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PAROLA AMICA - NOVEMBRE 2000:

tema: visitare i carcerati

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·         La parola del parroco:
La parrocchia: una famiglia e la sua casa

·         Speciale GMG ROMA 2000

·         Il tema: visitare i carcerati

 


La parrocchia: una famiglia e la sua casa

Carissimi Parrocchiani,

    siamo riconoscenti al Signore perché questo anno giubilare continua a offrirci messaggi forti di fede e di conversione. Dopo la testimonianza gioiosa della Giornata Mondiale della Gioventù, anche il recente Giubileo delle Famiglie ci ha commosso e ci ha richiamato la mirabile vocazione degli sposi a servizio dell’amore e della vita. Ancora una volta la TV ci ha permesso di seguire attentamente il forte insegnamento del Papa e di condividere i sentimenti dei pellegrini riuniti a Roma.
Durante l’anno giubilare già sei sono stati i nostri pellegrinaggi a Roma: in febbraio quello dell’UNITALSI, in marzo quello dei quattordicenni con il Decanato, in aprile quello parrocchiale, in agosto quello dei giovani per la Giornata Mondiale e un altro parrocchiale con Don Silvio, in settembre quello delle famiglie con Don Vittorio; ancora in novembre altri parrocchiani e alcuni chierichetti parteciperanno con Don Ambrogio al pellegrinaggio diocesano: in tutto trecento persone, senza contare chi ha fatto il suo pellegrinaggio in altri momenti o nei santuari mariani.
Tanta partecipazione alla fonte della grazia, tante esperienze di preghiera e di fraternità cristiana, devono rinnovare e arricchire anche la nostra vita parrocchiale ed è per questo che il 24 Settembre abbiamo tenuto l’Assemblea Parrocchiale di Apertura, un momento ben preparato e partecipato attentamente da oltre un centinaio di persone. In quella occasione ho indicato a tutta la comunità parrocchiale alcune mete pastorali da realizzare nell’anno 2000-2001 come continuazione del Giubileo. Le ho pubblicate su “Parola Amica” di ottobre e vorrei che i vari gruppi e le varie età riprendessero in esame quei cinque punti e li sviluppassero in riferimento alla loro situazione e alla loro attività. Così il desiderio di bene e la fiducia che prima la Missione e poi il Giubileo ci hanno infuso, potranno orientare e rinvigorire anche la nostra vita comunitaria e la Parrocchia, guidata e riunita dallo Spirito del Signore, assumerà più chiaramente una coscienza comunitaria e il “volto” di famiglia dei discepoli del Signore.
E poiché ogni famiglia ha bisogno di una casa, cioè di un ambiente in cui vivere, voglio questa volta ragionare un po’ con voi sui nostri ambienti parrocchiali, che sono la casa della comunità parrocchiale, anche perché in questo mese di novembre inizieranno i lavori di ristrutturazione per la nuova destinazione caritativa del Centro S. Stefano.
Sulle ragioni e gli obiettivi di questa ristrutturazione avevo già scritto su “Parola Amica” di luglio-agosto e sulle modalità con cui abbiamo definito il piano di ricupero e di finanziamento avevo scritto a settembre. Poi nelle ultime domeniche di settembre e in occasione dell’Assemblea sono stati esposti i disegni planimetrici della futura costruzione, con una indicazione anche degli spazi che verranno assegnati alle Associazioni e ai Servizi che avevano fatto richiesta e sono stati poi verificati dalla apposita commissione.
Chi ha esaminato quei disegni avrà visto che negli spazi assegnAti non sono ancora indicate le divisioni in locali, perché queste saranno definite dalle Associazioni assegnatarie e saranno realizzate con pannelli prefabbricati che permettono più facilmente successive variazioni. Inoltre è da ricordare che nell’edificio del nuovo S. Stefano saranno realizzate anche l’abitazione per un sacerdote e due monolocali per ospitalità temporanee a carattere sociale. Altri spazi poi saranno a carattere comune: anzitutto un piccolo luogo di preghiera, di lettura, di colloquio spirituale; poi al primo piano un’ampia sala di riunione e al pianterreno uno spazioso locale bar; infine nel seminterrato vasti spazi a uso deposito per le esigenze pastorali e caritative. E’ ancora da decidere se mantenere il gioco delle bocce, comunque è sicuro che il cortile interno non sarà adibito a parcheggio, ma sistemato a verde per essere luogo di ritrovo e svago per pensionati e famiglie.
Il trasferimento al nuovo Centro S. Stefano di alcuni Associazioni lascerà liberi i locali parrocchiali, alla luce di tre esigenze: un corretto utilizzo pastorale, una gestione il meno onerosa possibile, una continua manutenzione. E’ chiaro che alla luce di queste tre esigenze il patrimonio immobiliare della Parrocchia appare sovradimensionato rispetto alle esigenze e oneroso rispetto alla gestione e alla manutenzione, tenendo conto che abbiamo poi tre chiese e che quelle non si possono certo alienare.
Dobbiamo quindi essere disponibili in prospettiva a qualche vendita, per ridurre e razionalizzare il patrimonio edilizio. A questo proposito ricordo quanto ho già scritto e cioè che la vendita “tout court” del Centro S. Stefano è stata esclusa per la centralità urbanistica dell’immobile e per l’importanza dell’esperienza cristiana e educativa che lì i cattolici vimercatesi hanno vissuto e va continuata. La stessa Curia ci aveva raccomandato di non alienare il Centro S. Stefano, che già la presenza del Gabbiano aveva rilanciato in una nuova dimensione cittadina. D’altra parte ricordo che l’attuale operazione è finanziata anche con la vendita di parte del prato con la sua edificabilità.
Su questi problemi di destinazione e gestione degli ambienti parrocchiali si è discusso due anni fa in Consiglio Pastorale, dove è stata sostenuta l’esigenza di una valutaZione globale e di una destinazione integrata. Il problema non è certamente chiuso e richiede una ripresa che, ferme restando alcune destinazioni fondamentali, deve anche tener conto delle esigenze pastorali che evolvono con il passare degli anni e delle situazioni.

