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In questa ultima domenica di Quaresima, il Vangelo della Passione
di Gesù secondo Matteo ci porta ad incontrare una figura
spesso poco o male considerata, che è quella di Giuda Iscariota.
Nelle nostre menti, l'immagine associata a questo personaggio è,
molto probabilmente, quella del traditore, di colui, cioè,
per mezzo del quale il Figlio dell'Uomo è tradito. Tuttavia,
raramente, nella Bibbia, i personaggi si presentano come semplici
icone di comportamenti giusti o sbagliati, ma molto spesso l'accento
è posto proprio sulla molteplicità di caratteristiche
che la persona umana può presentare. Cerchiamo,
quindi, di incontrare quest'oggi Giuda come persona e non come traditore.
Lasciamoci suggestionare in questo compito dalle parole del colloquio
immaginario della chiamata di Giuda, così come se l'è
immaginata Gerald Messadiè, nel suo libro
"L'uomo che divenne Dio":
"Giuda!" disse, e con sua sorpresa due uomini si
fecero avanti; l'altro, un rosso fragile dagli occhi tondi e neri.
"Anche tu ti chiami Giuda?" chiese a quest'ultimo.
"Sì, rabbino. Mi chiamano Giuda Iscariota, perché
sono figlio di Simone Iscariota"
"Sei anche tu un conciatore?"
"Sì, è il mio mestiere. Ma non lo pratico più"
Gesù aspettò la spiegazione; fu Simone lo zelota a
fornirgliela. Anche quel Giuda era uno zelota, e cercava di raccogliere
attorno a sé gli zeloti per formare un partito.
"Lo hai seguito?" chiese Gesù.
"No, gli zeloti sono sempre troppo numerosi. Riuniti in partito,
saremmo stati ancora più vulnerabili".
Gesù interrogò con lo sguardo Giuda Iscariota.
"E' esatto", disse Giuda. "Ho cercato di raggruppare
attorno a me gli zeloti, che non hanno un vero capo. Sono stanco
della passività degli Ebrei. Frignano come vecchie oppresse
dalla tirannia straniera e dalla decadenza della casa, ma quando
si tratta di agire, si tirano indietro con il pretesto che tengono
famiglia. Tutti nelle cinque province sanno che a Gerusalemme impera
la corruzione per denaro e che i costumi della Decapoli sono decaduti.
Ladri e prostitute di ogni risma si pavoneggiano alla luce del sole
in tutte le grandi città di questo paese, e ho paura che
non esista un solo Dio pagano che non abbia il suo altare in Palestina.
Giovani ebrei vengono attirati in feste vergognose dove tutti danzano
nudi, ubriachi e truccati, ma i loro padri non osano rimproverarli,
perché non hanno più autorità, né osano
denunciarli alla polizia religiosa per paura di perdere l'onore
o di dispiacere ai Romani che sono promotori di questi sedicenti
riti. Questo accade anche a Cafarnao, dove l'altro giorno un macellaio
si è giocato la sua migliore fonte di guadagno, la guarnigione
romana, perché aveva denunciato suo figlio al rabbino che
se n'è andato poco fa. Tutti in questo paese potrebbero additare
un rabbino codardo o maneggione, ma nessuno lo fa. O quasi nessuno.
Sei al corrente di tutto questo?" chiese a Gesù. "Non
è forse la vergogna, attizzata dalla speranza ad animarti?"
Eloquente, ribelle, probabilmente uno che scatena disordini. Uno
che sa parlare, in ogni caso. Tutti lo hanno ascoltato. Non è
certo, non lo è affatto, che egli consideri l'uomo che gli
sta di fronte come il Messia.
"Giuda", rispose Gesù, "poco fa, quando ho
detto il tuo nome, tu ti sei fatto avanti. Stava a significare che
vuoi unirti a noi?"
"Sì, tu sembri un capo ed è più facile
che seguano te che me. Quindi ti seguo"
"Eppure ho spiegato a Simone che non userò i metodi
degli zeloti".
"I metodi contano poco, è il fine che conta".
Lo sguardo di Giuda si soffermò a lungo su Gesù. Quasi
a sfidarlo.
"Bisogna che tu sappia", aggiunse Giuda Iscariota, "che
Simone ed io siamo ricercati dalla polizia del Tempio".
"Sarai comunque l'altro Giuda che sta con noi", disse
Gesù.
