| Commento
a Gv 20, 19-3
II
tempo pasqua - anno B
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La consapevolezza della Risurrezione di Gesù vince lo scoraggiamento
e la paura e dona la gioia.
E' importante per noi che Gesù dichiari beato l'atteggiamento del
CREDERE AL DI LA' DEL VEDERE.
Questa dichiarazione di Gesù ci assicura che anche per noi è
possibile diventare discepoli. Siamo invitati a ritrovare le ragioni della
nostra fede nella testimonianza che dagli apostoli, attraverso innumerevoli
generazioni di cristiani, è giunta a noi; siamo sostenuti nella
nostra fede dalla testimonianza raccolta nei Vangeli e negli altri scritti
del Nuovo Testamento; possiamo ritrovare RAGIONI PER CREDERE nell'esperienza
della pace, del perdono, della consapevolezza della presenza dello Spirito
Santo.
L'invito che ci viene rivolto è quello di lasciarci guidare da
questi segni, senza ritenere indispensabile il "vedere" direttamente.
Quali segni della presenza viva di Gesù ritrovo nella mia
vita di cristiano?
A quali ho prestato finora attenzione e quali ho trascurato?
da: Sentinelle del Mattino - Il Vangelo della Domenica per i giovani
Commento
a Lc 24, 35-48
III
tempo pasqua - anno B
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GESU’
E’ VERAMENTE RISORTO.
La pagina
evangelica per prima cosa ci invita ad interrogarci su questo fatto centrale
per la nostra fede.Siamo
invitati a comprendere che tutto si basa su questa realtà storica
che noi possiamo conoscere attraverso la testimonianza degli apostoli,
trasmessaci lungo i secoli dalla Tradizione della Chiesa e dalla Scrittura.È
importante che ci impegniamo a conoscere a fondo questa testimonianza,
e quindi ciò che può sostenere la nostra fede nel risorto.
Possiamo fare questo per esempio con lo studio della Bibbia e la catechesi.
Un
messaggio ricevuto, da COMPRENDERE e ANNUNCIARE.
Possiamo
allora comprendere il valore della risurrezione: Gesù porta a compimento
l'attenzione che Dio ha avuto fin dall'inizio per l'uomo, desiderando
di averlo amico, anche di fronte al rifiuto e al peccato. La risurrezione
di Gesù vince il peccato e la morte e diventa l'inizio di un'epoca
nuova.Chi
ha compreso questa ricchezza deve diventarne testimone. Anche a noi è
affidato il compito di continuare questo annuncio. Le parole di Gesù
agli apostoli devo sentirle rivolte a me: è anche per me l'invito
ad essere annunciatore di questa salvezza, capace di far comprendere ai
miei amici, ai miei compagni di scuola o colleghi di lavoro che la storia
è cambiata, che la morte e il peccato sono vinti, che bisogna vivere
in modo diverso, che vale la pena di essere cristiani.
Quali
interrogativi mi nascono confrontandomi con i racconti della risurrezione
di Gesù? Quali passi compio per cercare le risposte più
vere?
Come posso annunciare il lieto messaggio della risurrezione di Gesù?
Quali parole o quali gesti lo possono rendere credibile per i miei amici?
da:
Sentinelle del Mattino - Il Vangelo della Domenica per i giovani
Commento
a Gv 10, 11-18
IV
tempo pasqua - anno B
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Per
prima cosa potrebbe essere utile ricercare nelle pagine del vangelo alcuni
momenti della vita di Gesù che sembrano particolarmente significativi
per illustrare gli atteggiamenti del "buon pastore".
Individua alcune situazioni della tua vita in cui puoi percepire rivolti
a te gli atteggiamenti di Gesù "buon pastore" (per esempio
l'ascolto della parola di Dio, la vicinanza di Gesù in qualche
situazione difficile...).
Siamo invitati a riconoscere in Gesù colui che rende possibile
la mia vita, che mi accompagna e sostiene.
Diventa necessario decidere di SEGUIRLO, di fidarsi di lui, di ascoltare
la sua voce, scegliendola tra le tante che riempiono, o potrebbero riempire,
la mia vita.
Spesso siamo attirati da persone affascinanti, che sanno parlare bene,
che sono "alla moda", che propongono cose piacevoli o immediatamente
appaganti. Il vangelo ci mette in guardia: accanto al "buon pastore"
c'è anche il mercenario. Possiamo FIDARCl solo di chi CI VUOL BENE
GRATUITAMENTE, di chi è pronto a dare la vita per noi. Proprio
per questo siamo chiamati a seguire Gesù, a riconoscere nelle sue
parole una guida sicura nel nostro cammino. E possiamo anche mettere la
nostra fiducia in chi cerca di aiutarci a seguirlo più da vicino.