Carissimi parrocchiani, ho condiviso con voi questi miei pensieri sulla “famiglia” parrocchiale e sulla sua “casa” e sarò lieto se anche voi condividerete con me le vostre valutazioni, nel Consiglio Pastorale o personalmente.

Vostro

Don Giuseppe

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Dalla Francia con amicizia

la scommessa della speranza


Speciale GMG ROMA 2000

Seconda parte

Dopo aver presentato le riflessioni fatte a gruppi da parte dei giovani della nostra parrocchia, allarghiamo l’obiettivo presentando una lettera giunta dalla Francia e precisamente da una ragazza tra i giovani ospitati a Vimercate dal 10 al 14 agosto.
Aggiungiamo poi tra scritti di giovani di altre parrocchie di Vimercate, ma il materiale poteva essere ancora di più perché sono molti i frutti che maturano nel ricordo di quell’esperienza straordinaria che è stata la Giornata Mondiale dei giovani 2000. Ci scusiamo quindi di non poter pubblicare tutti gli scritti pervenuteci in redazione, mentre invitiamo alla lettura di queste consolanti testimonianze.
Quando si arriva alle giornate mondiali della Gioventù, non si sa che cosa  aspettarsi. Ci si va un poco con gli occhi chiusi, sicuri di farci mille scoperte, di ripartire con gli occhi spalancati, risplendenti di gioia. Io sono arrivata a Milano il 10 agosto per raggiungere il gruppo di Douai nella città di Vimercate.
Arrivo lì senza sapere troppo che cosa io sono venuta a cercarvi, ma il cuore pieno di speranze senza nome.
E tutto avviene nell’incontro, nello spostamento, nel gesto. Perché, come se vi dimenticassero in una stazione ferroviaria sconosciuta a mezzanotte, tocca a voi fare il primo passo, quel passo per trovare ciò che si cerca.
Piazza S. Pietro, Giovanni Paolo II respira la serenità e l’amore. Ci dice di avere fiducia, ci dice che Dio ci ama e che l’uomo è fatto per vivere. Si è venuti a cercare Gesù Cristo, si è lì per trovare risposte all’angoscia di vivere, oggi, da cristiano ed essere giovane nello stesso tempo. Perché questo sembra qualche volta talmente incompatibile!
Il Papa spiega giustamente che “la nostra società ha un immenso bisogno di questa testimonianza, i giovani ne hanno bisogno più che mai, loro che sono tentati dal miraggio di una vita facile e comoda, dalla droga e dall’edonismo per trovarsi in seguito nella spirale del non-senso, della violenza” (Tor Vergata).
Queste giornate sono come un lungo messaggio di speranza che si svela: tutta un’assemblea di giovani che porta dentro di lei la Chiesa da vivere: una Chiesa viva, che si costruisce con noi, grazie a noi; è per questo che è così importante comprendere in che modo noi siamo cristiani e ciò che essere cristiani significa: risplendere d’amore e condividere questo amore con coloro che ci circondano, chiunque essi siano. Le giornate mondiali della Gioventù si vivono nell’incontro con l’altro, nell’ascolto, nella tolleranza, nel riso e nella gioia.
Malgrado il carattere smisurato dell’avvenimento, malgrado il caldo e la fatica, accade qui qualche cosa di meraviglioso, dei momenti in cui un vento di armonia, di condivisione e di un sentirsi bene sembra soffiare sul cuore di ciascuno.
Giovanni Paolo II ci invia in missione: “essere dei santi del nuovo millennio” essere dei porta-parola del più bel messaggio d’amore e di pace, quello di Cristo. Ed è raggianti di questa fiducia così radicata in noi che si sente ancora più forte la fede nell’Amore di Dio e la fede nell’uomo.
Essere cristiano, ritrovarsi il “cuore puro” e partire ogni giorno alla scoperta degli altri e di se stesso nell’amore di Cristo.
Si è in cammino sulla strada della Vita. Abbiamo accettato la scommessa della speranza sulla fatalità e il dubbio. “Signore, verso chi potremmo andare? Tu solo hai parole di vita eterna.”

