CAPITOLO II
MISTERI DI CRISTO - MISTERI DELLA MADRE
Il Rosario «
compendio del Vangelo »
18. Alla contemplazione del volto di Cristo non ci
si introduce che ascoltando, nello Spirito, la voce del Padre, perché
« nessuno conosce il Figlio se non il Padre » (Mt 11,
27). Nei pressi di Cesarea di Filippo, di fronte alla confessione
di Pietro, Gesù preciserà la fonte di una così
limpida intuizione della sua identità: « Né
la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio
che sta nei cieli » (Mt 16, 17). È necessaria dunque
la rivelazione dall'alto. Ma per accoglierla, è
indispensabile mettersi in ascolto: « Solo l'esperienza
del silenzio e della preghiera offre l'orizzonte adeguato in cui
può maturare e svilupparsi la conoscenza più vera,
aderente e coerente, di quel mistero ».(27)
Il Rosario è uno dei percorsi tradizionali
della preghiera cristiana applicata alla contemplazione del volto
di Cristo. Così lo descrisse il Papa Paolo VI:
« Preghiera evangelica, incentrata nel mistero
dell'incarnazione redentrice, il Rosario è,dunque, preghiera
di orientamento nettamente cristologico. Infatti,
il suo elemento caratteristico – la ripetizione litanica
del « Rallegrati, Maria » – diviene anch'esso
lode incessante a Cristo, termine ultimo dell'annuncio dell'Angelo
e del saluto della madre del Battista: "Benedetto il frutto
del tuo seno" (Lc 1, 42). Diremo di più: la ripetizione
dell'Ave Maria costituisce l'ordito, sul quale si sviluppa la
contemplazione dei misteri: il Gesù che ogni Ave Maria
richiama, è quello stesso che la successione dei misteri
ci propone, a volta a volta, Figlio di Dio e della Vergine ».(28)
Una opportuna
integrazione
19. Dei tanti misteri della vita di Cristo, il Rosario,
così come si è consolidato nella pratica più
comune avvalorata dall'autorità ecclesiale, ne addita solo
alcuni. Tale selezione è stata imposta dall'ordito originario
di questa preghiera, che si venne organizzando sul numero 150
corrispondente a quello dei Salmi.
Ritengo tuttavia che, per potenziare lo spessore
cristologico del Rosario, sia opportuna un'integrazione che, pur
lasciata alla libera valorizzazione dei singoli e delle comunità,
gli consenta di abbracciare anche i misteri della vita pubblica
di Cristo tra il Battesimo e la Passione. È infatti nell'arco
di questi misteri che contempliamo aspetti importanti della persona
di Cristo quale rivelatore definitivo di Dio. Egli è Colui
che, dichiarato Figlio diletto del Padre nel Battesimo al Giordano,
annuncia la venuta del Regno, la testimonia con le opere, ne proclama
le esigenze. È negli anni della vita pubblica che
il mistero di Cristo si mostra a titolo speciale quale
mistero di
luce: « Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo
» (Gv 9, 5).
Affinché il Rosario possa dirsi in modo più
pieno "compendio del Vangelo", è
perciò conveniente che, dopo aver ricordato l'incarnazione
e la vita nascosta di Cristo (misteri della gioia), e prima di soffermarsi
sulle sofferenze della passione (misteri del dolore), e sul trionfo
della risurrezione (misteri della gloria), la meditazione si porti
anche su alcuni momenti particolarmente significativi della vita
pubblica (misteri della luce). Questa integrazione di nuovi
misteri, senza pregiudicare nessun aspetto essenziale dell'assetto
tradizionale di questa preghiera, è destinata a farla vivere
con rinnovato interesse nella spiritualità cristiana, quale
vera introduzione alla profondità del Cuore di Cristo, abisso
di gioia e di luce, di dolore e di gloria.
Misteri della gioia
20. Il primo ciclo, quello dei "misteri
gaudiosi", è effettivamente caratterizzato
dalla gioia che irradia dall'evento dell'Incarnazione. Ciò
è evidente fin dall'Annunciazione, dove il saluto di Gabriele
alla Vergine di Nazareth si riallaccia all'invito alla gioia messianica:
« Rallegrati, Maria ». A questo annuncio approda tutta
la storia della salvezza, anzi, in certo modo, la storia stessa
del mondo. Se infatti il disegno del Padre è di ricapitolare
in Cristo tutte le cose (cfr Ef 1, 10), è l'intero universo
che in qualche modo è raggiunto dal divino favore con cui
il Padre si china su Maria per renderla Madre del suo Figlio. A
sua volta, tutta l'umanità è come racchiusa nel fiat
con cui Ella prontamente corrisponde alla volontà di Dio.
All'insegna dell'esultanza è poi la scena
dell'incontro con Elisabetta, dove la voce stessa di Maria e la
presenza di Cristo nel suo grembo fanno « sussultare di gioia
» Giovanni (cfr Lc 1, 44). Soffusa di letizia è la
scena di Betlemme, in cui la nascita del Bimbo divino, il Salvatore
del mondo, è cantata dagli angeli e annunciata ai pastori
proprio come « una grande gioia » (Lc 2, 10).
Ma già i due ultimi misteri, pur conservando
il sapore della gioia, anticipano i segni del dramma. La presentazione
al tempio, infatti, mentre esprime la gioia della consacrazione
e immerge nell'estasi il vecchio Simeone, registra anche la profezia
del « segno di contraddizione » che il Bimbo sarà
per Israele e della spada che trafiggerà l'anima della Madre
(cfr Lc 2, 34-35). Gioioso e insieme drammatico è pure l'episodio
di Gesù dodicenne al tempio. Egli qui appare nella sua divina
sapienza, mentre ascolta e interroga, e sostanzialmente nella veste
di colui che "insegna". La rivelazione del suo mistero
di Figlio tutto dedito alle cose del Padre è annuncio di
quella radicalità evangelica che pone in crisi anche i legami
più cari dell'uomo, di fronte alle esigenze assolute del
Regno. Gli stessi Giuseppe e Maria, trepidanti e angosciati, «
non compresero le sue parole » (Lc 2, 50).
Meditare i misteri "gaudiosi" significa
così entrare nelle motivazioni ultime e nel significato profondo
della gioia cristiana. Significa fissare lo sguardo sulla
concretezza del mistero dell'Incarnazione e sull'oscuro preannuncio
del mistero del dolore salvifico. Maria ci conduce ad apprendere
il segreto della gioia cristiana, ricordandoci che il cristianesimo
è innanzitutto euanghelion, "buona notizia",
che ha il suo centro, anzi il suo stesso contenuto, nella persona
di Cristo, il Verbo fatto carne, unico Salvatore del mondo.
