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IQT - IL QUINTO TALENTO

intervento del Cardinale Carlo Maria Martini

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Mi congratulo volentieri con gli organizzatori di questa iniziativa, il cui titolo mi ha fatto pensare. Recita, infatti: Quale comunicazione per l’uomo d’oggi. Anche se non c’è il punto interrogativo, tuttavia si tratta di un’importante e difficile domanda: quale comunicazione?

Importante e difficile, perché siamo in un mondo immerso, anzi sommerso dalla comunicazione, quindi è necessario scegliere; per sopravvivere ragionevolmente in un mondo inondato da ogni genere di comunicazione, bisogna acquistare un atteggiamento attivo di scelta, non passivo e supino di pura sopportazione o di godimento o di fruizione. Occorre un atteggiamento attivo, propositivo, che non nasce da sé, ma va formato. Credo che queste sere abbiano quindi centrato un punto nodale che sta molto a cuore alla Chiesa e a me.
Ho letto una relazione tenuta da un Vescovo francese, sua eccellenza monsignor Jullien, alla Conferenza episcopale francese che ha destinato l’ultimo suo incontro, nel novembre 1966 a Lourdes, al tema "Informazione – Comunicazione". Anche la CEI. Aveva dedicato parte della sessione plenaria tenuta nel 1995 a Collevalenza, al medesimo problema. Monsignor Jullien si è espresso così:


"La galassia Gutenberg, dopo aver assicurato il regno del libro durante quattro secoli, sta spegnendosi e sta spegnendosi di fronte all’audio-visuale… Di per sé illustrare le parole con l’immagine ed esprimersi in prevalenza con immagini è antico quanto l’umanità. Ricordiamo l’esempio dei Maja, degli Egiziani, dei geroglifici; ma ciò che è nuovo e che sta facendo scomparire la galassia Gutenberg del libro, della comunicazione scritta, è il carattere massiccio del fenomeno".


Massiccio per la realtà tecnica che l’accompagna e per il costo dell’emissione del messaggio; massiccio per la sua recezione: basta pensare anche solo alle mondovisione del concerto col Papa a Bologna e ancora di più alle centinaia di milioni di persone che hanno assistito ai funerali di Lady Diana o ai funerali di Madre Teresa, per capire l’universalità di tale fenomeno.


"Massiccio ancora per l’effetto boomerang sul messaggio, che a sua volta viene sottomesso alle esigenze della comunicazione di massa. Quindi la comunicazione di massa retroagisce sul messaggio trasformandolo, esigendo che assuma le caratteristiche di brevità, di stile incisivo senza sfumature di urgenza. E noi assistiamo a questa trasformazione del messaggio sempre più drogato, sempre più accusatorio, sempre più determinato a scuotere, a tradursi in forza emotiva".

All’inizio della sua conferenza, il Vescovo francese, nota appunto:

"che tutti gli intellettuali, anche i chierici, gli uomini di Chiesa, che erano a loro agio nella galassia precedente del libro, della comunicazione semplice, della funzione di insegnamento, di predicazione, lo sono oggi meno quando si tratta di comunicazione di massa. Ma non sono i soli. Chi non si è sentito un giorno o l’altro abbandonato, senza difesa di fronte alla potenza dei media?".

Mi pare sia ben sottolineata la situazione odierna e l’importanza di riconquistare quella soggettività che i media rischiano di sommergere.
Quale introduzione al vostro incontro, ho pensato di richiamare due icone di cui abbiamo fatto uso negli ultimi anni e di aggiungerne una terza, allo scopo di incoraggiarvi.