Jean Léocadie Foucard

“SE SARETE QUELLO CHE DOVETE ESSERE, METTERETE FUOCO”

Queste parole pronunciate dal Papa durante le Giornate Mondiali della Gioventù a Roma, esprimono bene il senso che per noi ha avuto quest’avventura, e ci indicano la strada da intraprendere ora che siamo tornati. Il pensiero corre subito alle migliaia di fiammelle delle candele nella notte di Tor Vergata... dietro ogni candela una persona, che proviene (chissà!) forse dall’altra parte del mondo, ed è venuta fin qui per il nostro stesso motivo: “cercare Gesù Cristo” (Giovanni Paolo II). Prima di incontrare tante persone lontane abbiamo fatto una scoperta interessante. Quale? Che ci sono persone anche molto vicine a noi come i nostri coetanei di Velasca, Ruginello e Vimercate che sono venuti con noi a Roma, con cui abbiamo condiviso la gioia e anche la fatica; e come si sa condividere qualcosa permette di scoprirsi sempre meglio. Questo ha fatto partire un bel progetto, che sfruttato al meglio ci permetterà di rivivere una piccola Tor Vergata ad ogni incontro. E’ proprio bello sentire che non si cammina da soli! Proprio in quei giorni abbiamo compreso cosa vuol dire sentirsi uniti, sentirsi partecipi di qualcosa di grande che ci cambia. Alla fine di ogni giornata eravamo un po’ più stanchi, ma più ricchi d prima: abbiamo camminato insieme sotto il sole, abbiamo fatto lunghe code, abbiamo viaggiato scomodi su autobus super affollati, ma siamo felici. La nostra gioia ed il nostro entusiasmo sono visibili, vorremmo che non finissero mai!
Per questo vogliamo impegnarci, qui nella nostra città, a continuare il cammino che abbiamo cominciato: il 5 settembre ci siamo ritrovati tutti per celebrare insieme una Messa (come in quei giorni a Roma) e per scambiarci emozioni, ricordi, sensazioni che portiamo nel cuore. La prossima tappa sarà una fiaccolata per i nostri paesi che poi si congiungerà a Vimercate. Vogliamo proprio mettere fuoco al mondo! Messaggio speciale per Velasca, Ruginello e Vimercate: arrivederci a Toronto 2002!

