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ARTICOLO 7
IL SETTIMO COMANDAMENTO
« Non rubare » (Es
20,15). (281)
« Non rubare » (Mt
19,18).
2401 Il
settimo comandamento proibisce di prendere o di tenere ingiustamente i
beni del prossimo e di arrecare danno al prossimo nei suoi beni in qualsiasi
modo. Esso prescrive la giustizia e la carità nella gestione dei beni
materiali e del frutto del lavoro umano. Esige, in vista del bene comune,
il rispetto della destinazione universale dei beni e del diritto di proprietà
privata. La vita cristiana si sforza di ordinare a Dio e alla carità fraterna
i beni di questo mondo.
I.
La destinazione universale e la proprietà privata dei beni
2402 All'inizio,
Dio ha affidato la terra e le sue risorse alla gestione comune dell'umanità,
affinché se ne prendesse cura, la dominasse con
il suo lavoro e ne godesse i frutti. (282) I beni della creazione sono
destinati a tutto il genere umano. Tuttavia la terra
è suddivisa tra gli uomini, perché sia garantita la sicurezza della loro
vita, esposta alla precarietà e minacciata dalla violenza. L'appropriazione
dei beni è legittima al fine di garantire la libertà e la dignità delle
persone, di aiutare ciascuno a soddisfare i propri bisogni fondamentali
e i bisogni di coloro di cui ha la responsabilità. Tale appropriazione
deve consentire che si manifesti una naturale solidarietà tra gli uomini.
2403 Il
diritto alla proprietà privata, acquisita o ricevuta in giusto
modo, non elimina l'originaria donazione della terra all'insieme dell'umanità.
La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la
promozione del bene comune esige il rispetto
della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio.
2404 «
L'uomo, usando dei beni creati, deve considerare le cose esteriori che
legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni,
nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri
». (283) La proprietà di un bene fa di colui che
lo possiede un amministratore della provvidenza; deve perciò farlo fruttificare
e spartirne i frutti con gli altri, e, in primo luogo, con i propri congiunti.
2405 I beni di produzione – materiali o immateriali –,
come terreni o stabilimenti, competenze o arti, esigono le cure di chi
li possiede, perché la loro fecondità vada a vantaggio del maggior numero
di persone. Coloro che possiedono beni d'uso e di consumo devono
usarne con moderazione, riservando la parte migliore all'ospite, al malato,
al povero.
2406 L'autorità
politica ha il diritto e il dovere di regolare il legittimo esercizio
del diritto di proprietà in funzione del bene
comune. (284)
II. Il
rispetto delle persone e dei loro beni
2407 In
materia economica, il rispetto della dignità umana esige la pratica della
virtù della temperanza, per moderare l'attaccamento ai beni di questo mondo; della virtù
della giustizia, per rispettare i diritti del prossimo e dargli ciò che gli è dovuto; e della solidarietà,
seguendo la regola aurea e secondo la liberalità del Signore il quale, da ricco che era, si è fatto povero
per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà. (285)
Il rispetto dei beni altrui
2408 Il
settimo comandamento proibisce il furto, cioè
l'usurpazione del bene altrui contro la ragionevole volontà del proprietario.
Non c'è furto se il consenso può essere presunto, o se il rifiuto è contrario
alla ragione e alla destinazione universale dei beni. È
questo il caso della necessità urgente ed evidente, in cui l'unico mezzo
per soddisfare bisogni immediati ed essenziali (nutrimento, rifugio, indumenti...)
è di disporre e di usare beni altrui. (286)
2409 Ogni modo di prendere e di tenere ingiustamente i beni del prossimo, anche se
non è in contrasto con le disposizioni della legge civile, è contrario
al settimo comandamento. Così, tenere deliberatamente cose avute in prestito
o oggetti smarriti; commettere frode nel commercio; (287) pagare
salari ingiusti; (288) alzare i prezzi, speculando sull'ignoranza o sul
bisogno altrui. (289)
Sono pure moralmente illeciti: la speculazione, con
la quale si agisce per far artificiosamente variare la stima dei beni,
in vista di trarne un vantaggio a danno di altri; la corruzione, con la
quale si svia il giudizio di coloro che devono
prendere decisioni in base al diritto; l'appropriazione e l'uso privato
dei beni sociali di un'impresa; i lavori eseguiti male, la frode fiscale,
la contraffazione di assegni e di fatture, le spese eccessive, lo sperpero.
