Santa Pasqua -
rito romano
Pasqua è parola ebraica: vuol dire
"passaggio".
C'è stato un passaggio dalla schiavitù alla libertà:
è stata la Pasqua degli ebrei.
C'è stato un passaggio dalla morte alla vita: è stata
la Pasqua di Gesù.
Ci sarà una Pasqua anche per noi? E quale Pasqua?
Anche per noi ci sarà un passaggio e non, come pensano molti,
dalla appassionata avventura della vita alla desolazione del nulla,
ma dalla vita alla vita, anzi a una vita trasfigurata perché
più libera e più luminosa.
Ma per arrivare a questa Pasqua ultima siamo chiamati a vivere come
delle tappe intermedie di cui una, la prima, è fondamentale:
dobbiamo passare dall'incredulità alla vera fede. Paolo,
scrivendo ai cristiani di Corinto, ha detto in forma lapidaria qual
è il problema da affrontare: "Se Cristo non
è risorto, la nostra fede è illusione".
Tutto dipende da questo "se". Si potrebbe
dire che questo "se" rappresenta il discrimine che separa
due versanti, due modi di essere, due prospettive di vita.
Affrontiamo anzitutto la prima ipotesi: "Se Cristo non è
risorto".
Se Gesù, Figlio di Dio, non è risorto,
allora è morta con lui anche la salvezza che aveva annunciato.
"Io sono la risurrezione e la vita" aveva detto.
No. Non ci sarebbe risurrezione e vita. Nessun Messia sarebbe venuto
in mezzo a noi. Avrebbe ragione chi ha scritto: "il Messia
è la morte" (Isaac B. Singer).
Paolo, citando l'Antico Testamento, porta alle estreme conseguenze
questo vuoto esistenziale: "Se il Cristo non è risorto,
mangiamo e beviamo. Tanto domani morremo". Non credo che Paolo
intendesse dire che la vita, senza la fede nella risurrezione, è
votata a un edonismo rozzo e volgare. Noi certo non lo pensiamo
perché faremmo torto - e gravemente - a tanti non credenti
che dimostrano di saper dare alla vita, seppure racchiusa nei confini
del provvisorio, una grande dignità umana.
Dobbiamo riconoscere: vi è grandezza e onore a vivere anche
soltanto nell'oggi quando si pensa che l'oggi sia tutto quello che
la vita può dare.
Paolo forse voleva far capire, in modo provocatorio, che senza risurrezione
la vita si riduce a puro esistere nel "qui e ora", senza
alcuna possibilità di esaudimento di quelle attese che pure
sono iscritte nel codice segreto del nostro cuore.
Si tratta di un disincanto che tanti non credenti (penso a Camus)
hanno avuto l'onestà di riconoscere e di soffrire.
Se Cristo non è risorto, è nevrosi (nevrosi anche
se ammantata di vitalismo) la nostra volontà di sperare.
Se Cristo non è risorto, la natura può celebrare a
ogni primavera la sua liturgia cosmica facendo trionfare sui colori
della morte la tenerezza di verde e di gemme, ma rimane il senso
di una circolarità delle stagioni destinate un giorno a spegnersi
nell'impassibile immobilità della materia.
E se il Cristo è risorto?
È importante saperlo. "La risurrezione - è stato
detto - è l'unica novità che ogni mattino interessi
il mondo".
Proviamo allora a scendere, dal discrimine rappresentato dal "se",
verso l'altro versante, illuminato questo dall'alba della Pasqua.
Quale messaggio incontriamo?
È un messaggio che celebra la vita come evento più
forte della morte. Il messaggio è questo: "Tu
non morirai. E coloro che ami, anche se li credi morti, non moriranno.
E tutto ciò che vive, tutto ciò che è bello,
fino alla realtà più umile e quasi sfuggente, tutto
sarà vivo, perennemente vivo. Perciò tutto ormai ha
un senso. Perfino la morte: un sentiero che ormai si apre sulla
vita. Tutto è vivo perché Cristo è risorto".
Questo messaggio che abbiamo cercato di formulare a parole lo possiamo
vedere interpretato e vissuto dai discepoli di Gesù, in quel
loro rianimarsi e ritrovarsi e abbandonare ogni paura e gioire di
una gioia indicibile.
Questo messaggio lo possiamo leggere anche nel martirio di tanti
testimoni del Risorto vissuti nel nostro tempo, come il vescovo
Romero, il quale, prima di essere assassinato all'altare, ebbe a
dire in un'omelia: "Io sono spesso minacciato di morte. Devo
dire che come cristiano non credo alla morte senza risurrezione.
Se mi uccidono risusciterò".
Abbiamo dato uno sguardo ai due versanti contrapposti delimitati
dal "se", dal grande interrogativo riguardante la risurrezione.
È giunto il momento di chiederci: "Su quale versante
viene a trovarsi la nostra vita? Su quello dell'incredulità
o su quello della fede?".
Potrebbe sembrare superflua la domanda se non fosse che molti frequentatori
delle nostre chiese in Cristo risorto non credono o, quanto meno,
non sanno trarre da questo evento le opportune e necessarie conseguenze.
Chi ci darà la forza, il coraggio, la gioia di credere quando
le esitazioni sono tante e le stesse apparizioni ci sembrano più
problematiche che probanti? Non è questione solo di impegno
sul piano della ricerca e dell' approfondimento.
E’ lo Spirito, lo stesso Spirito che ha strappato Gesù
dall'oblio della morte, che può ridestarci a una vera fede.
È lo Spirito che ci apre alla comprensione della testimonianza
degli apostoli.
E lo Spirito che ci dà l'esperienza del Cristo, il Vivente,
pieno di vita per ognuno di noi, per oggi, per domani, per sempre.
Per cui, se siamo sfiduciati, senza più il conforto della
speranza, lo Spirito ci ammonisce: "Non puoi. Non ti è
concesso di disperare. Cristo, il Risorto, è con te. Non
consegnarti alla morte, ma a lui che è la vita".
Ed è lo Spirito ancora che talvolta ci dà
come la sensazione di essere chiamati.
Chi ci chiama? È lui, il Signore, che ci chiama per nome,
come ha chiamato Maria.
È la cosa più importante: sapere che Dio ci ama attraverso
lo sguardo, la voce, i gesti, il cuore di Gesù, il Vivente.
Da qui incomincia la nostra risurrezione, la nostra Pasqua.
Da: L.Pozzoli, Cristo passione dell'uomo
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