I giovani di Oreno

Molte membra, un solo corpo

Ciò che più ha impressionato della Giornata Mondiale della Gioventù 2000, è stata l’enorme quantità di persone accorse a Roma da ogni parte del mondo. Tante le occasioni per conoscere gente nuova (africani, americani, asiatici...), purtroppo poco il tempo per approfondire la conoscenza. Solo la vita di gruppo poteva fornire l’occasione per formare nuove amicizie.
Quale miglior premessa per nuovi incontri ed amicizie che quella di partire con un gruppo di persone che si conoscono solo in parte?
Ed è così che le cinque Parrocchie Vimercatesi hanno partecipato insieme al Pellegrinaggio Giubilare dei Giovani, con lo scopo, non ultimo, di dare il via ad alcune attività comuni che coinvolgano tutti gli Oratori. Importante a questo proposito è stata la presenza di Don Vittorio, Don Ambrogio e Don Norberto, i quali hanno costituito un costante punto di riferimento per tutti noi giovani “pellegrini”.
Con entusiasmo noi giovani ed adolescenti di Velasca ci siamo uniti alle altre Parrocchie di Vimercate. Siamo concordi nel ritenere che ciò sia servito alla nostra piccola Parrocchia per allargare gli orizzonti e conoscere le realtà di comunità molto vicine a noi ma, in fondo, ancora molto lontane (non ricordiamo nessun episodio di collaborazione tra le cinque Parrocchie).
Sicuramente l’esperienza è stata positiva sotto molti punti di vista, ma anche molto difficile per via di molte “chiusure” che caratterizzano, in parte, le nostre comunità.
Ci auspichiamo che le difficoltà possano essere superate in futuro per avviare una proficua collaborazione. Stiamo vivendo in quella che ormai da molti è definita come “era della comunicazione”, non ha quindi nessun senso rimanere chiusi nel proprio piccolo mondo.
Dal canto nostro, ci sentiamo di fare un invito ad aprirsi alla differenza. La differenza è confronto, il confronto è CRESCITA! I

Gruppo di Velasca

Uno per tutti, tutti per Uno

“Sentinelle del mattino”, questa è la consegna più autorevole fatta dal Papa ai giovani del mondo.
Ripensando, a distanza di tempo, a questo mandato ne comprendiamo la profondità e lo spessore. Essere sentinelle rimanda ai verbi vigilare, custodire, conservare, insomma, qualcosa di prezioso e d’importante.
Ma custodire cosa e chi?
L’esperienza della G.M.G. ci ha offerto molti ricordi da trattenere nel cuore e da testimoniare nella vita; tra questi, senza dubbio, evidenziamo i valori della fraternità e della comunione. Sì, la vita di gruppo, contraddistinta dalla gioia e dalla fatica, ha caratterizzato la nostra permanenza romana, il nostro essere pellegrini nelle strade del mondo. I momenti di preghiera, gli incontri comunitari, dai più impegnativi a quelli più ludici, ci hanno spinti a scoprire il bisogno di non essere chiusi nell’orizzonte del proprio io e neppure in quello degli interessi personali, talvolta così capaci di porre differenze e distanze dagli altri.
Possedere uno sguardo più ampio è sinonimo di attenzione ai bisogni di coloro che ci vivono accanto ed espressione di amore verso una Chiesa universale e aperta a tutti.
La G.M.G. condivisa, dapprima tra i giovani delle parrocchie del vimercatese e poi, tra questi e i giovani di molte nazioni, è invito a possedere e custodire il desiderio di essere cittadini del mondo per amore di Cristo.
Tuttavia, quanto espresso nei desideri, deve necessariamente divenire concreta realtà, la teoria, come si suol dire, deve cedere il passo alla prassi. Ecco, allora, la convinzione che, quanto cominciata a Roma deve proseguire nel corso dei prossimi mesi, anzi auspichiamo, dei prossimi anni.
Continuità, condivisione e servizio, ci auguriamo diventino le “parole d’ordine” dei giovani del duemila ed un modo concreto per essere “Sentinelle del Mattino”.
Allora cosa dobbiamo custodire? Tutto ciò che ci richiama la bellezza di Dio. Custodire chi? Gli altri ed innanzitutto il rapporto con il Padre. Riusciremo nell’impresa? Con l’aiuto della grazia è possibile. Arrivederci alle prossime.