Arrecare volontariamente un danno alle proprietà private o pubbliche è
contrario alla legge morale ed esige il risarcimento.
2410 Le
promesse devono essere mantenute, e i contratti rigorosamente
osservati nella misura in cui l'impegno preso è moralmente giusto. Una
parte rilevante della vita economica e sociale dipende dal valore dei
contratti tra le persone fisiche o morali. È il caso dei contratti commerciali
di vendita o di acquisto, dei contratti d'affitto o di lavoro. Ogni contratto
deve essere stipulato e applicato in buona fede.
2411 I
contratti sottostanno alla giustizia commutativa, che regola gli
scambi tra le persone e tra le istituzioni nel pieno rispetto dei loro
diritti. La giustizia commutativa obbliga strettamente; esige la salvaguardia
dei diritti di proprietà, il pagamento dei debiti e l'adempimento delle
obbligazioni liberamente contrattate. Senza la giustizia
commutativa, qualsiasi altra forma di giustizia è impossibile.
Va distinta la giustizia commutativa dalla
giustizia legale, che riguarda ciò che il cittadino deve equamente
alla comunità, e dalla giustizia distributiva, che regola ciò che
la comunità deve ai cittadini in proporzione alle loro prestazioni e ai
loro bisogni.
2412 In
forza della giustizia commutativa, la riparazione dell'ingiustizia
commessa esige la restituzione al proprietario di ciò di cui è stato
derubato:
Gesù fa l'elogio di Zaccheo per il suo proposito:
« Se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto » (Lc 19,8).
Coloro che, direttamente o indirettamente, si sono appropriati di un bene altrui, sono tenuti a restituirlo, o, se la cosa
non c'è più, a rendere l'equivalente in natura o in denaro, come anche
a corrispondere i frutti e i profitti che sarebbero stati legittimamente
ricavati dal proprietario. Allo stesso modo hanno l'obbligo della restituzione,
in proporzione alla loro responsabilità o al vantaggio avutone, tutti
coloro che in qualche modo hanno preso parte al furto, oppure
ne hanno approfittato con cognizione di causa; per esempio, coloro che
l'avessero ordinato, o appoggiato, o avessero ricettato la refurtiva.
2413 I
giochi d'azzardo (gioco delle carte, ecc.) o le scommesse non
sono in se stessi contrari alla giustizia. Diventano moralmente inaccettabili
allorché privano la persona di ciò che le è necessario per far fronte
ai bisogni propri e altrui. La passione del gioco rischia di diventare
una grave schiavitù. Truccare le scommesse o barare nei giochi costituisce
una mancanza grave, a meno che il danno causato sia
tanto lieve da non poter essere ragionevolmente considerato significativo
da parte di chi lo subisce.
2414 Il
settimo comandamento proibisce gli atti o le iniziative che, per qualsiasi
ragione, egoistica o ideologica, mercantile o
totalitaria, portano all'asservimento di esseri umani, a misconoscere
la loro dignità personale, ad acquistarli, a venderli e a scambiarli come
se fossero merci. Ridurre le persone, con la violenza, ad un valore d'uso
oppure ad una fonte di guadagno, è un peccato contro la loro dignità e
i loro diritti fondamentali. San Paolo ordinava ad un padrone cristiano
di trattare il suo schiavo cristiano « non più come schiavo, ma [...]
come un fratello carissimo [...], come uomo, nel Signore »
(Fm 16).
Il rispetto dell'integrità della creazione
2415 Il
settimo comandamento esige il rispetto dell'integrità della creazione.