Che
cosa penso di Gesù? Lo riconosco come il buon pastore che mi vuoI
bene e guida il mio cammino?
Nella mia vita sento la necessità di avere delle guide, anche se
a volte vorrei fare tutto da solo. Quali elementi ritengo importanti perché
una persona sia degna della mia fiducia?
Di chi mi fido? Come posso seguire Gesù? Quali persone oggi, in
concreto, mi stanno aiutando ad essere capace di riconoscere la voce di
Gesù?
Da:
"Sentinelle del Mattino - Il Vangelo della Domenica per i giovani"
Commento
a Gv 15, 1-8
V
tempo pasqua - anno B
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L'iniziativa,
l'attenzione, l’AMORE è prima di tutto di Dio. Si può
essere uniti a lui perché lui stesso lo rende possibile. Il rapporto
con Dio è come quello del tralcio con la vite: noi dipendiamo da
lui.
Questo
però è fonte di vita, di libertà, non è un
rapporto di schiavitù. È perché ci vuole bene che
Gesù ci vuole legati a lui (ricordiamoci che queste parole sono
pronunciate poco prima della morte di Gesù).
Proviamo
a chiederci: cosa può significare per noi "rimanere nell'amore
di Dio", essere davvero LEGATI a LUI?. Per rispondere a questa domanda
dobbiamo verificare che cosa è realmente importante nella nostra
vita, nelle nostre scelte. Ci sono delle cose di cui non possiamo proprio
fare a meno: quando ci mancano "andiamo in crisi" (a volte diciamo:
"ci sembra di morire").
La
pagina del vangelo ci dice che l'unica cosa che rende vana la nostra vita,
che annulla radicalmente i nostri sforzi è l'essere staccati dalla
vite, cioè il vivere slegati dall'amore di Dio, in maniera autonoma
rispetto alle sue indicazioni.
E questo
perché senza di lui anche tutto il resto perde colore, diventa
povero di significati.
Che
cosa pensiamo del nostro rapporto con Dio? Quali immagini utilizzeremmo
per descriverlo?
Che cosa penso di tutto questo? Come lo ritrovo nel concreto delle mie
scelte?
Da:
"Sentinelle del Mattino - Il Vangelo della Domenica per i giovani"
Commento
a Gv 15, 9-17
VI
tempo pasqua - anno B
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Rimanete
nel mio amore.
La parola “amore” è oggi molto usata nel vocabolario
cristiano: io direi che è perfino troppo usata. C’è
infatti una certa disinvoltura nel pronunciare questa parola solenne:
come se l’amore fosse fin dall’inizio cosa facile e consueta
per la vita di un cristiano. E invece così non è: perché
soltanto alla fine della vita potrà apparire con chiarezza la verità
dell’amore.
Ben lo sapeva Gesù, che soltanto alla fine della sua vita parlò
lungamente ai discepoli dell’amore. Infatti, le parole che ascoltiamo
nel Vangelo di domenica (Gv 15,9-17) sono tratte dai discorsi dell’Ultima
Cena: soltanto in quell’ultima sera Gesù volle consegnare
ai suoi il grande comandamento dell’amore.
Perché
appunto l’amore cristiano non è verità facile e consueta:
esso va lungamente preparato ed atteso nella pazienza di ogni giorno,
in quelle mille forme quotidiane del rapporto umano che ogni giorno incontriamo.
L’amore cristiano infatti non nasce dalle buone intenzioni e dai
grandi ideali: esso può soltanto accadere nella normalità
della vita quotidiana; e dunque soltanto alla fine – soltanto quando
è accaduto – l’amore può essere riconosciuto
come tale.
Succede invece di frequente che i cristiani antepongano l’ideale
dell’amore all’accadimento della vita quotidiana: e così
preferiscano occuparsi dei “lontani”, piuttosto che preoccuparsi
dei “prossimi più prossimi”. È certo obiettivamente
più difficile avere cura del prossimo, e cioè del marito
o della moglie, del figlio o del genitore, del collega di lavoro o del
vicino di casa: è obiettivamente più difficile avere cura
di queste persone che incontriamo nelle forme immediate della nostra vita.
Eppure soltanto lì – con queste persone – può
accadere l’amore.
A questo
proposito è emblematico il caso dell’amicizia. L’amicizia
non è mai il frutto di buone intenzioni o di grandi ideali: essa
nasce abitualmente nella normalità della vita quotidiana. Essa
appunto accade: accade prima che io la cerchi; e accade come evento grato,
evento che sorprende perché realizza in modo inaspettato quanto
era nei miei segreti desideri. Esattamente in questo modo l’amicizia
diventa anche impegno e comandamento: proprio perché all’inizio
è accaduta gratuitamente essa alla fine mi richiede una dedizione
gratuita.