Gli amici di Ruginello

Il nostro itinerario giubilare

20 Settembre 2000: Pellegrinaggio alla Sindone e al Santuario di Crea

Nell’ambito delle celebrazioni giubilari, la nostra parrocchia ha organizzato un pellegrinaggio a Torino, in occasione dell’ostensione della Sindone e nel Monferrato, al Santuario della Madonna di Crea.
Guidati da don Silvio e don Ambrogio, prima di raccoglierci in preghiera davanti al sacro lenzuolo, abbiamo seguito un lungo percorso che, come esplicava la didascalia di un quadro, posto all’ingresso, è simbolo del cammino di Gesù verso la Croce, in unione con tutti gli uomini di Fede. Al suo termine, la visione di un filmato ci ha dato modo di riflettere sul mistero della sofferenza di un uomo, sottoposto nella sua carne ad ogni genere di patimenti. Ma è nel Duomo che abbiamo rivissuto le emozioni della precedente visita, fatta nel ’98. Inginocchiati davanti alla misteriosa immagine, impressa nel lenzuolo, che si presenta come specchio fedele della narrazione evangelica, abbiamo provato tutto l’orrore per la crudeltà umana, ma anche infinita gratitudine per l’amore di Dio.
L’itinerario di Fede è proseguito nel pomeriggio a Crea, dove abbiamo visitato alcune cappelle, in gran parte dedicate ai misteri del Rosario, risalenti ad epoche diverse. Abbiamo percorso con una guida locale il viale suggestivo lungo il quale sono disposte, che, correndo intorno ad un colle, si eleva gradatamente fino alla “Cappella del Paradiso”. La visita si è conclusa con la Santa Messa e l’acquisto dell’indulgenza giubilare nel Santuario della Madonna Assunta, seguita da una breve sosta davanti alle più significative cappelle all’interno della chiesa.
L’intera giornata è stata vissuta in letizia e con piena soddisfazione di tutti.

Rosita Valentinuzzi

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Il tema

Visitare i carcerati

L’universo dietro le sbarre

Il Giubileo dei detenuti

Incontro con Teresa, volontaria dell’Associazione Carcere Aperto di Monza

“Ero carcerato è siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 36): con queste parole Cristo si è identificato con i detenuti. “Vengo a dirvi che Dio vi ama” è stato invece il commovente saluto del Papa nella sua prima visita al carcere romano di Regina Coeli. Ancora il Santo Padre, durante la visita ai detenuti del carcere di Regina Coeli per il Giubileo dei detenuti del 9 luglio scorso, così si esprimeva: “La pena, la prigione hanno senso se, mentre affermano le esigenze della giustizia e scoraggiano il crimine, servono al rinnovamento dell’uomo, offrendo a chi ha sbagliato una possibilità di riflettere e cambiare vita, per reinserirsi a pieno titolo nella società”. Le parole del Papa dicono una concezione nuova e cristiana del carcere, alla luce della dignità della persona che, secondo l’insegnamento evangelico, non perde la sua nativa dignità anche se colpevole o in stato di detenzione, dignità che scaturisce dall’amore di Dio per ogni persona umana.
Le parole di Gesù e di Giovanni Paolo II sembrano contrastare uno stato d’animo ed un sentimento diffuso nella società e quindi in ciascuno di noi che, come dice nel suo linguaggio crudo don L. Ciotti, vorremmo poter rinchiudere nel carcere anche le nostre insicurezze e le nostre paure e per questo spesso guardiamo al carcere con distacco e superficialità o non lo guardiamo affatto. Eppure il concetto di liberazione anche dalle pene meritate per colpe commesse è proprio nello spirito dell’Anno Santo.
Vogliamo allora cogliere l’occasione dell’Anno Santo per riflettere sulla realtà carceraria così come la vede e la vive una testimone, Teresa, volontaria Vimercatese dell’Associazione Carcere Aperto di Monza, che da sei anni entra ogni settimana nella Casa Circondariale “Nuovo Complesso” di Monza.

D. Teresa, chi sono e cosa fanno i volontari della vostra associazione all’interno del carcere di Monza?

R. L’associazione, costituita nel ’94, raggruppa circa 40 volontari, di varia estrazione, impegnati in diverse attività a favore dei detenuti del Carcere di Monza. All’interno: distribuzione di indumenti, francobolli, sigarette, per chi è privo di sostegno familiare; consulenza giuridica, gestione della biblioteca, assistenza specifica ai tossici, attività ricreative, catechesi e volontariato di sezione. All’esterno: Cooperativa sociale “Il Ponte” e sportello “SICA” (Servizio Informazione Carcere Aperto, in Monza) per i problemi legati al reinserimento.

D. Tu sei volontaria di sezione come catechista. Vuoi dirci qualcosa di questo tuo ministero pastorale così particolare. Come hai cominciato? Quali difficoltà incontri? Che cosa ti lascia questa prossimità?