Gli animali, come anche le piante e gli esseri inanimati, sono naturalmente
destinati al bene comune dell'umanità passata, presente e futura. (290)
L'uso delle risorse minerali, vegetali e animali dell'universo non può
essere separato dal rispetto delle esigenze morali. La
signoria sugli esseri inanimati e sugli altri viventi accordata dal Creatore
all'uomo non è assoluta; deve misurarsi con la sollecitudine per la qualità
della vita del prossimo, compresa quella delle generazioni future; esige
un religioso rispetto dell'integrità della creazione. (291)
2416 Gli
animali sono creature di Dio. Egli li circonda della sua provvida
cura. (292) Con la loro semplice esistenza lo benedicono e gli rendono
gloria. (293) Anche gli uomini devono essere benevoli verso di loro. Ci
si ricorderà con quale delicatezza i santi, come san Francesco d'Assisi
o san Filippo Neri, trattassero gli animali.
2417 Dio
ha consegnato gli animali a colui che egli ha
creato a sua immagine. (294) È dunque legittimo servirsi degli animali
per provvedere al nutrimento o per confezionare indumenti. Possono essere
addomesticati, perché aiutino l'uomo nei suoi lavori e anche a ricrearsi
negli svaghi. Le sperimentazioni mediche e scientifiche sugli animali
sono pratiche moralmente accettabili, se rimangono entro limiti ragionevoli
e contribuiscono a curare o salvare vite umane.
2418 È
contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli animali e disporre
indiscriminatamente della loro vita. È pure indegno dell'uomo spendere
per gli animali somme che andrebbero destinate, prioritariamente,
a sollevare la miseria degli uomini. Si possono amare gli animali; ma
non si devono far oggetto di quell'affetto che
è dovuto soltanto alle persone.
III.
La dottrina sociale della Chiesa
2419 «
La rivelazione cristiana [...] ci guida a un
approfondimento delle leggi che regolano la vita sociale ». (295) La Chiesa
riceve dal Vangelo la piena rivelazione della verità dell'uomo. Quando compie la sua missione di annunziare il Vangelo, attesta
all'uomo, in nome di Cristo, la sua dignità e la sua vocazione alla comunione
delle persone; gli insegna le esigenze della giustizia e della pace, conformi
alla sapienza divina.
2420 La
Chiesa dà un giudizio morale, in materia economica e sociale, « quando
ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona o dalla salvezza
delle anime ». (296) Per ciò che attiene alla sfera della moralità, essa
è investita di una missione distinta da quella delle autorità politiche:
la Chiesa si interessa degli aspetti temporali del bene comune in quanto
sono ordinati al Bene supremo, nostro ultimo fine. Cerca di inculcare
le giuste disposizioni nel rapporto con i beni terreni e nelle relazioni
socio-economiche.
2421 La
dottrina sociale della Chiesa si è sviluppata nel secolo diciannovesimo,
all'epoca dell'impatto del Vangelo con la moderna società industriale,
le sue nuove strutture per la produzione dei beni di consumo, la sua nuova
concezione della società, dello Stato e dell'autorità, le sue nuove forme
di lavoro e di proprietà. Lo sviluppo della dottrina della Chiesa, in
materia economica e sociale, attesta il valore permanente dell'insegnamento
della Chiesa e, ad un tempo, il vero senso della sua Tradizione sempre
viva e vitale. (297)
2422 L'insegnamento
sociale della Chiesa costituisce un corpo dottrinale, che si articola
a mano a mano che la Chiesa, alla luce di tutta la parola rivelata da
Cristo Gesù, con l'assistenza dello Spirito Santo, interpreta gli avvenimenti
nel corso della storia. (298) Tale insegnamento diventa tanto più accettabile
per gli uomini di buona volontà quanto più profondamente ispira la condotta
dei fedeli.