L’ICONA DEL LEMBO DEL MANTELLO

Nel 1991, volendo dedicare un anno intero di programma pastorale diocesano ai mass media – che seguiva a quello più generale del comunicare -, ho scelto l’icona del lembo del mantello, che è stata molto recepita e sovente citata. E’ un’immagine semplice: come il lembo del mantello di Gesù, alla donna che lo toccava con fede, trasmette qualcosa della forza stessa di Gesù, pur senza essere il Signore, così il sistema comunicativo mass-mediale può trasmettere qualcosa del mistero di Dio pur senza essere il Mistero, può fare da trasmettitore. L’immagine evocava in positivo le grandi possibilità e le grandi responsabilità della comunicazione mass-mediale, e infatti è stata spesso utilizzata dai comunicatori come un incoraggiamento e uno stimolo per il loro lavoro, come una piccola sveglia per la loro responsabilità.
Qualche anno dopo, nel 1995, mi hanno chiamato a Graz, in Austria, per un intervento al Convegno mondiale dei giornalisti cattolici – giornalisti, comunicatori di cinema, radio, televisione-. Tenendo conto di quanto era avvenuto nel frattempo e di un certo deteriorarsi della comunicazione, visibile specialmente nei grandi quotidiani e nel linguaggio televisivo, ho cambiato immagine.


L’ICONA DEI MERCANTI NEL TEMPIO

Mi sono servito di un’icona di tipo negativo: i mercanti nel tempio; tra l’altro il tema del convegno era: Violenza e mass-media.
Ho usato quell’immagine con forza per indicare che chi pretendesse di introdurre nel tempio della comunicazione la moneta falsa o il falso commercio di notizie atte a creare violenza o differenza o comunque contrasto tra la gente, meriterebbe di essere cacciato dal tempio, come Gesù ha cacciato i mercanti. Intendevo perciò segnalare gli aspetti pericolosi, deleteri che può assumere un’informazione allorché si pone al servizio della violenza, degli odi razziali, etnici, della guerra e comunque della non intesa tra i popoli; in ogni caso della notizia drogata, falsificata, avvelenata.


L’ICONA DEI CINQUE TALENTI

Quale icona uso per l’oggi? Naturalmente non rinnego le due precedenti che, in qualche maniera, si equilibrano. Tuttavia, parlando ad una comunità cristiana che si interroga sui mass-media, sulla comunicazione, desidero evocare l’immagine dei cinque talenti; non tutta la parabola dei talenti, bensì quei cinque talenti consegnati al servo del padrone che intraprende un lungo viaggio. Il servo ne fa fruttare altri cinque, e mi colpisce il fatto che non ne fa fruttare quattro o tre, ma cinque su cinque. Applicando la metafora al nostro discorso, vuol dire che dobbiamo tener conto egualmente di tutti i talenti affidati ad una comunità cristiana, e non trascurarne nessuno, non renderne quattro o tre su cinque.

Come esprimere i talenti presenti nella parrocchia, nella vostra parrocchia?

  • Il primo talento è il Vangelo, la parola di Dio, dunque la catechesi.
  • Il secondo talento di cui vive una comunità cristiana è la liturgia, i sacramenti, soprattutto l’Eucarestia. Un talento da far fruttificare.
  • Il terzo, sul quale abbiamo tanto insistito, è la carità, talento tipico della comunità cristiana (notare che a ciascuno di questi talenti ho dedicato uno o due programmi pastorali annuali: la Parola, l’Eucarestia, la Carità).

E’ la carità che ci sollecita ad aiutare le popolazioni colpite dal terremoto; e della carità sono stato testimone nel mio viaggio in Bosnia e in Croazia nell’estate scorsa, vedendo il tanto bene operato dalle nostre Caritas.

  • Il quarto talento tipico della comunità cristiana è quello della comunione, dello stare insieme, dunque anche il talento della disciplina, dell’ordine nelle comunità. Questo è affidato soprattutto ai presbiteri e, con loro, ai consigli pastorali, a quanti hanno la responsabilità di far procedere la comunità in maniera ordinata, organica, in coordinazione con le altre parrocchie, con il decanato, con la diocesi nell’ambito della Chiesa italiana e della Chiesa universale.
  • E il quinto talento è la comunicazione. Comunicazione non semplicemente all’interno della comunità in tutte le forme, comprese le più semplici che permettono alla gente di conoscere ciò che si compie, di partecipare alla vita della parrocchia; ma comunicazione anche a livello più vasto, di decanato, di zona, di diocesi, di Chiesa italiana e di Chiesa universale. Intendo tutte le forme di comunicazione attraverso i mass-media. Non parlo qui dell’etica generale dei media; parlo invece dei talenti della comunità cristiana, che ha un duplice compito: quello di educarsi e di educare all’uso dei media – televisione, quotidiani, forme molteplici di pensiero, di parola, di immagine – e inoltre il compito di essere essa stessa produttrice di media, a uso interno e per la società.