R. Non avevo mai pensato al carcere, semplicemente per me non esisteva. Ricordo bene lo stupore alla proposta del cappellano Don Daniele di entrare come catechista e volontaria di sezione; tuttavia, dopo un periodo di preparazione e ottenuto i necessari permessi, ho iniziato. Al mio primo incontro di catechesi fu molto intensa l’emozione, ma anche la gioia di vedere tutti quei cancelli che si aprivano alla Parola di Dio.
A questi incontri, di un’ora alla settimana, partecipano le persone detenute che lo desiderano, circa il 30-40% della popolazione carceraria, formando gruppi di 10-l5 persone. Leggiamo la Bibbia, in particolare un Vangelo per intero e alcuni libri dell’Antico Testamento: Genesi, Esodo, Giobbe, qualche Salmo... e insieme ne discutiamo. Ogni brano è spunto per riflettere su aspetti della vita; occasione di confronto, a volte anche di scontro duro con una Parola, una Persona che non lascia indifferenti. “Durante l’ora di catechesi è come se non fossimo in carcere!” mi disse un uomo che non aveva mai visto prima una Bibbia. Forse è anche così che si realizza la profezia di Isaia “Il Signore proclama ai prigionieri la liberazione”.
Chi è catechista è anche volontario di sezione, ossia incontra e si prende cura delle persone di una sezione; con esse si stabilisce una relazione che a volte si limita ad una stretta di mano, a un saluto, altre volte si approfondisce. Quando una persona si sente accolta senza giudizio, comincia a raccontarsi, così può fare chiarezza dentro di sé, prendere coscienza dei propri errori, ma anche delle proprie potenzialità. E’ uno scambio, un arricchimento reciproco, fatto di piccole cose, piccoli semi che entrano nel cuore nostro e loro.

D. Mi sembra di poter dire che voi volontari insieme al cappellano don Daniele portate nel carcere un po’ di Chiesa e portate all’esterno un po’ di carcere. Che cosa è cambiato nel carcere con la vostra presenza? E all’esterno?

R. Non siamo noi a portare nel carcere un po’ di Chiesa, ma lì insieme siamo Chiesa: le Messe domenicali partecipate con serietà, il Sacramento della Riconciliazione, la lettura della Bibbia e le tante preghiere bisbigliate nelle lunghe notti insonni. Dietro le sbarre c’è un’umanità che cerca di ritrovare dignità e senso. Noi ci mettiamo a fianco per fare un po’ di strada insieme, con discrezione, nel rispetto di quel grande mistero che è la coscienza.

D. C’è oggi nella società un grande desiderio di vendetta che si scarica sul carcere. Tu cosa hai trovato quando sei entrata dietro quelle sbarre?

R. Pensare al carcere per me significa pensare a persone, volti, nomi, storie. Uomini e donne dai 18 ai 70 anni, 1/3 tossicodipendenti, molti stranieri, quasi tutti con poca istruzione. Il carcere è, per la legge, la risposta al male compiuto da una persona: la ferita inferta alla società viene compensata con la sofferenza della detenzione; si parla di “teoria della retribuzione” Ma può un male riparare un altro male? Occorre pensare anche altre strade. Per esempio, il coinvolgimento attivo nella riparazione del danno è molto più responsabilizzante.
Forse questo desiderio di vendetta nella società, di cui parli, nasce dalla non conoscenza dei meccanismi prodotti da una certa carcerazione e da una certa superficialità nel liquidare un problema enorme quale il male che è dentro I’uomo. Nella società si respira un’aria di esasperata contrapposizione; tendiamo a dividerci in categorie, gruppi, fazioni, gli uni contro gli altri. La paura di riconoscere il male che ciascuno ha dentro, ce lo fa additare nell’altro e finiamo per far coincidere l’errore commesso con tutta la persona. Il muro del carcere non divide i buoni dai cattivi!

D. In un’intervista al “Corriere della Sera” Barbara Bertocci, figlia di Ezio Bertocci il gioielliere ucciso in Via Padova a Milano il 2° luglio del ’99, afferma che per aumentare la sicurezza, usa proprio questa parola “sicurezza” il carcere non può essere solo un luogo di punizione dove le persone vengono lasciate morire d’inedia, perché questo servirebbe a rendere peggiori le persone, ma “rilasciando, dopo la detenzione, persone nuove e con nuovi principi, reintegrate nella società e che non tornino a delinquere, quindi per aumentare la sicurezza, conviene investire sul loro reinserimento”. E, per dimostrare che a quanto afferma crede, Barbara partecipa al progetto di recupero del parco Trotter. Anche la legge prevede diversi progetti per il recupero e la riabilitazione della persona detenuta: lavoro, colloqui con psicologi ed Assistenti sociali, corsi di formazione, scuola. Succede davvero così?