Misteri della luce
21. Passando dall'infanzia e dalla vita di Nazareth
alla vita pubblica di Gesù, la contemplazione ci porta su
quei misteri che si possono chiamare, a titolo speciale, "misteri
della luce". In realtà, è tutto il mistero
di Cristo che è luce. Egli è « la luce del mondo
» (Gv 8, 12). Ma questa dimensione emerge particolarmente
negli anni della vita pubblica, quando Egli annuncia il vangelo
del Regno. Volendo indicare alla comunità cristiana cinque
momenti significativi – misteri 'luminosi' – di qesta
fase della vita di Cristo, ritengo che essi possano essere opportunamente
individuati: 1. nel suo Battesimo al Giordano, 2. nella sua auto-rivelazione
alle nozze di Cana, 3. nell'annuncio del Regno di Dio con l'invito
alla conversione, 4. nella sua Trasfigurazione e, infine, 5. nell'istituzione
dell'Eucaristia, espressione sacramentale del mistero pasquale.
Ognuno di questi misteri è rivelazione
del Regno ormai giunto nella persona stessa di Gesù.
È mistero di luce innanzitutto il Battesimo al Giordano.
Qui, mentre il Cristo scende, quale innocente che si fa "peccato"
per noi (cfr 2Cor 5, 21), nell'acqua del fiume, il cielo si apre
e la voce del Padre lo proclama Figlio diletto (cfr Mt 3, 17 e par),
mentre lo Spirito scende su di Lui per investirlo della missione
che lo attende. Mistero di luce è l'inizio dei segni a Cana
(cfr Gv 2, 1-12), quando Cristo, cambiando l'acqua in vino, apre
alla fede il cuore dei discepoli grazie all'intervento di Maria,
la prima dei credenti. Mistero di luce è la predicazione
con la quale Gesù annuncia l'avvento del Regno di Dio e invita
alla conversione (cfr Mc 1, 15), rimettendo i peccati di chi si
accosta a Lui con umile fiducia (cfr Mc 2, 3-13; Lc 7, 47-48), inizio
del ministero di misericordia che Egli continuerà ad esercitare
fino alla fine del mondo, specie attraverso il sacramento della
Riconciliazione affidato alla sua Chiesa (cfr Gv 20, 22-23).
Mistero di luce per eccellenza è poi la Trasfigurazione,
avvenuta, secondo la tradizione, sul Monte Tabor. La gloria della
Divinità sfolgora sul volto di Cristo, mentre il Padre lo
accredita agli Apostoli estasiati perché lo ascoltino (cfr
Lc 9, 35 e par) e si dispongano a vivere con Lui il momento doloroso
della Passione, per giungere con Lui alla gioia della Risurrezione
e a una vita trasfigurata dallo Spirito Santo. Mistero di luce è,
infine, l'istituzione dell'Eucaristia, nella quale Cristo si fa
nutrimento con il suo Corpo e il suo Sangue sotto i segni del pane
e del vino, testimoniando « sino alla fine » il suo
amore per l'umanità (Gv 13, 1), per la cui salvezza si offrirà
in sacrificio.
In questi misteri, tranne che a Cana, la
presenza di Maria rimane sullo sfondo. I Vangeli accennano
appena a qualche sua presenza occasionale in un momento o nell'altro
della predicazione di Gesù (cfr Mc 3, 31-35; Gv 2, 12) e
nulla dicono di un'eventuale presenza nel Cenacolo al momento dell'istituzione
dell'Eucaristia. Ma la funzione che svolge a Cana accompagna, in
qualche modo, tutto il cammino di Cristo. La rivelazione, che nel
Battesimo al Giordano è offerta direttamente dal Padre ed
è riecheggiata dal Battista, sta a Cana sulla sua bocca,
e diventa la grande ammonizione materna che Ella rivolge alla Chiesa
di tutti i tempi: « Fate quello che vi dirà
» (Gv 2, 5). È ammonizione, questa, che ben introduce
parole e segni di Cristo durante la vita pubblica, costituendo lo
sfondo mariano di tutti i "misteri della luce".
Misteri del dolore
22. Ai misteri del dolore di Cristo i Vangeli danno
grande rilievo. Da sempre la pietà cristiana, specialmente
nella Quaresima, attraverso la pratica della Via Crucis,
si è soffermata sui singoli momenti della Passione, intuendo
che è qui il culmine della rivelazione dell'amore ed
è qui la sorgente della nostra salvezza. Il Rosario
sceglie alcuni momenti della Passione, inducendo l'orante a fissarvi
lo sguardo del cuore e a riviverli. Il percorso meditativo si apre
col Getsemani, lì dove Cristo vive un momento particolarmente
angoscioso di fronte alla volontà del Padre, alla quale la
debolezza della carne sarebbe tentata di ribellarsi. Lì Cristo
si pone nel luogo di tutte le tentazioni dell'umanità, e
di fronte a tutti i peccati dell'umanità, per dire al Padre:
« Non sia fatta la mia, ma la tua volontà » (Lc
22, 42 e par). Questo suo "sì" ribalta il "no"
dei progenitori nell'Eden. E quanto questa adesione alla volontà
del Padre debba costargli emerge dai misteri seguenti, nei quali,
la salita al Calvario, con la flagellazione, la coronazione di spine,
la morte in croce, Egli è gettato nella più grande
abiezione: Ecce homo!
In questa abiezione è rivelato non soltanto
l'amore di Dio, ma il senso stesso dell'uomo. Ecce homo: chi vuol
conoscere l'uomo, deve saperne riconoscere il senso, la radice e
il compimento in Cristo, Dio che si abbassa per amore « fino
alla morte, e alla morte di croce » (Fil 2, 8). I misteri
del dolore portano il credente a rivivere la morte di Gesù
ponendosi sotto la croce accanto a Maria, per penetrare con Lei
nell'abisso dell'amore di Dio per l'uomo e sentirne tutta la forza
rigeneratrice.
Misteri della gloria
23.« La contemplazione del volto di Cristo
non può fermarsi all'immagine di Lui crocifisso. Egli è
il Risorto! ».(29) Da sempre il Rosario esprime questa consapevolezza
della fede, invitando il credente ad andare oltre il buio della
Passione, per fissare lo sguardo sulla gloria di Cristo nella Risurrezione
e nell'Ascensione. Contemplando il Risorto il cristiano riscopre
le ragioni della propria fede (cfr 1 Cor 15, 14), e rivive la gioia
non soltanto di coloro ai quali Cristo si manifestò –
gli Apostoli, la Maddalena, i discepoli di Emmaus –, ma anche
la gioia di Maria, che dovette fare un'esperienza non meno intensa
della nuova esistenza del Figlio glorificato. A questa gloria che,
con l'Ascensione, pone il Cristo alla destra del Padre, Ella stessa
sarà sollevata con l'Assunzione, giungendo, per specialissimo
privilegio, ad anticipare il destino riservato a tutti i giusti
con la risurrezione della carne. Coronata infine di gloria –
come appare nell'ultimo mistero glorioso – Ella rifulge quale
Regina degli Angeli e dei Santi, anticipazione e vertice della condizione
escatologica della Chiesa.