Così succede nel caso dell’amicizia. Ma pure così
succede sempre nelle forme quotidiane della nostra vita. E dunque il comandamento
di amare il prossimo non può essere subito interpretato come un
invito a “farsi prossimi”: perché prima che noi ci
facciamo prossimi agli altri, gli altri sono già prossimi a noi;
e lo sono fin dal principio della nostra vita, per volontà dell’unico
Creatore di tutti.
Appunto questa vicinanza quotidiana Gesù ci raccomanda oggi di
riscoprire: esattamente come fece lui – duemila anni fa –
quando al termine della sua vita «dopo aver amato i suoi che erano
nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1).
Da:
don
Elio Dotto
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a Mc 16, 15-20
ASCENSIONE
del Signore - anno B
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Questa
pagina conclusiva del Vangelo di Marco ci mostra come CIELO e TERRA siano
strettamente uniti nella "logica" di Dio, in modo proprio diverso
da quanto avviene per noi. L'allontanarsi definitivo di Gesù dalla
terra, dopo la risurrezione, se per i discepoli da un Iato segna la fine
di un rapporto col Maestro, che avevano conosciuto quando era ancora con
loro sulla terra, dall'altro non interrompe affatto il legame con lui
e li coinvolge in modo ancora più pieno e definitivo nella missione
che avevano iniziato prima della Pasqua.
Con Gesù,
infatti, il "cielo" è venuto a far parte della nostra
"terra": questo è il significato della sua incarnazione.
Dio si è fatto coinvolgere fino in fondo nella storia dell'uomo
e adesso, se Gesù sale al "cielo", non vuoi dire che
ci lascia al nostro destino "di terra", ma che ci mostra in
anticipo qual è il "luogo" nel quale anche a noi sarà
possibile abitare per sempre. Il cielo in realtà non è né
un "Iuogo" in cui si possa arrivare,. né un "tempo"
che verrà "dopo", ma un MODO di ESSERE misterioso, incomprensibile
alle nostre categorie umane perché è il modo di essere di
Dio stesso. Da Gesù, però, noi abbiamo saputo che ciò
che lo caratterizza è l'amore, come quella "dello sposo per
la sposa"; la festa, come quella per un banchetto; la pace, "non
come quella che dà il mondo"...; insomma è quella felicità
vera e duratura che ogni uomo cerca nella sua vita, anche senza saperlo.
L'esperienza che gli apostoli fanno vedendo con i loro occhi terreni Gesù
"ascendere in cielo" significa che questa felicità non
è semplicemente un sogno, o il "pio desiderio" di qualche
illuso, ma una realtà a cui Dio vuole che tutti possano partecipare.
Che cosa c'è di più bello di una simile "buona notizia"?
Da qui nasce l'urgenza di "predicarla ad ogni creatura".
Mi sento direttamente coinvolto, come cristiano, dalla missione
che Gesù ha affidato agli apostoli, non necessariamente "predicando",
quanto piuttosto testimoniando con i fatti la mia fede?
Mi accorgo della presenza reale, anche se non più "fisica",
del Signore risorto nella mia vicenda personale e nella storia del mondo,
e del fatto che egli opera insieme con noi per la salvezza di ogni uomo?
Se non mi accorgo mai della sua presenza nella mia vita, cerco di interrogarmi
su che cosa significhi davvero per me "avere fede"?
Da:
"Sentinelle del Mattino - Il Vangelo della Domenica per i giovani"
Commento
a Gv 15,26-27.16,12-15
PENTECOSTE
- anno B
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Noi oggi siamo discepoli di Gesù e a noi sono dunque rivolte queste
promesse fatte dal Maestro nel momento della sua dipartita.
Fin dall’inizio
della nostra esistenza, proprio in quanto cristiani, siamo stati raggiunti
dalla grazia e dalla potenza dello Spirito di Gesù, che ci ha rivelato
il mistero della sua persona, ci ha fatto entrare in comunione con lui,
ci ha consolato per la sua apparente assenza, ci ha donato i segreti del
Padre e ci ha permesso di portare pur nella nostra debolezza il peso e
la grandezza di Dio.
Come avverto questa presenza dello Spirito nella mia vita
quotidiana? So dare credito alle promesse di Gesù?