R. La sicurezza è un valore a cui tutti teniamo. C’è più sicurezza quanto più c’è riabilitazione delle persone. E’ un’equazione da tenere sempre presente, una strada impegnativa, ma che vale la pena di percorrere nell’interesse della società tutta.
Abbiamo buone leggi, ma pochi strumenti. A Monza sono stati compiuti dei passi sul fronte del lavoro e dei corsi di formazione; mentre il numero insufficiente di educatori, psicologi e assistenti sociali non permette di svolgere un lavoro di accompagnamento individualizzato che aiuti la persona a prendere in mano la propria vita e provare a darle una direzione diversa come avviene, ad esempio, nelle comunità per tossicodipendenti.

D. Ci vuoi far conoscere i progetti che la vostra associazione porta avanti per favorire il recupero umano e sociale di queste persone?

R. Il momento della scarcerazione è particolarmente delicato per coloro che non hanno una famiglia di riferimento. Si trovano sulla strada, senza casa e lavoro: ovvie le conseguenze. La nostra associazione cerca di provvedere indirizzando alle strutture di accoglienza esistenti o presso pensioni sostenendo le spese per un periodo iniziale. Sul fronte loro abbiamo costituito una cooperativa sociale “Il Ponte” che si occupa di manutenzione del verde e con borse lavoro facilitiamo l’inserimento presso altre cooperative. Per sostenere questi progetti e le spese per la cura della persona all’interno del carcere ci avvaliamo dei contributi di singoli cittadini e di Parrocchie generose, come Vimercate. La Provvidenza non ci ha mai deluso.

D. “Visitare i carcerati” un’opera di misericordia che i cristiani hanno un po’ dimenticato. Come può una comunità cristiana essere vicina a questi uomini ed a queste donne in cui Cristo stesso si è identificato?

R. Possiamo insieme meditare su una domanda rivoltami da un uomo molto provato da un’esistenza disordinata; un giorno, dopo aver letto nella Genesi il racconto della creazione dell’uomo, mi chiese: “Teresa, veramente tu credi che io sono immagine di Dio?”
Salutiamo Teresa con questa domanda nel cuore e condividendo con voi una frase letta sulla copertina de Il Segno: “Un uomo ha il diritto di guardarne un altro dall’alto in basso soltanto quando deve aiutarlo ad alzarsi”.

Bibliografia: chi desidera approfondire può leggere del Card. Martini Sulla giustizia ed. Mondadori.

Intervista a cura di Pinuccia della Caritas Parrocchiale


lN RETE IL GIORNALE Dl SAN VITTORE

Un sito Internet per superare le sbarre

Si chiama www.ildue.it (“tutto attaccato, tutto minuscolo tutto in lettere” come dicono alla redazione del periodico), il sito Internet di Magazine 2, il giornale del carcere milanese di San Vittore. «Andare al due», in gergo, significa finire dentro, in piazza Filangieri n. 2, appunto, I’indirizzo del penitenziario milanese.
Fuori, invece, desidera vagare nella Rete il pensiero di quei detenuti che collaborano alla versione Internet del giornale della casa circondariale di Milano. Nel sito si potranno trovare le informazioni e i numeri riportati ogni tre mesi sul giornale edito dalla Sesta Opera San Fedele di Milano, e che collabora mensilmente con una rubrica fissa su Terre di mezzo, giornale di strada, e con una prossima emissione radiofonica di Novaradio del Circuito Marconi. Oltre alle informazioni sul pianeta carcere, sulle riflessioni e sugli approfondimenti elaborati nelle stanze del giornale di San Vittore ildue.it intende aprire un dialogo molto più ampio con qualcuno dei 250 milioni di utenti di Internet attraverso forum pubblicazioni di e-mail o sondaggi. Un’apertura nei confronti dell’accesso a Internet (per ora negato perché Internet necessita del libero uso del telefono possibilità negata ai detenuti, oggi, per questo scopo) è venuta dal sottosegretario alla Giustizia Corleone durante la conferenza stampa di presentazione del sito.

Emilia Patruno

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