2423 La
dottrina sociale della Chiesa propone principi di riflessione; formula
criteri di giudizio, offre orientamenti per l'azione:
Ogni sistema secondo cui i rapporti sociali sarebbero
completamente determinati dai fattori economici, è contrario alla natura
della persona umana e dei suoi atti. (299)
2424 Una
teoria che fa del profitto la regola esclusiva e il fine ultimo dell'attività
economica è moralmente inaccettabile. Il desiderio smodato
del denaro non manca di produrre i suoi effetti perversi. È una delle
cause dei numerosi conflitti che turbano l'ordine sociale. (300)
Un sistema che sacrifica « i diritti fondamentali delle singole persone
e dei gruppi all'organizzazione collettiva della produzione » è contrario
alla dignità dell'uomo. (301) Ogni pratica che riduce le persone a non
essere altro che puri strumenti in funzione del profitto, asservisce l'uomo,
conduce all'idolatria del denaro e contribuisce alla diffusione dell'ateismo.
« Non potete servire a Dio e a mammona » (Mt
6,24; Lc 16,13).
2425 La
Chiesa ha rifiutato le ideologie totalitarie e atee associate, nei tempi
moderni, al « comunismo » o al « socialismo ». Peraltro essa ha pure rifiutato,
nella pratica del « capitalismo », l'individualismo e il primato assoluto
della legge del mercato sul lavoro umano. (302) La regolazione dell'economia
mediante la sola pianificazione centralizzata perverte i legami sociali
alla base; la sua regolazione mediante la sola legge del mercato non può
attuare la giustizia sociale, perché « esistono numerosi bisogni umani
che non hanno accesso al mercato ». (303) È necessario favorire una ragionevole
regolazione del mercato e delle iniziative economiche, secondo una giusta
gerarchia dei valori e in vista del bene comune.
IV. L'attività
economica e la giustizia sociale
2426 Lo
sviluppo delle attività economiche e l'aumento della produzione sono destinati
a soddisfare i bisogni degli esseri umani. La vita economica non mira
solo ad accrescere la produzione dei beni e ad aumentare il profitto o
la potenza; essa è prima di tutto ordinata al
servizio delle persone, dell'uomo nella sua integralità e di tutta la
comunità umana. Realizzata secondo i propri metodi, l'attività economica
deve essere esercitata nell'ambito dell'ordine morale, nel rispetto della
giustizia sociale, in modo che risponda al disegno di Dio sull'uomo. (304)
2427 Il
lavoro umano proviene immediatamente da persone create ad immagine
di Dio e chiamate a prolungare, le une con le altre e per le altre, l'opera
della creazione sottomettendo la terra. (305) Il lavoro, quindi, è un
dovere: « Chi non vuol lavorare, neppure mangi » (2 Ts
3,10). (306) Il lavoro esalta i doni del Creatore e i talenti ricevuti.
Può anche essere redentivo. Sopportando la penosa fatica (307) del lavoro
in unione con Gesù, l'artigiano di Nazaret e il crocifisso
del Calvario, l'uomo in un certo modo coopera con il Figlio di Dio nella
sua opera redentrice. Si mostra discepolo di Cristo portando la croce,
ogni giorno, nell'attività che è chiamato a compiere. (308) Il lavoro
può essere un mezzo di santificazione e un'animazione delle realtà terrene
nello Spirito di Cristo.
2428 Nel
lavoro la persona esercita e attualizza una parte delle capacità iscritte
nella sua natura. Il valore primario del lavoro riguarda l'uomo stesso,
che ne è l'autore e il destinatario. Il lavoro è per l'uomo, e
non l'uomo per il lavoro. (309)
Ciascuno deve poter trarre dal lavoro i mezzi di sostentamento per la
propria vita e per quella dei suoi familiari, e per servire la comunità
umana.
2429 Ciascuno
ha il diritto di iniziativa economica;
ciascuno userà legittimamente i propri talenti per concorrere a un'abbondanza
di cui tutti possano godere, e per raccogliere dai propri sforzi i giusti
frutti. Procurerà di conformarsi agli ordinamenti emanati dalle legittime
autorità in vista del bene comune. (310)
2430 La
vita economica chiama in causa interessi diversi, spesso tra loro
opposti. Così si spiega l'emergere dei conflitti che la caratterizzano.