Penso alla sala della comunità e a tutto ciò che vi si elabora, alle pubblicazioni – dal bollettino parrocchiale al settimanale diocesano e alle riviste diocesane -, alla stampa cattolica, a tutta la pubblicistica, a tutte le forme di comunicazione radiofonica e televisiva per la comunità. Questo è un talento, mentre spesso le nostre comunità pensano di avere quattro talenti, non cinque; per cui coltivano i primi quattro – la catechesi, la liturgia, la carità, la comunione – e tralasciano il quinto ritenendolo un optional.

Il servo della parabola ha restituito cinque talenti, e dobbiamo tenere presente questo insegnamento. Perché allora le nostre comunità pensano che il quinto può essere lasciato a qualche specialista? Come mai gli strumenti di comunicazione della parrocchia, del decanato, della diocesi, della zona pastorale non interessano più di tanto, quasi che la comunità possa andare avanti bene anche senza di essi? Come mai non ci si sforza di formare a un uso attento dei media generali e di formare a un loro uso intelligente, selettivo, critico, coraggioso, propositivo?

E’ chiaro che il quinto non è il solo talento, perché la comunità non ha senso, non esiste senza la parola di Dio, l’Eucarestia e la carità. Anche se possedessimo tutti i media del mondo, tutte le televisioni, i giornali, le editorie, non saremmo nulla senza la carità, senza il Vangelo, senza la catechesi, la liturgia, la Parola, la comunione all’interno della comunità. Tuttavia la carità, la catechesi, la liturgia, la Parola, la comunione all’interno della comunità, non sono incisive se manca l’attenzione alla comunicazione; si rinchiudono su se stesse e alla fine sbiadiscono come sta sbiadendo il pianeta Gutenberg. Dunque, benché sia l’ultimo, non il primo, è necessario e il servo viene lodato proprio perché ha fatto fruttare tutti i cinque talenti.

A questo punto si ripropone la domanda: Quale comunicazione per l’uomo d’oggi?


UN AUSPICIO

I relatori risponderanno alla domanda, e vorrei osservare che la questione mi interessa molto, sia nel suo aspetto educativo-formativo a usare criticamente dei media, sia nel suo aspetto propositivo: ciò che fa la comunità cristiana con i mezzi a sua disposizione.

A me piacerebbe che si sviluppasse sempre più una sinergia tra il pulpito, per così dire, la stampa cattolica e la radiotelevisione,in modo che le tre vie non si ignorassero, ma l’una richiamasse l’altra; allora avremo un’efficacia e un’incisività assai più forti sui nostri contemporanei.

Concludo leggendo ancora un passo della relazione del Vescovo francese:

"Non è maledicendo il proprio tempo e le forze malefiche al lavoro in questo mondo che si camminerà verso la nuova evangelizzazione. Non è d’altra parte neppure coltivando un’ingenuità che non serve a nulla. Bisogna conservare nello stesso tempo la semplicità della colomba e la prudenza del serpente".

Vi auguro – quale ultima icona che propongo – questa semplicità e questa prudenza, ossia accortezza capacità critica nell’uso dei media, ma insieme semplicità che ha fiducia ed entra in questa arena.

Semplicità, prudenza, accortezza e avvedutezza siano anche il frutto dei vostri incontri.


Intervento all’incontro sul tema della comunicazione

Osnago, 1 ottobre 1997

 

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