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Mi congratulo volentieri con gli organizzatori di questa iniziativa,
il cui titolo mi ha fatto pensare. Recita, infatti: Quale
comunicazione per l’uomo d’oggi. Anche
se non c’è il punto interrogativo, tuttavia si tratta
di un’importante e difficile domanda: quale comunicazione?
Importante e difficile, perché siamo in un mondo immerso,
anzi sommerso dalla comunicazione, quindi è
necessario scegliere; per sopravvivere ragionevolmente in un mondo
inondato da ogni genere di comunicazione, bisogna acquistare un
atteggiamento attivo di scelta, non passivo e supino di pura sopportazione
o di godimento o di fruizione. Occorre un atteggiamento attivo,
propositivo, che non nasce da sé, ma va formato. Credo che
queste sere abbiano quindi centrato un punto nodale che sta molto
a cuore alla Chiesa e a me.
Ho letto una relazione tenuta da un Vescovo francese, sua eccellenza
monsignor Jullien, alla Conferenza episcopale francese che ha destinato
l’ultimo suo incontro, nel novembre 1966 a Lourdes, al tema
"Informazione – Comunicazione". Anche la CEI. Aveva
dedicato parte della sessione plenaria tenuta nel 1995 a Collevalenza,
al medesimo problema. Monsignor Jullien si è espresso così:
"La galassia Gutenberg, dopo aver assicurato il regno del
libro durante quattro secoli, sta spegnendosi e sta spegnendosi
di fronte all’audio-visuale… Di per sé illustrare
le parole con l’immagine ed esprimersi in prevalenza con immagini
è antico quanto l’umanità. Ricordiamo l’esempio
dei Maja, degli Egiziani, dei geroglifici; ma ciò che è
nuovo e che sta facendo scomparire la galassia Gutenberg del libro,
della comunicazione scritta, è il carattere massiccio del
fenomeno".
Massiccio per la realtà tecnica che l’accompagna e
per il costo dell’emissione del messaggio; massiccio per la
sua recezione: basta pensare anche solo alle mondovisione del concerto
col Papa a Bologna e ancora di più alle centinaia di milioni
di persone che hanno assistito ai funerali di Lady Diana o ai funerali
di Madre Teresa, per capire l’universalità di tale
fenomeno.
"Massiccio ancora per l’effetto boomerang sul messaggio,
che a sua volta viene sottomesso alle esigenze della comunicazione
di massa. Quindi la comunicazione di massa retroagisce sul messaggio
trasformandolo, esigendo che assuma le caratteristiche di brevità,
di stile incisivo senza sfumature di urgenza. E noi assistiamo a
questa trasformazione del messaggio sempre più drogato, sempre
più accusatorio, sempre più determinato a scuotere,
a tradursi in forza emotiva".
All’inizio della sua conferenza, il Vescovo francese, nota
appunto:
"che tutti gli intellettuali, anche i chierici, gli uomini
di Chiesa, che erano a loro agio nella galassia precedente del libro,
della comunicazione semplice, della funzione di insegnamento, di
predicazione, lo sono oggi meno quando si tratta di comunicazione
di massa. Ma non sono i soli. Chi non si è sentito un giorno
o l’altro abbandonato, senza difesa di fronte alla potenza
dei media?".
Mi pare sia ben sottolineata la situazione odierna e l’importanza
di riconquistare quella soggettività che i media rischiano
di sommergere.
Quale introduzione al vostro incontro, ho pensato di richiamare
due icone di cui abbiamo fatto uso negli ultimi anni e di aggiungerne
una terza, allo scopo di incoraggiarvi.
L’ICONA DEL LEMBO DEL MANTELLO
Nel 1991, volendo dedicare un anno intero di programma pastorale
diocesano ai mass media – che seguiva a quello più
generale del comunicare -, ho scelto l’icona del lembo del
mantello, che è stata molto recepita e sovente citata. E’
un’immagine semplice: come il lembo del mantello di Gesù,
alla donna che lo toccava con fede, trasmette qualcosa della forza
stessa di Gesù, pur senza essere il Signore, così
il sistema comunicativo mass-mediale può trasmettere qualcosa
del mistero di Dio pur senza essere il Mistero, può fare
da trasmettitore. L’immagine evocava in positivo le grandi
possibilità e le grandi responsabilità della comunicazione
mass-mediale, e infatti è stata spesso utilizzata dai comunicatori
come un incoraggiamento e uno stimolo per il loro lavoro, come una
piccola sveglia per la loro responsabilità.