(311) Si farà di tutto per comporre tali conflitti attraverso negoziati
che rispettino i diritti e i doveri di ogni parte sociale: i responsabili
delle imprese, i rappresentanti dei lavoratori, per esempio le organizzazioni
sindacali, ed, eventualmente, i pubblici poteri.
2431 La
responsabilità dello Stato. « L'attività economica, in particolare
quella dell'economia di mercato, non può svolgersi in un vuoto istituzionale,
giuridico e politico. Essa suppone, al contrario, sicurezza
circa le garanzie delle libertà individuali e della proprietà, oltre che
una moneta stabile e servizi pubblici efficienti. Il principale compito
dello Stato, pertanto, è quello di garantire tale sicurezza, di modo che
chi lavora possa godere i frutti del proprio lavoro e, quindi, si senta
stimolato a compierlo con efficienza e onestà. [...] Compito dello Stato
è quello di sorvegliare e guidare l'esercizio dei diritti umani nel settore
economico; in questo campo, tuttavia, la prima responsabilità non è dello
Stato, bensì dei singoli e dei diversi gruppi e associazioni di cui si
compone la società ». (312)
2432 I
responsabili di imprese hanno, davanti
alla società, la responsabilità economica ed ecologica delle loro operazioni.
(313) Hanno il dovere di considerare il bene delle persone e non soltanto
l'aumento dei profitti. Questi, comunque,
sono necessari. Permettono di realizzare gli investimenti che assicurano
l'avvenire delle imprese. Garantiscono l'occupazione.
2433 L'accesso
al lavoro e alla professione deve essere aperto a tutti, senza ingiusta
discriminazione: a uomini e a donne, a chi è
in buone condizioni psico-fisiche e ai disabili, agli autoctoni e agli
immigrati. (314) In rapporto alle circostanze, la società deve da parte
sua aiutare i cittadini a trovare un lavoro e un impiego. (315)
2434 Il
giusto salario è il frutto legittimo del lavoro. Rifiutarlo o non
darlo a tempo debito può rappresentare una grave ingiustizia. (316) Per
stabilire l'equa remunerazione, si deve tener conto sia dei bisogni sia
delle prestazioni di ciascuno. « Il lavoro va remunerato in modo tale
da garantire i mezzi sufficienti per permettere al singolo e alla sua
famiglia una vita dignitosa su un piano materiale, sociale, culturale
e spirituale, corrispondentemente al tipo di attività e grado di rendimento economico di ciascuno, nonché
alle condizioni dell'impresa e al bene comune ». (317) Non è sufficiente
l'accordo tra le parti a giustificare moralmente l'ammontare del salario.
2435 Lo
sciopero è moralmente legittimo quando appare come lo strumento
inevitabile, o quanto meno necessario, in vista di un vantaggio proporzionato.
Diventa moralmente inaccettabile allorché è accompagnato da violenze oppure
gli si assegnano obiettivi non direttamente connessi con le condizioni
di lavoro o in contrasto con il bene comune.
2436 È
ingiusto non versare agli organismi di sicurezza sociale i contributi
stabiliti dalle legittime autorità. La disoccupazione, per
carenza di lavoro, quasi sempre rappresenta,
per chi ne è vittima, un'offesa alla sua dignità e una minaccia per l'equilibrio
della vita. Oltre al danno che egli subisce personalmente, numerosi rischi
ne derivano per la sua famiglia. (318)
V. Giustizia
e solidarietà tra le nazioni
2437 A
livello internazionale, la disuguaglianza delle risorse e dei mezzi economici
è tale da provocare un vero « fossato » tra le nazioni. (319) Da una parte
vi sono coloro che possiedono e incrementano
i mezzi dello sviluppo, e, dall'altra, quelli che accumulano i debiti.