Al centro di questo percorso di gloria del Figlio
e della Madre, il Rosario pone, nel terzo mistero glorioso, la Pentecoste,
che mostra il volto della Chiesa quale famiglia riunita con Maria,
ravvivata dall'effusione potente dello Spirito, pronta per la missione
evangelizzatrice. La contemplazione di questo, come degli altri
misteri gloriosi, deve portare i credenti a prendere
coscienza sempre più viva della loro esistenza nuova in Cristo,
all'interno della realtà della Chiesa, un'esistenza di cui
la scena della Pentecoste costituisce la grande "icona".
I misteri gloriosi alimentano così nei credenti la speranza
della meta escatologica verso cui sono incamminati come membri del
Popolo di Dio pellegrinante nella storia. Ciò non può
non spingerli ad una coraggiosa testimonianza di quel « lieto
annunzio » che dà senso a tutta la loro esistenza.
Dai 'misteri' al 'Mistero':
la via di Maria
24. Questi cicli meditativi proposti nel Santo Rosario
non sono certo esaustivi, ma richiamano l'essenziale, introducendo
l'animo al gusto di una conoscenza di Cristo che continuamente attinge
alla fonte pura del testo evangelico. Ogni singolo tratto della
vita di Cristo, com'è narrato dagli Evangelisti, rifulge
di quel Mistero che supera ogni conoscenza (cfr Ef 3, 19). È
il Mistero del Verbo fatto carne, nel quale « abita corporalmente
tutta la pienezza della divinità » (Col 2, 9). Per
questo il Catechismo
della Chiesa Cattolica insiste tanto sui misteri di
Cristo, ricordando che « tutto nella vita di Gesù è
segno del suo Mistero ».(30) Il « duc in altum »
della Chiesa nel terzo Millennio si misura sulla capacità
dei cristiani di « penetrare nella perfetta conoscenza del
mistero di Dio, cioè Cristo, nel quale sono nascosti tutti
i tesori della sapienza e della scienza » (Col 2, 2-3). A
ciascun battezzato è rivolto l'ardente auspicio della Lettera
agli Efesini: « Che il Cristo abiti per la fede nei vostri
cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate
in grado di [...] conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni
conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di
Dio » (3, 17-19).
Il Rosario si pone a servizio di questo ideale, offrendo
il "segreto" per aprirsi più facilmente a una conoscenza
profonda e coinvolgente di Cristo. Potremmo dirlo la via
di Maria. È la via dell'esempio della Vergine di
Nazareth, donna di fede, di silenzio e di ascolto. È insieme
la via di una devozione mariana animata dalla consapevolezza dell'inscindibile
rapporto che lega Cristo alla sua Madre Santissima: i misteri di
Cristo sono anche, in certo senso, i misteri della Madre, persino
quando non vi è direttamente coinvolta, per il fatto stesso
che Ella vive di Lui e per Lui. Facendo nostre nell'Ave Maria le
parole dell'angelo Gabriele e di sant'Elisabetta, ci sentiamo spinti
a cercare sempre nuovamente in Maria, tra le sue braccia e nel suo
cuore, il « frutto benedetto del suo grembo » (cfr Lc
1, 42).
Mistero di
Cristo, 'mistero' dell'uomo
25. Nella già ricordata testimonianza del
1978 sul Rosario quale mia preghiera prediletta, espressi un concetto
sul quale desidero ritornare.
Dissi allora che « la semplice preghiera del Rosario batte
il ritmo della vita umana ».(31)
Alla luce delle riflessioni finora svolte sui misteri
di Cristo, non è difficile approfondire questa implicazione
antropologica del Rosario. Un'implicazione più radicale di
quanto non appaia a prima vista. Chi si pone in contemplazione di
Cristo ripercorrendo le tappe della sua vita, non può non
cogliere in Lui anche la verità sull'uomo. È la grande
affermazione del Concilio Vaticano II, che fin dalla Lettera enciclica
Redemptor hominis ho fatto tante volte oggetto del mio
magistero: « In realtà, il mistero dell'uomo si illumina
veramente soltanto nel mistero del Verbo incarnato ».(32)
Il Rosario aiuta ad aprirsi a questa luce. Seguendo il cammino di
Cristo, nel quale il cammino dell'uomo è « ricapitolato
»,(33) svelato e redento, il credente si pone davanti all'immagine
dell'uomo vero. Contemplando la sua nascita impara la sacralità
della vita, guardando alla casa di Nazareth apprende la verità
originaria sulla famiglia secondo il disegno di Dio, ascoltando
il Maestro nei misteri della vita pubblica attinge la luce per entrare
nel Regno di Dio e, seguendolo sulla via del Calvario, impara il
senso del dolore salvifico. Infine, contemplando Cristo e sua Madre
nella gloria, vede il traguardo a cui ciascuno di noi è chiamato,
se si lascia sanare e trasfigurare dallo Spirito Santo. Si può
dire così che ciascun mistero del Rosario, ben meditato,
getta luce sul mistero dell'uomo.
Al tempo stesso, diventa naturale portare a questo
incontro con la santa umanità del Redentore i tanti problemi,
assilli, fatiche e progetti che segnano la nostra vita. «
Getta sul Signore il tuo affanno, ed egli ti darà sostegno
» (Sal 55, 23). Meditare col Rosario significa consegnare
i nostri affanni ai cuori misericordiosi di Cristo e della Madre
sua. A distanza di venticinque anni, ripensando alle prove che non
sono mancate nemmeno nell'esercizio del ministero petrino, mi sento
di ribadire, quasi come un caldo invito rivolto a tutti perché
ne facciano personale esperienza: sì, davvero il
Rosario « batte il ritmo della vita umana »,
per armonizzarla col ritmo della vita divina, nella gioiosa comunione
della Santa Trinità, destino e anelito della nostra esistenza.
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sommario della lettera apostolica:
ROSARIUM VIRGINIS MARIAE
CAPITOLO III
PER ME VIVERE È CRISTO
Il Rosario,
via di assimilazione del mistero
26. La meditazione dei misteri di Cristo è
proposta nel Rosario con un metodo caratteristico, atto per sua
natura a favorire la loro assimilazione. È il metodo basato
sulla ripetizione. Ciò vale innanzitutto
per l'Ave Maria, ripetuta per ben dieci volte ad ogni mistero. Se
si guarda superficialmente a questa ripetizione, si potrebbe essere
tentati di ritenere il Rosario una pratica arida e noiosa. Ben altra
considerazione, invece, si può giungere ad avere della Corona,
se la si considera come espressione di quell'amore che non si stanca
di tornare alla persona amata con effusioni che, pur simili nella
manifestazione, sono sempre nuove per il sentimento che le pervade.