Qualche anno dopo, nel 1995, mi hanno chiamato a Graz, in Austria,
per un intervento al Convegno mondiale dei giornalisti cattolici
– giornalisti, comunicatori di cinema, radio, televisione-.
Tenendo conto di quanto era avvenuto nel frattempo e di un certo
deteriorarsi della comunicazione, visibile specialmente nei grandi
quotidiani e nel linguaggio televisivo, ho cambiato immagine.
L’ICONA DEI MERCANTI NEL TEMPIO
Mi sono servito di un’icona di tipo negativo: i mercanti
nel tempio; tra l’altro il tema del convegno era: Violenza
e mass-media.
Ho usato quell’immagine con forza per indicare che chi pretendesse
di introdurre nel tempio della comunicazione la moneta falsa o il
falso commercio di notizie atte a creare violenza o differenza o
comunque contrasto tra la gente, meriterebbe di essere cacciato
dal tempio, come Gesù ha cacciato i mercanti. Intendevo perciò
segnalare gli aspetti pericolosi, deleteri che può assumere
un’informazione allorché si pone al servizio della
violenza, degli odi razziali, etnici, della guerra e comunque della
non intesa tra i popoli; in ogni caso della notizia drogata, falsificata,
avvelenata.
L’ICONA DEI CINQUE TALENTI
Quale icona uso per l’oggi? Naturalmente non rinnego le due
precedenti che, in qualche maniera, si equilibrano. Tuttavia, parlando
ad una comunità cristiana che si interroga sui mass-media,
sulla comunicazione, desidero evocare l’immagine dei cinque
talenti; non tutta la parabola dei talenti, bensì quei cinque
talenti consegnati al servo del padrone che intraprende un lungo
viaggio. Il servo ne fa fruttare altri cinque, e mi colpisce il
fatto che non ne fa fruttare quattro o tre, ma cinque su cinque.
Applicando la metafora al nostro discorso, vuol dire che dobbiamo
tener conto egualmente di tutti i talenti affidati ad una comunità
cristiana, e non trascurarne nessuno, non renderne quattro o tre
su cinque.
Come esprimere i talenti presenti nella parrocchia, nella vostra
parrocchia?
- Il primo talento è il Vangelo, la
parola di Dio, dunque la catechesi.
- Il secondo talento di cui vive una comunità
cristiana è la liturgia, i sacramenti, soprattutto
l’Eucarestia. Un talento da far fruttificare.
- Il terzo, sul quale abbiamo tanto insistito,
è la carità, talento tipico della comunità
cristiana (notare che a ciascuno di questi talenti ho dedicato
uno o due programmi pastorali annuali: la Parola, l’Eucarestia,
la Carità).
E’ la carità che ci sollecita ad aiutare le popolazioni
colpite dal terremoto; e della carità sono stato testimone
nel mio viaggio in Bosnia e in Croazia nell’estate scorsa,
vedendo il tanto bene operato dalle nostre Caritas.
- Il quarto talento tipico della comunità
cristiana è quello della comunione, dello stare insieme,
dunque anche il talento della disciplina, dell’ordine nelle
comunità. Questo è affidato soprattutto ai presbiteri
e, con loro, ai consigli pastorali, a quanti hanno la responsabilità
di far procedere la comunità in maniera ordinata, organica,
in coordinazione con le altre parrocchie, con il decanato, con
la diocesi nell’ambito della Chiesa italiana e della Chiesa
universale.
- E il quinto talento è la comunicazione.