Il ritratto molto preciso che emerge da questo brano su Giuda ci
aiuta a capire quello che è stata, molto probabilmente, la
molla che lo ha spinto a seguire Gesù: il suo desiderio di
riunire gli Ebrei sotto un'unica guida che potesse spazzare via
l'invasore straniero, in questo caso i Romani. Gli zeloti lo volevano
fare seguendo una via militare, ma Giuda è disposto ad anteporre
il fine ai mezzi. Purtroppo per Giuda, però, anche
il fine di Gesù era diverso: cercava sì di istituire
un Regno, ma si trattava del Regno dei Cieli, ambiva sì ad
un trono da cui sovrastare le genti con la sua presenza ed essere
ammirato da tutti, ma quel trono era quello della croce, voleva
ottenere sì la vittoria, ma l'avrebbe ottenuta a prezzo della
apparente suprema sconfitta della morte. Si può,
quindi, immaginare nel percorso di sequela di Giuda un periodo iniziale
di entusiasmo via via crescente con l'aumentare della popolarità
di Gesù, ma si può altrettanto facilmente immaginare,
umanamente parlando, la reazione di Giuda, nel momento in cui vedeva
crescere un Messia diverso da quello che lui si era immaginato,
diverso da quello che lui voleva ed auspicava per il popolo di Israele.
Immaginiamo addirittura l'angoscia di una persona che ha dato tutto
per l'ideale che perseguiva e che si vede crollare davanti la possibilità
di far risorgere i suoi fratelli ebrei dalla loro condizione di
sottomissione nei confronti dell'invasore romano, popolo che, come
Giuda stesso ci ha suggerito, è soprattutto contaminatore
dei riti e delle usanze del popolo di Dio. La figura di un Messia
così non gli stava bene e non doveva stare bene nemmeno agli
altri perché rischiava di far fallire tutto quello che lui
aveva pianificato, i traguardi che immaginava: la libertà
dall'oppressore, l'indipendenza sotto una sola grande guida. A questo
punto Gesù per Giuda diventa un ostacolo verso la libertà
ed è quasi automatica la decisione di consegnarlo alle autorità
religiose che avrebbero saputo mettere fine a questa sua vicenda.
Giuda non si comporta da persona avida, non è la cupidigia
a muovere le sue azioni: vende Gesù per trenta denari, il
prezzo di uno schiavo, quando molto probabilmente i capi dei sacerdoti
avrebbero sborsato fior di quattrini per l'occasione che Giuda offriva
loro di sbarazzarsi definitivamente di Gesù e noi che leggiamo
spesso il Vangelo sappiamo quanto desiderassero giungere a questo
traguardo.
Giuda agisce, invece, paradossalmente, da persona coerente: consegna
Gesù, perché, come abbiamo letto nel brano di Messadiè,
il fine giustifica i mezzi, e, quindi, se per liberare Israele bisogna
togliere di mezzo Gesù, in un modo o nell'altro si deve porre
fine alla predicazione di questo Messia.
Giuda è però in grado di capire, alla fine, di essere
stato manovrato dai capi dei sacerdoti, per i loro fini, e come
il centurione che vedendo morire Gesù si converte, anche
Giuda, vedendo l'interrogatorio di Gesù, comprende finalmente
il vero ruolo di Gesù e non quello che gli voleva affidare
lui. Così, tormentato dal rimorso, cerca di rimediare
con un ultimo disperato tentativo al suo errore, ma non ci riesce,
così si sacrifica per congelare nel tempo la sua immagine
non di traditore, ma di uomo, come lo siamo noi, accettato da Gesù
nella sua più intima cerchia, quella dei Dodici, accettato
per i suoi pregi e anche, perché no, per i suoi difetti,
accettato perché Gesù è in grado di vedere
in ciascuno di noi un grande amico, anche nel momento in cui noi
lo tradiamo, di un Giuda, uomo, dicevamo, che solo alla fine della
sua vita ha capito che Gesù è un uomo eccezionale,
da ammirare, da ascoltare, ma soprattutto da seguire, così
com'è e non come noi lo vorremmo.
Apprestandoci ad entrare nella Settimana Santa, disponiamoci in
un atteggiamento di stupore e disponibilità, rileggendo e
meditando nelle vicende delle Passione, Morte e Risurrezione di
Gesù la storia d'amore un Dio che si è fatto uomo
per farci capire che la vita da cristiani, cioè quella vissuta
con Gesù come modello, non promette soldi, fama o potere,
ma ti garantisce la certezza di aver vissuto veramente e di aver
contribuito a portare, come ha fatto Gesù, un po' di Paradiso
anche in questa vita.
Concretamente possiamo impegnarci a pregare e meditare
la Parola di Dio con maggiore impegno, cercando, se già non
li abbiamo, dei momenti appositi nella giornata, nei quali dedicarci
alla lettura del Vangelo, cercando di capire a fondo che bella persona
è Gesù, lasciandocelo spiegare da lui e non pretendendo
o sperando che sia la persona, il Dio che noi vogliamo per i nostri
comodi.
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