In Cristo, Dio ha assunto davvero un « cuore
di carne ». Egli non ha soltanto un cuore divino, ricco di
misericordia e di perdono, ma anche un cuore umano, capace di tutte
le vibrazioni dell'affetto. Se avessimo bisogno
in proposito di una testimonianza evangelica, non sarebbe difficile
trovarla nel toccante dialogo di Cristo con Pietro dopo la Risurrezione:
« Simone di Giovanni, mi vuoi bene? ». Per ben tre volte
è posta la domanda, per ben tre volte è data la risposta:
« Signore, tu lo sai che ti voglio bene » (cfr Gv 21,
15-17). Al di là dello specifico significato del brano, così
importante per la missione di Pietro, a nessuno sfugge la bellezza
di questa triplice ripetizione, in cui l'insistente richiesta e
la relativa risposta si esprimono in termini ben noti all'esperienza
universale dell'amore umano. Per comprendere il Rosario,
bisogna entrare nella dinamica psicologica che è propria
dell'amore.
Una cosa è chiara: se la ripetizione dell'Ave
Maria si rivolge direttamente a Maria, con Lei e attraverso di Lei
è in definitiva a Gesù che va l'atto di amore.
La ripetizione si alimenta del desiderio di una conformazione sempre
più piena a Cristo, vero "programma" della vita
cristiana. San Paolo ha enunciato questo programma con parole infuocate:
« Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno
» (Fil 1, 21). E ancora: « Non sono più io che
vivo, ma Cristo vive in me » (Gal 2, 20). Il Rosario ci aiuta
a crescere in questa conformazione fino al traguardo della santità.
Un metodo valido...
27. Che il rapporto con Cristo possa avvalersi anche
dell'aiuto di un metodo non deve stupire. Iddio si comunica all'uomo
rispettando il modo di essere della nostra natura ed i suoi ritmi
vitali. Per questo la spiritualità cristiana, pur conoscendo
le forme più sublimi del silenzio mistico,
nel quale tutte le immagini, le parole e i gesti sono come superati
dall'intensità di una unione ineffabile dell'uomo con Dio,
è normalmente segnata dal coinvolgimento totale della persona,
nella sua complessa realtà psico-fisica e relazionale.
Questo appare in modo evidente nella Liturgia.
I Sacramenti e i sacramentali sono strutturati con una serie di
riti, che chiamano in causa le diverse dimensioni della persona.
Anche la preghiera non liturgica esprime la stessa esigenza. Lo
conferma il fatto che, in Oriente, la più caratteristica
preghiera della meditazione cristologica, quella centrata sulle
parole: « Gesù, Cristo, Figlio di Dio, Signore,
abbi pietà di me peccatore »,(34) è
tradizionalmente legata al ritmo del respiro, che, mentre favorisce
la perseveranza nell'invocazione, assicura quasi una densità
fisica al desiderio che Cristo diventi il respiro, l'anima e il
"tutto" della vita.
... che tuttavia
può essere migliorato
28. Ho ricordato, nella Lettera apostolica Novo
millennio ineunte, che c'è oggi anche in Occidente una
rinnovata esigenza di meditazione, che trova a volte in altre religioni
modalità piuttosto accattivanti.(35) Non mancano
i cristiani che, per la poca conoscenza della tradizione contemplativa
cristiana, si lasciano allettare da quelle proposte. Esse
tuttavia, pur avendo elementi positivi e talvolta integrabili con
l'esperienza cristiana, nascondono spesso un fondo ideologico inaccettabile.
Anche in quelle esperienze è molto in voga una metodologia
che, mirando al traguardo di un'alta concentrazione spirituale,
si avvale di tecniche di carattere psico-fisico, ripetitive
e simboliche. Il Rosario si pone in questo quadro universale
della fenomenologia religiosa, ma si delinea con caratteristiche
proprie, che rispondono alle esigenze tipiche della specificità
cristiana.
In effetti, esso non è che un metodo
per contemplare. Come metodo, va utilizzato in relazione
al fine e non può diventare fine a se stesso. Tuttavia, essendo
frutto di secolare esperienza, anche il metodo non va sottovalutato.
Milita a suo favore l'esperienza di innumerevoli Santi. Ciò
non toglie, però, che esso possa essere migliorato. Proprio
a questo mira l'integrazione, nel ciclo dei misteri, della nuova
serie dei mysteria lucis, unitamente ad
alcuni suggerimenti relativi alla recita che propongo in questa
Lettera. Con essi, pur rispettando la struttura ampiamente consolidata
di questa preghiera, vorrei aiutare i fedeli a comprenderla nei
suoi risvolti simbolici, in sintonia con le esigenze della vita
quotidiana. Senza questo, c'è il rischio che il Rosario
non solo non produca gli effetti spirituali auspicati, ma persino
che la corona, con la quale si è soliti recitarlo, finisca
per essere sentita alla stregua di un amuleto o di un oggetto magico,
con un radicale travisamento del suo senso e della sua funzione.
L'enunciazione
del mistero
29. Enunciare il mistero, e magari avere l'opportunità
di fissare contestualmente un'icona che lo raffiguri, è come
aprire uno scenario su cui concentrare l'attenzione. Le parole guidano
l'immaginazione e l'animo a quel determinato episodio o momento
della vita di Cristo. Nella spiritualità che si è
sviluppata nella Chiesa, sia la venerazione di icone che le molte
devozioni ricche di elementi sensibili, come anche lo stesso metodo
proposto da sant'Ignazio di Loyola negli Esercizi Spirituali,
hanno fatto ricorso all'elemento visivo e immaginativo (la compositio
loci), ritenendolo di grande aiuto per favorire la concentrazione
dell'animo sul mistero. È una metodologia, del resto, che
corrisponde alla logica stessa dell'Incarnazione: Dio ha voluto
prendere, in Gesù, lineamenti umani. È attraverso
la sua realtà corporea che noi veniamo condotti a prendere
contatto con il suo mistero divino.
A questa esigenza di concretezza risponde anche l'enunciazione
dei vari misteri del Rosario. Certo, essi non sostituiscono il Vangelo
e neppure richiamano tutte le sue pagine. Il Rosario, pertanto,
non sostituisce la lectio divina, al contrario
la suppone e la promuove. Ma se i misteri considerati nel Rosario,
anche con il completamento dei mysteria lucis, si limitano
alle linee fondamentali della vita di Cristo, da essi l'animo può
facilmente spaziare sul resto del Vangelo, soprattutto quando il
Rosario è recitato in particolari momenti di prolungato raccoglimento.
L'ascolto della
Parola di Dio
30. Per dare fondamento biblico e maggiore profondità
alla meditazione, è utile che l'enunciazione del mistero
sia seguita dalla proclamazione di un passo biblico corrispondente
che, a seconda delle circostanze, può essere più o
meno ampio. Le altre parole, infatti, non raggiungono mai l'efficacia
propria della parola ispirata. Questa va ascoltata con la certezza
che è Parola di Dio, pronunciata per l'oggi e « per
me ».
