lettura
ebraica:
LA PAROLA LETTA NEL SOLCO
DELLA TORAH VIVENTE
Intervento
del relatore
don Luigi Nason- biblista
IL METODO
LA
LETTURA EBRAICA DELLA SCRITTURA (MIDRASH)
Secondo un'opera rabbinica medievale, ogni parola della Torah ha settanta
significati…
E' un modo per dire che nella Scrittura vi è una pluralità infinita di offerta
di senso. La ricerca (midrash, in ebraico) della Parola nella Scrittura
può essere espressa come un'avventura per scoprire la strada per entrare nel
"giardino".
La tradizione ebraica, infatti, presenta quattro livelli di lettura-ricerca,
riassunti dal termine acrostico "PaRDeS": è un antico termine persiano che
significa "giardino" e che compare in tre passi della Bibbia ebraica (Ct 4,
13; Ne 2, 8; Qo 2, 5).
Chi percorre questi quattro livelli arriva al giardini dove fiorisce "l'albero
della conoscenza".
Pshat:
è il livello del senso letterale.
Rémez: significa accenno, allusione, rimando. Un testo biblico
ne evoca altri…una "collana" (charizah, in ebraico) di testi che si illuminano
a vicenda.
Daràsh: è un verbo che significa "cercare". Un verbo richiede
un soggetto, un soggetto che cerca, interroga il testo e si lascia interrogare
dal testo, accogliendo l'invocazione che ogni testo biblico gli rivolge: "ricercami,
interpretami". E' una ricerca amorosa di ciò che il Signore (YHWH) vuole per
metterlo in pratica: "Ciò che YHWH ha ordinato noi lo faremo e lo
ascolteremo" (Es 24,7) . In questo senso la tradizione ebraica
afferma che il midrash "apre" il significato della Scrittura .
Sod: è il livello del "mistero". Qui la prospettiva si capovolge:
colui che "cerca" si riconosce "cercato" da Dio, colui che ama farsi chiamare
"doresh", ossia colui che "cerca" l'uomo.
Si narra di Rabbi Akiba che tre suoi discepoli riuscirono ad arrivare al livello del Sod. Il primo, rapito in estasi, vi perse la vita; il secondo perse la ragione, diventando pazzo; il terzo perse la retta fede, diventando un eretico. Solo Rabbi Akiba entrò nel Pardes e ne trono indietro vivo, sano di mente e con la retta fede. Come egli vi riuscì? Egli partì dal Sod, ponendosi in atteggiamento umile di fronte al mistero, e, attraverso lo Pshat e il Rémez, arrivò al Darash. Partire dal Sod potrebbe essere interpretato come un disporsi a prestare ascolto alla Spirito, che ha suscitato la Scrittura, invocandolo perché ci guidi verso la Parola.
IL TESTO: Mt 5, 1-12 - LE BEATITUDINI.
Le "beatitudini"
sono il portale d'ingresso del "discorso della montagna". Possiamo avvicinarci
ad esse attraverso questi passaggi:
1. un evento teofanico
2. una promessa che non delude
3. il cuore e le mani
4. la fedeltà all'Alleanza
5. un futuro che inizia nel presente
1. UN EVENTO
TEOFANICO
Il grande momento teofanico del Sinài viene richiamato ai vv. 1-2.
Mosè viene chiamato da Dio sulla montagna, mentre il popolo resta ai suoi
piedi. E allo stesso si dice che "Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna".
Il brano segue dando una notazione sull'atteggiamento di Gesù, "messosi
a sedere". Questo è tipico dei rabbini.
Il v. 2 introduce al discorso vero e proprio, ma è importante segnalare, prima
un particolare. Dove nella traduzione della CEI si dice "Prendendo allora
la parola", sarebbe meglio tradurre "Aprendo la sua bocca, li istruiva".
La bocca è una parte significativa del corpo: essa può essere usata per nutrirsi,
ma anche per mangiare voracemente, possessivamente (quindi luogo di vita o
di morte); per comunicare, per baciare…
Gesù apre la sua bocca per istruire, per comunicare una parola che in Lui
si compie (Mt 5, 17). E' fondamentale, però, comprendere il senso di questo
compimento: quest'ultimo non consiste nel miglioramento, in una modifica o
sostituzione. Il compimento che Gesù rappresenta è esattamente quello di una
Parola, la Torah, che viene pronunciata, ma che ora può essere anche contemplata.
Gesù pronuncia parole che sono parole da ascoltare che, al tempo stesso, sono
un volto da contemplare. Sono il suo volto, in esso ci viene mostrato come
la Torah sia vissuta in modo pieno e totale.
Il contesto in
cui tutto questo avviene è solennemente teofanico. E la teofania, qui, è proprio
la manifestazione di Dio, del Dio dell'Alleanza con il popolo di Israele,
nel volto di Gesù. Le Beatitudini, dunque, sono anch'esse icona di questo
volto, sono la più antica icona del volto di Gesù.
Pur nei limiti di un volto umano (è il concetto ebraico di Tzimtzùmé
[1], cioè la autolimitazione cui Dio si sottopone, il suo ritrarsi
entro limiti precisi), Dio si manifesta.
Per questo motivo, le Beatitudini sono da contemplare. Il primo esercizio
di questo mese sarà, allora, proprio questo: mettersi di fronte alle Beatitudini
per contemplare il volto di Gesù e, in esso, il volto di Dio. Gustare il volto
di Dio pur nella limitatezza di un volto umano, ma anche in una concretezza
palpitante.
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