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La parola “amore” è
oggi molto usata nel vocabolario cristiano: io direi che è
perfino troppo usata. C’è infatti una certa disinvoltura
nel pronunciare questa parola solenne: come se l’amore fosse
fin dall’inizio cosa facile e consueta per la vita di un cristiano.
E invece così non è: perché soltanto alla fine
della vita potrà apparire con chiarezza la verità
dell’amore.
Ben lo sapeva Gesù, che soltanto alla fine della sua vita
parlò lungamente ai discepoli dell’amore. Infatti,
le parole che ascoltiamo nel Vangelo di domenica (Gv 15,9-17) sono
tratte dai discorsi dell’Ultima Cena: soltanto in quell’ultima
sera Gesù volle consegnare ai suoi il grande comandamento
dell’amore.
Perché appunto l’amore cristiano non è verità
facile e consueta: esso va lungamente preparato ed atteso nella
pazienza di ogni giorno, in quelle mille forme quotidiane del rapporto
umano che ogni giorno incontriamo. L’amore cristiano infatti
non nasce dalle buone intenzioni e dai grandi ideali: esso può
soltanto accadere nella normalità della vita quotidiana;
e dunque soltanto alla fine – soltanto quando è accaduto
– l’amore può essere riconosciuto come tale.
Succede invece di frequente che i cristiani antepongano l’ideale
dell’amore all’accadimento della vita quotidiana: e
così preferiscano occuparsi dei “lontani”, piuttosto
che preoccuparsi dei “prossimi più prossimi”.
È certo obiettivamente più difficile avere cura del
prossimo, e cioè del marito o della moglie, del figlio o
del genitore, del collega di lavoro o del vicino di casa: è
obiettivamente più difficile avere cura di queste persone
che incontriamo nelle forme immediate della nostra vita. Eppure
soltanto lì – con queste persone – può
accadere l’amore.
A questo proposito è emblematico il caso dell’amicizia.
L’amicizia non è mai il frutto di buone intenzioni
o di grandi ideali: essa nasce abitualmente nella normalità
della vita quotidiana. Essa appunto accade: accade prima che io
la cerchi; e accade come evento grato, evento che sorprende perché
realizza in modo inaspettato quanto era nei miei segreti desideri.
Esattamente in questo modo l’amicizia diventa anche impegno
e comandamento: proprio perché all’inizio è
accaduta gratuitamente essa alla fine mi richiede una dedizione
gratuita.
Così succede nel caso dell’amicizia. Ma pure così
succede sempre nelle forme quotidiane della nostra vita. E dunque
il comandamento di amare il prossimo non può essere subito
interpretato come un invito a “farsi prossimi”: perché
prima che noi ci facciamo prossimi agli altri, gli altri sono già
prossimi a noi; e lo sono fin dal principio della nostra vita, per
volontà dell’unico Creatore di tutti.
Appunto questa vicinanza quotidiana Gesù ci raccomanda oggi
di riscoprire: esattamente come fece lui – duemila anni fa
– quando al termine della sua vita «dopo aver amato
i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine»
(Gv 13,1).
Da: don
Elio Dotto
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