Accolta così, essa entra nella metodologia
di ripetizione del Rosario senza suscitare la noia che sarebbe causata
dal semplice richiamo di un'informazione ormai ben acquisita. No,
non si tratta di riportare alla memoria un'informazione, ma di lasciar
"parlare" Dio. In qualche occasione solenne e
comunitaria, questa parola può essere opportunamente illustrata
da qualche breve commento.
Il silenzio
31. L'ascolto e la meditazione si nutrono
di silenzio. È opportuno che, dopo l'enunciazione
del mistero e la proclamazione della Parola, per un congruo periodo
di tempo ci si fermi a fissare lo sguardo sul mistero meditato,
prima di iniziare la preghiera vocale. La riscoperta del valore
del silenzio è uno dei segreti per la pratica della contemplazione
e della meditazione. Tra i limiti di una società fortemente
tecnologizzata e mass-mediatica, c'è anche il fatto che il
silenzio diventa sempre più difficile. Come nella Liturgia
sono raccomandati momenti di silenzio, anche nella recita del Rosario
una breve pausa è opportuna dopo l'ascolto della Parola di
Dio, mentre l'animo si fissa sul contenuto di un determinato mistero.
Il « Padre
nostro »
32. Dopo l'ascolto della Parola e la focalizzazione
del mistero è naturale che l'animo si innalzi verso il Padre.
Gesù, in ciascuno dei suoi misteri, ci porta sempre al Padre,
a cui Egli continuamente si rivolge, perché nel suo "seno"
riposa (cfr Gv 1, 18). Nell'intimità del Padre Egli ci vuole
introdurre, perché diciamo con Lui « Abbà, Padre
» (Rm 8, 15; Gal 4, 6). È in rapporto al Padre che
Egli ci fa fratelli suoi e fratelli tra di noi, comunicandoci lo
Spirito che è suo e del Padre insieme. Il Padre nostro, posto
quasi come fondamento alla meditazione cristologico-mariana che
si sviluppa attraverso la ripetizione dell'Ave Maria, rende la meditazione
del mistero, anche quando è compiuta in solitudine, un'esperienza
ecclesiale.
Le dieci «
Ave Maria »
33. È questo l'elemento più corposo
del Rosario e insieme quello che ne fa una preghiera mariana per
eccellenza. Ma proprio alla luce dell'Ave Maria ben compresa, si
avverte con chiarezza che il carattere mariano non solo non si oppone
a quello cristologico, ma anzi lo sottolinea e lo esalta. La prima
parte dell'Ave Maria, infatti, desunta dalle parole rivolte a Maria
dall'angelo Gabriele e da sant'Elisabetta, è contemplazione
adorante del mistero che si compie nella Vergine di Nazareth.
Esse esprimono, per così dire, l'ammirazione del cielo e
della terra e fanno, in certo senso, trapelare l'incanto di Dio
stesso nel contemplare il suo capolavoro – l'incarnazione
del Figlio nel grembo verginale di Maria –, nella linea di
quel gioioso sguardo della Genesi (cfr Gn 1, 31), di quell'originario
« pathos con cui Dio, all'alba della creazione, guardò
all'opera delle sue mani ».(36) Il ripetersi, nel Rosario,
dell'Ave Maria, ci pone sull'onda dell'incanto di Dio: è
giubilo, stupore, riconoscimento del più grande miracolo
della storia. È il compimento della profezia di Maria: «
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata » (Lc
1, 48).
Il baricentro dell'Ave Maria, quasi cerniera
tra la prima e la seconda parte, è il nome di Gesù.
Talvolta, nella recitazione frettolosa, questo baricentro sfugge,
e con esso anche l'aggancio al mistero di Cristo che si sta contemplando.
Ma è proprio dall'accento che si dà al nome di Gesù
e al suo mistero che si contraddistingue una significativa e fruttuosa
recita del Rosario. Già Paolo VI ricordò, nell'Esortazione
apostolica Marialis cultus, l'uso praticato in alcune regioni di
dar rilievo al nome di Cristo, aggiungendovi una clausola evocatrice
del mistero che si sta meditando.(37) È un uso lodevole,
specie nella recita pubblica. Esso esprime con forza la fede cristologica,
applicata ai diversi momenti della vita del Redentore. È
professione di fede e, al tempo stesso, aiuto a tener desta la meditazione,
consentendo di vivere la funzione assimilante, insita nella ripetizione
dell'Ave Maria, rispetto al mistero di Cristo. Ripetere il nome
di Gesù – l'unico nome nel quale ci è dato di
sperare salvezza (cfr At 4, 12) – intrecciato con quello della
Madre Santissima, e quasi lasciando che sia Lei stessa a suggerirlo
a noi, costituisce un cammino di assimilazione, che mira a farci
entrare sempre più profondamente nella vita di Cristo.
Dallo specialissimo rapporto con Cristo, che fa di
Maria la Madre di Dio, la Theotòkos, deriva, poi,
la forza della supplica con la quale a Lei ci rivolgiamo nella seconda
parte della preghiera, affidando alla sua materna intercessione
la nostra vita e l'ora della nostra morte.
Il «
Gloria »
34. La dossologia trinitaria è il traguardo
della contemplazione cristiana. Cristo è infatti la via che
ci conduce al Padre nello Spirito. Se percorriamo fino in fondo
questa via, ci ritroviamo continuamente di fronte al mistero delle
tre Persone divine da lodare, adorare, ringraziare.
È importante che il Gloria, culmine della contemplazione,
sia messo bene in evidenza nel Rosario. Nella recita pubblica potrebbe
essere cantato, per dare opportuna enfasi a questa prospettiva strutturale
e qualificante di ogni preghiera cristiana.
Nella misura in cui la meditazione del mistero è
stata attenta, profonda, ravvivata – di Ave in Ave –
dall'amore per Cristo e per Maria, la glorificazione trinitaria
ad ogni diecina, lungi dal ridursi ad una rapida conclusione, acquista
il suo giusto tono contemplativo, come per elevare l'animo all'altezza
del Paradiso e farci rivivere, in qualche modo, l'esperienza del
Tabor, anticipazione della contemplazione futura: « È
bello per noi stare qui » (Lc 9, 33).
La giaculatoria
finale
35. Nella pratica corrente del Rosario, dopo la dossologia
trinitaria segue una giaculatoria, che varia a seconda delle consuetudini.
Senza nulla togliere al valore di tali invocazioni, sembra opportuno
rilevare che la contemplazione dei misteri potrà meglio esprimere
tutta la sua fecondità, se si avrà cura di far sì
che ciascun mistero si concluda con una preghiera volta ad ottenere
i frutti specifici della meditazione di quel mistero.