2438 Varie
cause, di natura religiosa, politica, economica e finanziaria
danno oggi « alla questione sociale [...] una
dimensione mondiale ». (320) Tra le nazioni, le cui politiche sono già
interdipendenti, è necessaria la solidarietà. E
questa diventa indispensabile allorché si tratta di bloccare « i meccanismi
perversi » che ostacolano lo sviluppo dei paesi meno progrediti. (321)
A sistemi finanziari abusivi se non usurai, (322) a relazioni commerciali
inique tra le nazioni, alla corsa agli armamenti si deve sostituire uno
sforzo comune per mobilitare le risorse verso obiettivi di sviluppo morale,
culturale ed economico, « ridefinendo le priorità e le scale di valori,
in base alle quali si decidono le scelte ». (323)
2439 Le
nazioni ricche hanno una grave responsabilità morale nei confronti
di quelle che da se stesse non possono assicurarsi i mezzi del proprio
sviluppo o ne sono state impedite in conseguenza di tragiche vicende storiche.
Si tratta di un dovere di solidarietà e di carità; ed anche di un obbligo
di giustizia, se il benessere delle nazioni ricche proviene da risorse
che non sono state equamente pagate.
2440 L'aiuto
diretto costituisce una risposta adeguata a necessità immediate, eccezionali,
causate, per esempio, da catastrofi naturali, da epidemie, ecc. Ma esso
non basta a risanare i gravi mali che derivano da situazioni di miseria,
né a far fronte in modo duraturo ai bisogni. Occorre anche riformare
le istituzioni economiche e finanziarie internazionali perché possano
promuovere rapporti equi con i paesi meno sviluppati. (324) È necessario
sostenere lo sforzo dei paesi poveri che sono
alla ricerca del loro sviluppo e della loro liberazione. (325) Questi
principi vanno applicati in una maniera tutta particolare nell'ambito
del lavoro agricolo. I contadini, specialmente nel terzo mondo, costituiscono
la massa preponderante dei poveri.
2441 Alla
base di ogni sviluppo completo della società
umana sta la crescita del senso di Dio e della conoscenza di sé. Allora
lo sviluppo moltiplica i beni materiali e li mette al servizio della persona
e della sua libertà. Riduce la miseria e lo sfruttamento economico. Fa
crescere il rispetto delle identità culturali e l'apertura alla trascendenza.
(326)
2442 Non
spetta ai Pastori della Chiesa intervenire direttamente nell'azione politica
e nell'organizzazione della vita sociale. Questo compito
fa parte della vocazione dei fedeli laici, i quali operano di propria
iniziativa insieme con i loro concittadini. L'azione sociale può
implicare una pluralità di vie concrete; comunque,
avrà sempre come fine il bene comune e sarà conforme al messaggio evangelico
e all'insegnamento della Chiesa. Compete ai fedeli laici « animare, con
impegno cristiano, le realtà temporali, e, in esse,
mostrare di essere testimoni e operatori di pace e di giustizia ». (327)
VI. L'amore
per i poveri
2443 Dio
benedice coloro che soccorrono i poveri e disapprova
coloro che se ne disinteressano: « Da' a chi ti domanda e a chi desidera
da te un prestito non volgere le spalle » (Mt
5,42). « Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date » (Mt
10,8). Gesù Cristo riconoscerà i suoi eletti proprio da quanto avranno
fatto per i poveri. (328) Allorché « ai poveri è predicata la buona novella
» (Mt 11,5), (329) è segno che Cristo è presente.
2444 «
L'amore della Chiesa per i poveri [...] appartiene
alla sua costante tradizione ». (330) Si ispira
al Vangelo delle beatitudini, (331) alla povertà di Gesù (332) e alla
sua attenzione per i poveri. (333) L'amore per i poveri è anche una delle
motivazioni del dovere di lavorare per far parte dei beni a chi si trova in necessità.
(334) Tale amore per i poveri non riguarda soltanto la povertà materiale,
ma anche le numerose forme di povertà culturale e religiosa. (335)
2445 L'amore
per i poveri è inconciliabile con lo smodato amore per le ricchezze o
con il loro uso egoistico:
« E ora a voi, ricchi: piangete
e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono
imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme; il vostro
oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine
si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come
un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario
da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre
grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore
degli eserciti. Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di
piaceri, vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato
e ucciso il giusto ed egli non può opporre
resistenza » (Gc 5,1-6).
