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Uno per uno per uno fa sempre
uno... interessanti o inter-essenti?
L'espressione me l'ha suggerita don Vincenzo, un prete mio amico
che lavora tra gli zingari, e mi è parsa tutt'altro che banale.
Venne a trovarmi una sera nel mio studio e mi chiese che cosa stessi
scrivendo. Gli dissi che ero in difficoltà perché
volevo spiegare alla gente (ma in modo semplice, così che
tutti capissero) un particolare del mistero della Santissima Trinità:
e cioè che le tre persone divine sono, come dicono i teologi
con una frase difficile, tre relazioni sussistenti.
Don Vincenzo sorrise, come per compatire la mia pretesa e, comunque,
per dirmi che mi cacciavo in una foresta inestricabile di problemi
teologici. lo, però, aggiunsi che mi sembrava molto importante
far capire queste cose ai poveri, perché, se il Signore ci
ha insegnato che, stringi stringi, il nucleo di ogni persona divina
consiste in una relazione, qualcosa ci deve essere sotto. E questo
qualcosa è che anche ognuno di noi, in quanto persona, stringi
stringi, deve essere essenzialmente una relazione. Un io che si
rapporta a un tu. Un incontro con l'altro. Al punto che, se dovesse
venir meno questa apertura verso l'altro, non ci sarebbe neppure
la persona. Un volto, cioè, che non sia rivolto verso qualcuno
non è disegnabile.
Colsi l'occasione per leggere al mio amico la paginetta che avevo
scritto. Quando terminai, mi disse che con tutte quelle parole,
la gente forse non avrebbe capito nulla. Poi aggiunse: "Io
ai miei zingari sai come spiego il mistero di un solo Dio in tre
persone? Non parlo di uno più uno più uno: perché
così fanno tre. Parlo di uno per uno per uno: e così
fa sempre uno. In Dio, cioè, non c'è una persona che
si aggiunge all'altra e poi all'altra ancora. In Dio ogni persona
vive per l'altra. E sai come concludo? Dicendo che questo è
una specie di marchio di famiglia. Una forma di " carattere
ereditario" così dominante in "casa Trinità"
che, anche quando è sceso sulla terra, il Figlio si è
manifestato come l'uomo per gli altri ".
Quando don Vincenzo ebbe finito di parlare, di fronte a così
disarmante semplicità, ho lacerato i miei appunti.
Peccato: perché, tra l'altro, avevo scritto delle cose interessanti.
Per esempio: che l'uomo è icona della Trinità ("facciamo
l'uomo a nostra immagine e somiglianza ") e che pertanto, per
quel che riguarda l'amore, è chiamato a riprodurre la sorgività
pura del Padre, l'accoglienza radicale del Figlio, la libertà
diffusiva dello Spirito. Ero ricorso anche a ingegnose immagini,
come quella del pozzo di campagna la cui acqua sorgiva viene accolta
in una grande vasca di pietra e di qui, in mille rigagnoli, va a
irrigare le zolle.
Ma forse don Vincenzo aveva ragione: avrei dovuto spiegare molte
cose. Sicché ho preferito trattenere questa sola idea: che,
come le tre persone divine, anche ogni persona umana è un
essere per, un rapporto o, se è più chiaro, una realtà
dialogica. Più che interessante, cioè, deve essere
inter-essente.
So bene che la Trinità è molto più che una
formula esemplare per noi e che non è lecito comprimerne
la ricchezza alla semplice funzione di analogia. Ma se oggi c'è
un insegnamento che dobbiamo apprendere con urgenza da questo mistero,
è proprio quello della revisione. dei nostri rapporti interpersonali.
Altro che "relazioni ". L'acidità ci inquina.
Stiamo diventando corazze. Più che luoghi d'incontro, siamo
spesso piccoli centri di scomunica reciproca. Tendiamo a chiuderci.
La trincea ci affascina più del crocicchio. L'isola sperduta,
più dell'arcipelago. Il ripiegamento nel guscio, più
dell'esposizione al sole della comunione e al vento della solidarietà.
Sperimentiamo la persona più come solitario autopossesso,
che come momento di apertura al prossimo. E l'altro, lo vediamo
più come limite del nostro essere, che come soglia dove cominciamo
a esistere veramente…
Da "Alla finestra la speranza" di don
Tonino Bello
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