In questo modo il Rosario potrà esprimere con maggiore efficacia
il suo legame con la vita cristiana. Lo suggerisce una bella orazione
liturgica, che ci invita a chiedere di poter giungere, meditando
i misteri del Rosario, ad « imitare ciò che
contengono e ad ottenere ciò che promettono ».(38)
Tale preghiera finale potrà ispirarsi, come
già succede, a una legittima varietà. Il Rosario acquista
in tal modo anche una fisionomia più adeguata alle varie
tradizioni spirituali e alle varie comunità
cristiane. In questa prospettiva, è auspicabile che si diffondano,
col debito discernimento pastorale, le proposte più significative,
magari sperimentate in centri e santuari mariani
particolarmente attenti alla pratica del Rosario, in modo che il
Popolo di Dio possa avvalersi di ogni autentica ricchezza spirituale,
traendone nutrimento per la propria contemplazione.
La "corona"
36. Strumento tradizionale per la recita del Rosario
è la corona. Nella pratica più superficiale, essa
finisce per essere spesso un semplice strumento di conteggio per
registrare il succedersi delle Ave Maria. Ma essa si presta anche
ad esprimere un simbolismo, che può dare ulteriore spessore
alla contemplazione.
A tal proposito, la prima cosa da notare è
come la corona converga verso il Crocifisso, che
apre così e chiude il cammino stesso dell'orazione. In Cristo
è centrata la vita e la preghiera dei credenti. Tutto parte
da Lui, tutto tende a Lui,tutto, mediante Lui, nello Spirito Santo,
giunge al Padre.
In quanto strumento di conteggio, che scandisce l'avanzare
della preghiera, la corona evoca l'incessante cammino della contemplazione
e della perfezione cristiana. Il beato Bartolo Longo la vedeva anche
come una "catena" che ci lega a Dio.
Catena, sì, ma catena dolce; tale sempre si rivela il rapporto
con un Dio che è Padre. Catena "filiale", che ci
pone in sintonia con Maria, la « serva del Signore »
(Lc 1, 38), e, in definitiva, con Cristo stesso, che, pur essendo
Dio, si fece « servo » per amore nostro (Fil 2, 7).
Bello è anche estendere il significato simbolico
della corona al nostro rapporto reciproco, ricordando con essa il
vincolo di comunione e di fraternità che tutti ci lega in
Cristo.
Avvio e chiusa
37. Sono vari, nella prassi corrente, i modi di introdurre
il Rosario nei diversi contesti ecclesiali. In alcune regioni, si
suole iniziare con l'invocazione del Salmo 69:
« O Dio, vieni a salvarmi; Signore, vieni presto in mio
aiuto », quasi ad alimentare nell'orante l'umile consapevolezza
della propria indigenza; altrove, invece, l'avvio avviene con la
recita del Credo, quasi a mettere la professione
di fede a fondamento del cammino contemplativo che si intraprende.
Questi e simili modi, nella misura in cui ben dispongono l'animo
alla contemplazione, sono usi ugualmente legittimi. La recita è
poi conclusa con la preghiera secondo le intenzioni del
Papa, per allargare lo sguardo di chi prega sull'ampio
orizzonte delle necessità ecclesiali. È proprio per
incoraggiare questa proiezione ecclesiale del Rosario che la Chiesa
ha voluto arricchirlo di sante
indulgenze per chi lo recita con le debite disposizioni.
In effetti, se vissuto così, il Rosario diventa
veramente un percorso spirituale, in cui Maria
si fa madre, maestra, guida, e sostiene il fedele con la sua intercessione
potente. Come stupirsi se l'animo sente il bisogno, alla fine di
questa preghiera, in cui ha fatto intima esperienza della maternità
di Maria, di sciogliersi nelle lodi per la Vergine Santa, sia nella
splendida preghiera della Salve Regina, che in
quella delle Litanie lauretane? È il coronamento
di un cammino interiore, che ha portato il fedele a contatto vivo
con il mistero di Cristo e della sua Madre Santissima.
La distribuzione
nel tempo
38. Il Rosario può essere recitato integralmente
ogni giorno, e non manca chi lodevolmente lo fa. Esso viene
così a riempire di orazione le giornate di tanti contemplativi,
o a tener compagnia ad ammalati ed anziani che dispongono di tempo
abbondante. Ma è ovvio – e ciò vale a maggior
ragione, se si aggiunge il nuovo ciclo dei mysteria lucis –
che molti non potranno recitarne che una parte, secondo un certo
ordine settimanale. Questa distribuzione settimanale finisce per
dare alle varie giornate della settimana un certo "colore"
spirituale, analogamente a quanto la Liturgia fa con le varie fasi
dell'anno liturgico.
Secondo la prassi corrente, il lunedì e il
giovedì sono dedicati ai « misteri della gioia »,
il martedì e il venerdì ai « misteri del dolore
», il mercoledì, il sabato e la domenica ai «
misteri della gloria ». Dove inserire i « misteri della
luce »? Considerando che i misteri gloriosi sono riproposti
di seguito il sabato e la domenica e che il sabato è tradizionalmente
un giorno a forte carattere mariano, sembra consigliabile spostare
al sabato la seconda meditazione settimanale dei misteri gaudiosi,
nei quali la presenza di Maria è più pronunciata.
Il giovedì resta così libero proprio per la meditazione
dei misteri della luce.
Questa indicazione non intende tuttavia limitare
una conveniente libertà nella meditazione personale e comunitaria,
a seconda delle esigenze spirituali e pastorali e soprattutto delle
coincidenze liturgiche che possono suggerire opportuni adattamenti.
Ciò che è veramente importante è che il
Rosario sia sempre più concepito e sperimentato come itinerario
contemplativo. Attraverso di esso, in modo complementare
a quanto si compie nella Liturgia, la settimana del cristiano, incardinata
sulla domenica, giorno della risurrezione, diventa un cammino attraverso
i misteri della vita di Cristo, e questi si afferma, nella vita
dei suoi discepoli, come Signore del tempo e della storia.
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sommario della lettera apostolica:
ROSARIUM VIRGINIS MARIAE
CONCLUSIONE
« Rosario benedetto di Maria, catena dolce che ci rannodi
a Dio »
39. Quanto fin qui s'è detto, esprime ampiamente
la ricchezza di questa preghiera tradizionale, che ha la semplicità
di una preghiera popolare, ma anche la profondità teologica
di una preghiera adatta a chi avverte l'esigenza di una contemplazione
più matura.
A questa preghiera la Chiesa ha riconosciuto sempre
una particolare efficacia, affidando ad essa, alla sua recita corale,
alla sua pratica costante, le cause più difficili.
In momenti in cui la cristianità stessa era minacciata, fu
alla forza di questa preghiera che si attribuì lo scampato
pericolo e la Vergine del Rosario fu salutata come propiziatrice
della salvezza.
Oggi all'efficacia di questa preghiera consegno volentieri
– l'ho accennato all'inizio – la causa della pace nel
mondo e quella della famiglia.
La pace
40. Le difficoltà che l'orizzonte mondiale
presenta in questo avvio di nuovo Millennio ci inducono a pensare
che solo un intervento dall'Alto, capace di orientare i cuori di
quanti vivono situazioni conflittuali e di quanti reggono le sorti
delle Nazioni, può far sperare in un futuro meno oscuro.