Parlare di
Dio e affidarsi alla sua rivelazione non è cosa facile. Lo testimoniano
tutti coloro che hanno avuto il dono e la responsabilità di incontrarsi
con il suo mistero: Mosè si è levato i sandali davanti al
roveto ardente (Es 3,4); Elia ha coperto il suo volto alla presenza della
brezza di Dio (1Re 19,13); Pietro si è gettato ai piedi di Gesù,
una volta che lo ha riconosciuto come Signore (Lc 5,8); il centurione
romano non si è ritenuto degno di ospitare il Maestro di Nazareth
nella sua casa (Lc 7,6). Solo lo Spirito di verità consente ai
discepoli di Gesù e ad ogni uomo di portare il "peso"
di Dio.
Come
mi accosto al mistero della santità di Dio? Lascio che lo Spirito
di Gesù operi in me?
Nel giorno
di Pentecoste, quando Gesù fa dono del suo Spirito agli uomini,
facendo così sorgere la prima comunità cristiana, ciascuno
di noi è interpellato a dare ragione della propria fede e della
gioia che nasce dall’aver accolto il Vangelo.
Da:
"Sentinelle del Mattino - Il Vangelo della Domenica per i giovani"
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a Mt 28,16-20
SS.ma
TRINITA' - anno B
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Uno
per uno per uno fa sempre uno
... interessanti o inter-essenti?
L'espressione
me l'ha suggerita don Vincenzo, un prete mio amico che lavora tra gli
zingari, e mi è parsa tutt'altro che banale.
Venne a trovarmi una sera nel mio studio e mi chiese che cosa stessi scrivendo.
Gli dissi che ero in difficoltà perché volevo spiegare alla
gente (ma in modo semplice, così che tutti capissero) un particolare
del mistero della Santissima Trinità: e cioè che le tre
persone divine sono, come dicono i teologi con una frase difficile, tre
relazioni sussistenti.
Don Vincenzo sorrise, come per compatire la mia pretesa e, comunque, per
dirmi che mi cacciavo in una foresta inestricabile di problemi teologici.
lo, però, aggiunsi che mi sembrava molto importante far capire
queste cose ai poveri, perché, se il Signore ci ha insegnato che,
stringi stringi, il nucleo di ogni persona divina consiste in una relazione,
qualcosa ci deve essere sotto. E questo qualcosa è che anche ognuno
di noi, in quanto persona, stringi stringi, deve essere essenzialmente
una relazione. Un io che si rapporta a un tu. Un incontro con l'altro.
Al punto che, se dovesse venir meno questa apertura verso l'altro, non
ci sarebbe neppure la persona. Un volto, cioè, che non sia rivolto
verso qualcuno non è disegnabile.
Colsi l'occasione per leggere al mio amico la paginetta che avevo scritto.
Quando terminai, mi disse che con tutte quelle parole, la gente forse
non avrebbe capito nulla. Poi aggiunse: "Io ai miei zingari sai come
spiego il mistero di un solo Dio in tre persone? Non parlo di uno più
uno più uno: perché così fanno tre. Parlo di uno
per uno per uno: e così fa sempre uno. In Dio, cioè, non
c'è una persona che si aggiunge all'altra e poi all'altra ancora.
In Dio ogni persona vive per l'altra. E sai come concludo? Dicendo che
questo è una specie di marchio di famiglia. Una forma di "
carattere ereditario" così dominante in "casa Trinità"
che, anche quando è sceso sulla terra, il Figlio si è manifestato
come l'uomo per gli altri ".
Quando don Vincenzo ebbe finito di parlare, di fronte a così disarmante
semplicità, ho lacerato i miei appunti.
Peccato:
perché, tra l'altro, avevo scritto delle cose interessanti. Per
esempio: che l'uomo è icona della Trinità ("facciamo
l'uomo a nostra immagine e somiglianza ") e che pertanto, per quel
che riguarda l'amore, è chiamato a riprodurre la sorgività
pura del Padre, l'accoglienza radicale del Figlio, la libertà diffusiva
dello Spirito. Ero ricorso anche a ingegnose immagini, come quella del
pozzo di campagna la cui acqua sorgiva viene accolta in una grande vasca
di pietra e di qui, in mille rigagnoli, va a irrigare le zolle.
Ma
forse don Vincenzo aveva ragione: avrei dovuto spiegare molte cose. Sicché
ho preferito trattenere questa sola idea: che, come le tre persone divine,
anche ogni persona umana è un essere per, un rapporto o, se è
più chiaro, una realtà dialogica. Più che interessante,
cioè, deve essere inter-essente.
So bene che
la Trinità è molto più che una formula esemplare
per noi e che non è lecito comprimerne la ricchezza alla semplice
funzione di analogia. Ma se oggi c'è un insegnamento che dobbiamo
apprendere con urgenza da questo mistero, è proprio quello della
revisione. dei nostri rapporti interpersonali.