Comunicazione non semplicemente all’interno della comunità
in tutte le forme, comprese le più semplici che permettono
alla gente di conoscere ciò che si compie, di partecipare
alla vita della parrocchia; ma comunicazione anche a livello più
vasto, di decanato, di zona, di diocesi, di Chiesa italiana e
di Chiesa universale. Intendo tutte le forme di comunicazione
attraverso i mass-media. Non parlo qui dell’etica generale
dei media; parlo invece dei talenti della comunità cristiana,
che ha un duplice compito: quello di educarsi e di educare all’uso
dei media – televisione, quotidiani, forme molteplici di
pensiero, di parola, di immagine – e inoltre il compito
di essere essa stessa produttrice di media, a uso interno e per
la società.
Penso alla sala della comunità e a tutto ciò che
vi si elabora, alle pubblicazioni – dal bollettino parrocchiale
al settimanale diocesano e alle riviste diocesane -, alla stampa
cattolica, a tutta la pubblicistica, a tutte le forme di comunicazione
radiofonica e televisiva per la comunità. Questo è
un talento, mentre spesso le nostre comunità pensano di avere
quattro talenti, non cinque; per cui coltivano i primi quattro –
la catechesi, la liturgia, la carità, la comunione –
e tralasciano il quinto ritenendolo un optional.
Il servo della parabola ha restituito cinque talenti, e
dobbiamo tenere presente questo insegnamento. Perché
allora le nostre comunità pensano che il quinto può
essere lasciato a qualche specialista? Come mai gli strumenti di
comunicazione della parrocchia, del decanato, della diocesi, della
zona pastorale non interessano più di tanto, quasi che la
comunità possa andare avanti bene anche senza di essi? Come
mai non ci si sforza di formare a un uso attento dei media generali
e di formare a un loro uso intelligente, selettivo, critico, coraggioso,
propositivo?
E’ chiaro che il quinto non è il solo talento, perché
la comunità non ha senso, non esiste senza la parola di Dio,
l’Eucarestia e la carità. Anche se possedessimo tutti
i media del mondo, tutte le televisioni, i giornali, le editorie,
non saremmo nulla senza la carità, senza il Vangelo, senza
la catechesi, la liturgia, la Parola, la comunione all’interno
della comunità. Tuttavia la carità, la catechesi,
la liturgia, la Parola, la comunione all’interno della comunità,
non sono incisive se manca l’attenzione alla comunicazione;
si rinchiudono su se stesse e alla fine sbiadiscono come sta sbiadendo
il pianeta Gutenberg. Dunque, benché sia l’ultimo,
non il primo, è necessario e il servo viene lodato proprio
perché ha fatto fruttare tutti i cinque talenti.
A questo punto si ripropone la domanda: Quale comunicazione per
l’uomo d’oggi?
UN AUSPICIO
I relatori risponderanno alla domanda, e vorrei osservare che la
questione mi interessa molto, sia nel suo aspetto educativo-formativo
a usare criticamente dei media, sia nel suo aspetto propositivo:
ciò che fa la comunità cristiana con i mezzi a sua
disposizione.
A me piacerebbe che si sviluppasse sempre più una sinergia
tra il pulpito, per così dire, la stampa cattolica e la radiotelevisione,in
modo che le tre vie non si ignorassero, ma l’una richiamasse
l’altra; allora avremo un’efficacia e un’incisività
assai più forti sui nostri contemporanei.
Concludo leggendo ancora un passo della relazione del Vescovo
francese:
"Non è maledicendo il proprio tempo e le forze
malefiche al lavoro in questo mondo che si camminerà verso
la nuova evangelizzazione. Non è d’altra parte neppure
coltivando un’ingenuità che non serve a nulla. Bisogna
conservare nello stesso tempo la semplicità della colomba
e la prudenza del serpente".
Vi auguro – quale ultima icona che propongo – questa
semplicità e questa prudenza, ossia accortezza capacità
critica nell’uso dei media, ma insieme semplicità che
ha fiducia ed entra in questa arena.
Semplicità, prudenza, accortezza e avvedutezza siano anche
il frutto dei vostri incontri.
Intervento all’incontro sul tema della comunicazione
Osnago, 1 ottobre 1997
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