Il Rosario è preghiera orientata per sua natura
alla pace, per il fatto stesso che consiste nella
contemplazione di Cristo, Principe della pace e « nostra pace
» (Ef 2,14). Chi assimila il mistero di Cristo – e il
Rosario proprio a questo mira –, apprende il segreto della
pace e ne fa un progetto di vita. Inoltre, in forza del suo carattere
meditativo, con il tranquillo succedersi delle Ave Maria, il Rosario
esercita sull'orante un'azione pacificante che lo dispone a ricevere
e sperimentare nella profondità del suo essere e a diffondere
intorno a sé quella pace vera che è dono speciale
del Risorto (cfr Gv 14, 27; 20, 21).
È poi preghiera di pace anche per i
frutti di carità che produce. Se ben recitato come
vera preghiera meditativa, il Rosario, favorendo l'incontro con
Cristo nei suoi misteri, non può non additare anche il volto
di Cristo nei fratelli, specie in quelli più sofferenti.
Come si potrebbe fissare, nei misteri gaudiosi, il mistero del Bimbo
nato a Betlemme senza provare il desiderio di accogliere, difendere
e promuovere la vita, facendosi carico della sofferenza dei bambini
in tutte le parti del mondo? Come si potrebbero seguire i passi
del Cristo rivelatore, nei misteri della luce, senza proporsi di
testimoniare le sue beatitudini nella vita di ogni giorno? E come
contemplare il Cristo carico della croce e crocifisso, senza sentire
il bisogno di farsi suoi « cirenei » in ogni fratello
affranto dal dolore o schiacciato dalla disperazione? Come si potrebbe,
infine, fissare gli occhi sulla gloria di Cristo risorto e su Maria
incoronata Regina, senza provare il desiderio di rendere questo
mondo più bello, più giusto, più vicino al
disegno di Dio?
Insomma, mentre ci fa fissare gli occhi su
Cristo, il Rosario ci rende anche costruttori della pace nel mondo.
Per la sua caratteristica di petizione insistente e corale, in sintonia
con l'invito di Cristo a pregare « sempre, senza stancarsi
» (Lc 18,1), esso ci consente di sperare che, anche oggi,
una "battaglia" tanto difficile come quella della pace
possa essere vinta. Lungi dall'essere una fuga dai problemi del
mondo, il Rosario ci spinge così a guardarli con occhio responsabile
e generoso, e ci ottiene la forza di tornare ad essi con la certezza
dell'aiuto di Dio e con il proposito fermo di testimoniare in ogni
circostanza « la carità, che è il vincolo di
perfezione » (Col 3, 14).
La famiglia: i
genitori...
41. Preghiera per la pace, il Rosario è anche,
da sempre, preghiera della famiglia e per la famiglia.
Un tempo questa preghiera era particolarmente cara alle famiglie
cristiane, e certamente ne favoriva la comunione. Occorre non disperdere
questa preziosa eredità. Bisogna tornare a pregare in famiglia
e a pregare per le famiglie, utilizzando ancora questa forma di
preghiera.
Se nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte
ho incoraggiato la celebrazione della Liturgia delle
Ore anche da parte dei laici nella vita ordinaria delle
comunità parrocchiali e dei vari gruppi cristiani,(39) altrettanto
desidero fare per il Rosario. Si tratta di due
vie non alternative, ma complementari, della contemplazione cristiana.
Chiedo pertanto a quanti si dedicano alla pastorale delle famiglie
di suggerire con convinzione la recita del Rosario.
La famiglia che prega unita, resta unita.
Il Santo Rosario, per antica tradizione, si presta particolarmente
ad essere preghiera in cui la famiglia si ritrova. I singoli membri
di essa, proprio gettando lo sguardo su Gesù, recuperano
anche la capacità di guardarsi sempre nuovamente negli occhi,
per comunicare, per solidarizzare, per perdonarsi scambievolmente,
per ripartire con un patto di amore rinnovato dallo Spirito di Dio.
Molti problemi delle famiglie contemporanee,
specie nelle società economicamente evolute, dipendono dal
fatto che diventa sempre più difficile comunicare. Non si
riesce a stare insieme, e magari i rari momenti dello stare insieme
sono assorbiti dalle immagini di un televisore. Riprendere a recitare
il Rosario in famiglia significa immettere nella vita quotidiana
ben altre immagini, quelle del mistero che salva: l'immagine del
Redentore, l'immagine della sua Madre Santissima. La
famiglia che recita insieme il Rosario riproduce un po' il clima
della casa di Nazareth: si pone Gesù al centro, si condividono
con lui gioie e dolori, si mettono nelle sue mani bisogni e progetti,
si attingono da lui la speranza e la forza per il cammino.
... e i figli
42. A questa preghiera è anche bello e fruttuoso
affidare l'itinerario di crescita dei figli. Non è forse,
il Rosario, l'itinerario della vita di Cristo, dal concepimento,
alla morte, fino alla resurrezione e alla gloria? Diventa oggi sempre
più arduo per i genitori seguire i figli nelle varie tappe
della vita. Nella società della tecnologia avanzata, dei
mass media e della globalizzazione, tutto è diventato così
rapido e la distanza culturale tra le generazioni si fa sempre più
grande. I più diversi messaggi e le esperienze più
imprevedibili si fanno presto spazio nella vita dei ragazzi e degli
adolescenti, e per i genitori diventa talvolta angoscioso
far fronte ai rischi che essi corrono. Si trovano non di
rado a sperimentare delusioni cocenti, constatando i fallimenti
dei propri figli di fronte alla seduzione della droga, alle attrattive
di un edonismo sfrenato, alle tentazioni della violenza, alle più
varie espressioni del non senso e della disperazione.
Pregare col Rosario per i figli, e ancor
più con i figli, educandoli fin dai teneri anni
a questo momento giornaliero di « sosta orante » della
famiglia, non è, certo, la soluzione di ogni problema, ma
è un aiuto spirituale da non sottovalutare. Si può
obiettare che il Rosario appare preghiera poco adatta al gusto dei
ragazzi e dei giovani d'oggi. Ma forse l'obiezione tiene conto di
un modo di praticarlo spesso poco accurato. Del resto, fatta salva
la sua struttura fondamentale, nulla vieta che per i ragazzi e i
giovani la recita del Rosario – tanto in famiglia quanto nei
gruppi – si arricchisca di opportuni accorgimenti simbolici
e pratici, che ne favoriscano la comprensione e la valorizzazione.
Perché non provarci? Una pastorale giovanile non rinunciataria,
appassionata e creativa – le Giornate Mondiali della Gioventù
me ne hanno dato la misura! – è capace di fare, con
l'aiuto di Dio, cose davvero significative. Se il Rosario
viene ben presentato, sono sicuro che i giovani stessi saranno capaci
di sorprendere ancora una volta gli adulti, nel far propria questa
preghiera e nel recitarla con l'entusiasmo tipico della loro età.