Altro che
"relazioni ". L'acidità ci inquina. Stiamo diventando
corazze. Più che luoghi d'incontro, siamo spesso piccoli centri
di scomunica reciproca. Tendiamo a chiuderci.
La trincea
ci affascina più del crocicchio. L'isola sperduta, più dell'arcipelago.
Il ripiegamento nel guscio, più dell'esposizione al sole della
comunione e al vento della solidarietà. Sperimentiamo la persona
più come solitario autopossesso, che come momento di apertura al
prossimo. E l'altro, lo vediamo più come limite del nostro essere,
che come soglia dove cominciamo a esistere veramente…
Da
"Alla finestra la speranza" di don Tonino Bello
Commento
a Mc 14,12-16.22-26
SS.mo
CORPO E SANGUE di Cristo - anno B
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Sono
credibili le nostre Eucaristie?
Cristo
è nel pane. Ma lo si riconosce nello spezzare il pane.
Non riesco
a liberarmi dal fascino di una splendida riflessione di Garaudy a proposito
dell'Eucaristia: "Cristo è nel pane. Ma lo si riconosce nello
spezzare il pane".
Sicché oggi, festa del Corpo e del Sangue del Signore, mi dibatto
in una incertezza paralizzante.
Parlerò dell'Eucaristia come vertice dell'amore di Dio che si è
fatto nostro cibo? Dirò della presenza di Cristo che ci ha amati
a tal punto da mettere la sua tenda in mezzo a noi? Spiegherò alla
gente che partecipare al pane consacrato significa anticipare la gioia
del banchetto eterno del cielo? Mi sforzerò di far comprendere
che l'Eucaristia. è il memoriale (che parola difficile, ma pure
importante!) della morte e della risurrezione del Signore? Illustrerò
il rapporto di reciproca causalità tra Chiesa ed Eucaristia, spiegando
con dotte parole che se è vero che la Chiesa costruisce l'Eucaristia
è anche vero che l'Eucaristia costruisce la Chiesa?
Non c'è che dire: sarebbero suggestioni bellissime, e istruttive
anche, e capaci forse di accrescere le nostre tenerezze per il Santissimo
Sacramento, verso il quale la disaffezione di tanti cristiani si manifesta
oggi in modo preoccupante.
Ma ecco che mi sovrasta un'altra ondata di interrogativi.
Perché non dire chiaro e tondo che non ci può essere festa
del" Corpus Domini ", finché un uomo dorme nel porto
sotto il "tabernacolo" di una barca rovesciata, o un altro passa
la notte con i figli in un vagone ferroviario?
Perché
aver paura di violentare il perbenismo borghese di tanti cristiani, magari
disposti a gettare fiori sulla processione eucaristica dalle loro case
sfitte, ma non pronti a capire il dramma degli sfrattati?
Perché
preoccuparsi di banalizzare il mistero eucaristico se si dice che non
può onorare il Sacramento chi presta il denaro a tassi da strozzino;
chi esige quattro milioni a fondo perduto prima di affittare una casa
a un povero Cristo; chi insidia con i ricatti subdoli l'onestà
di una famiglia?
Perché
non gridare ai quattro venti che la nostra credibilità di cristiani
non ce la giochiamo in base alle genuflessioni davanti all'ostensorio,
ma in base all'attenzione che sapremo porre al "corpo e al sangue"
dei giovani drogati che, qui da noi, non trovano un luogo di accoglienza
e di riscatto?
Perché
misurare le parole quando bisogna dire senza mezzi termini che i frutti
dell'Eucaristia si commisurano anche sul ritmo della condivisione che,
con i gesti e con la lotta, esprimeremo agli operai delle ferriere di
Giovinazzo, ai marittimi drammaticamente in crisi di Molfetta, ai tanti
disoccupati di Ruvo e di Terlizzi?
Purtroppo,
l'opulenza appariscente delle nostre quattro città ci fa scorgere
facilmente il corpo di Cristo. nell'Eucaristia dei nostri altari. Ma ci
impedisce di scorgere il corpo di Cristo nei tabernacoli scomodi della
miseria, del bisogno, della sofferenza, della solitudine.
Per questo
le nostre eucaristie sono eccentriche.
Miei cari fratelli, perdonatemi se il discorso ha preso questa piega.
Ma credo che la festa del Corpo e Sangue di Cristo esiga la nostra conversione.
Non l'altisonanza delle nostre parole. Né il fasto vuoto delle
nostre liturgie.
Da
"Alla finestra la speranza" di don Tonino Bello
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