![]() |
![]() |
||
![]() |
|||
![]() |
|||
![]() |
|||