Il Rosario,
un tesoro da riscoprire
43. Carissimi fratelli e sorelle! Una preghiera
così facile, e al tempo stesso così ricca,
merita davvero di essere riscoperta dalla comunità cristiana.
Facciamolo soprattutto in questo anno, assumendo questa proposta
come un rafforzamento della linea tracciata nella Lettera apostolica
Novo millennio ineunte, a cui i piani pastorali di tante Chiese
particolari si sono ispirati nel programmare l'impegno per il prossimo
futuro.
Mi rivolgo in particolare a voi, cari Confratelli
nell'Episcopato, sacerdoti e diaconi, e a voi, operatori pastorali
nei diversi ministeri, perché, facendo esperienza personale
della bellezza del Rosario, ne diventiate solerti promotori.
Confido anche in voi, teologi, perché praticando una riflessione
al tempo stesso rigorosa e sapienziale, radicata nella Parola di
Dio e sensibile al vissuto del popolo cristiano, facciate scoprire,
di questa preghiera tradizionale, i fondamenti biblici, le ricchezze
spirituali, la validità pastorale.
Conto su di voi, consacrati e consacrate, chiamati
a titolo particolare a contemplare il volto di Cristo alla scuola
di Maria.
Guardo a voi tutti, fratelli e sorelle di ogni condizione,
a voi, famiglie cristiane, a voi, ammalati e anziani, a voi giovani:
riprendete con fiducia tra le mani la corona del Rosario, riscoprendola
alla luce della Scrittura, in armonia con la Liturgia, nel contesto
della vita quotidiana.
Che questo mio appello non cada inascoltato! All'inizio
del venticinquesimo anno di Pontificato, affido questa Lettera apostolica
alle mani sapienti della Vergine Maria, prostrandomi spiritualmente
davanti alla sua immagine nello splendido santuario a Lei edificato
dal beato Bartolo Longo, apostolo del Rosario. Faccio volentieri
mie le parole toccanti con le quali egli chiude la celebre Supplica
alla Regina del Santo Rosario:
« O Rosario benedetto di Maria, catena
dolce che ci rannodi a Dio, vincolo di amore che ci unisci agli
Angeli, torre di salvezza negli assalti dell'inferno, porto sicuro
nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più. Tu
ci sarai conforto nell'ora dell'agonia. A te l'ultimo bacio della
vita che si spegne. E l'ultimo accento delle nostre labbra sarà
il nome tuo soave, o Regina del Rosario di Pompei, o Madre nostra
cara, o Rifugio dei peccatori, o Sovrana consolatrice dei mesti.
Sii ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra e in cielo ».
Dal Vaticano, il 16 ottobre dell'anno 2002, inizio
del venticinquesimo di Pontificato.
GIOVANNI PAOLO II
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sommario della lettera apostolica:
ROSARIUM VIRGINIS MARIAE
NOTE
(1) Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa
nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 45.
(2) Cfr Paolo VI, Esort. ap. Marialis cultus (2 febbraio 1974),
42: AAS 66 (1974), 153.
(3) Cfr Acta Leonis XIII, 3 (1884), 280-289.
(4) Degna di nota è, in particolare, la sua Epistola apostolica
sul Rosario Il religioso convegno (29 settembre 1961): AAS 53 (1961),
641-647.
(5) Angelus: Insegnamenti I (1978), 75-76.
(6) AAS 93 (2001), 285.
(7) Giovanni XXIII negli anni di preparazione del Concilio non aveva
mancato di invitare la comunità cristiana alla recita del
Rosario per la riuscita di questo evento ecclesiale: cfr Lettera
al Cardinale Vicario del 28 settembre 1960: AAS 52 (1960), 814-817.
(8) Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 66.
(9) N. 32: AAS 93 (2001), 288.
(10) Ibid., 33, l.c., 289.
(11) È noto e va ribadito che le rivelazioni private non
sono della stessa natura della rivelazione pubblica, normativa per
tutta la Chiesa. È compito del Magistero discernere e riconoscere
l'autenticità ed il valore delle rivelazioni private per
la pietà dei fedeli.
(12) Il segreto meraviglioso del Santo Rosario per convertirsi e
salvarsi: Opere, 1, Scritti Spirituali, Roma 1990, pp. 729-843.
(13) B. Bartolo Longo, Storia del Santuario di Pompei, Pompei 1990,
p.59.
(14) Esort. ap. Marialis cultus (2 febbraio 1974), 47: AAS 66 (1974),
156.
(15) Cost. sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, 10.
(16) Ibid., 12.
(17) Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium,
58.
(18) I Quindici Sabati del Santissimo Rosario, 27ª ed.,
Pompei 1916, p. 27.
(19) Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium,
53.
(20) Ibid., 60.
(21) Cfr Primo radiomessaggio Urbi et orbi (17 ottobre 1978): AAS
70 (1978), 927.
(22) Trattato della vera devozione a Maria, 120: Opere, 1, Scritti
spirituali, Roma 1990, p. 430.
(23) Catechismo della Chiesa Cattolica, 2679.
(24) Ibid., 2675.
(25) La Supplica alla Regina del Santo Rosario, che si recita solennemente
due volte l'anno, in maggio e ottobre, fu composta dal beato Bartolo
Longo nel 1883, come adesione all'invito del Papa Leone XIII ai
cattolici, nella sua prima Enciclica sul Rosario, per un impegno
spirituale volto a fronteggiare i mali della società.
(26) Divina Commedia, Par. XXXIII, 13-15.
(27) Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte (6gennaio
2001), 20: AAS 93 (2001), 279.
(28) Esort. ap. Marialis cultus (2 febbraio 1974), 46: AAS 66 (1974),
155.
(29) Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte (6 gennaio
2001), 28: AAS 93 (2001), 284.
(30) N. 515.
(31) Angelus del 29 ottobre 1978: Insegnamenti I (1978), 76.
(32) Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et
spes, 22.
(33) S. Ireneo di Lione, Contro le eresie, III, 18, 1: PG 7, 932.
(34) Catechismo della Chiesa Cattolica, 2616.
(35) Cfr n. 33: AAS 93 (2001), 289.
(36) Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti (4 aprile 1999), 1:
AAS 91 (1999), 1155.
(37) Cfr n. 46: AAS 66 (1974), 155. Quest'uso è stato anche
recentemente lodato dalla Congregazione per il Culto Divino e la
Disciplina dei Sacramenti nel Direttorio su pietà popolare
e liturgia. Principi e orientamenti (17 dicembre 2001), 201, Città
del Vaticano, 2002, p. 165.
(38) « ... concede, quaesumus, ut haec mysteria sacratissimo
beatae Mariae Virginis Rosario recolentes, et imitemur quod continent,
et quod promittunt assequamur »: Missale Romanum 1960, In
festo B.M. Virginis a Rosario.
(39) Cfr n. 34: AAS 93 (2001), 290.
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ROSARIUM VIRGINIS MARIAE
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