2446 San
Giovanni Crisostomo lo ricorda con forza: « Non condividere con i poveri
i propri beni è defraudarli e togliere loro la
vita. [...] Non sono nostri i beni che possediamo: sono dei poveri ».
(336) « Siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia perché non
si offra come dono di carità ciò che è già dovuto
a titolo di giustizia »: (337)
« Quando doniamo ai poveri
le cose indispensabili, non facciamo loro delle elargizioni personali,
ma rendiamo loro ciò che è loro. Più che compiere un atto di carità,
adempiamo un dovere di giustizia ». (338)
2447 Le
opere di misericordia sono azioni caritatevoli con le quali soccorriamo
il nostro prossimo nelle sue necessità corporali e spirituali. (339) Istruire,
consigliare, consolare, confortare sono opere di misericordia spirituale,
come pure perdonare e sopportare con pazienza. Le opere di misericordia
corporale consistono segnatamente nel dare da mangiare a chi ha fame,
nell'ospitare i senza tetto, nel vestire chi ha bisogno di
indumenti, nel visitare gli ammalati e i prigionieri, nel seppellire
i morti. (340) Tra queste opere, fare l'elemosina ai
poveri (341) è una delle principali testimonianze della carità fraterna:
è pure una pratica di giustizia che piace a Dio: (342)
« Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha;
e chi ha da mangiare faccia altrettanto » (Lc 3,11). « Piuttosto
date in elemosina quel che c'è dentro, e tutto sarà puro per voi » (Lc
11,41). « Se un fratello o una sorella sono
senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro:
"Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi", ma non date
loro il necessario per il corpo, che giova? » (Gc
2,15-16). (343)
2448 «
Nelle sue molteplici forme – spogliamento materiale, ingiusta oppressione,
malattie fisiche e psichiche, e infine la morte – la miseria umana
è il segno evidente della naturale condizione di debolezza, in cui
l'uomo si trova dopo il primo peccato, e il segno del suo bisogno di salvezza.
È per questo che la miseria dell'uomo ha attirato la compassione di Cristo
Salvatore, il quale ha voluto prenderla su di sé, e identificarsi con
"i più piccoli tra i fratelli" (Mt
25,40.45). È pure per questo che gli oppressi dalla miseria sono oggetto
di un amore di preferenza da parte della Chiesa, la quale, fin
dalle origini, malgrado l'infedeltà di molti dei suoi membri, non ha cessato
di impegnarsi a sollevarli, a difenderli e a liberarli. Ciò ha fatto con
innumerevoli opere di beneficenza, che rimangono
sempre e dappertutto indispensabili ». (344)
2449 Fin
dall'Antico Testamento tutte le varie disposizioni giuridiche (anno di
remissione, divieto di prestare denaro a interesse
e di trattenere un pegno, obbligo di dare la decima, di pagare ogni giorno
il salario ai lavoratori giornalieri, diritto di racimolare e spigolare)
sono in consonanza con l'esortazione del Deuteronomio: « I bisognosi non
mancheranno mai nel paese; perciò io ti do questo comando e ti dico: Apri
generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nel tuo paese
» (Dt 15,11). Gesù fa sua questa
parola: « I poveri infatti li avete sempre con
voi, ma non sempre avete me » (Gv
12,8). Non vanifica con ciò la parola veemente degli antichi profeti:
comprano « con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali...
» (Am 8,6), ma ci invita
a riconoscere la sua presenza nei poveri che sono suoi fratelli: (345)
Il giorno in cui sua madre la rimproverò di accogliere
in casa poveri e infermi, santa Rosa da Lima
senza esitare le disse: « Quando serviamo i poveri e i malati, serviamo
Gesù. Non dobbiamo lasciar mancare l'aiuto al nostro prossimo, perché
nei nostri fratelli serviamo Gesù ». (346)
In
sintesi
2450 «
Non rubare » (Dt 5,19).
« Né ladri, né avari, [...] né
rapaci erediteranno il regno di Dio » (1 Cor 6,10).
2451 Il
settimo comandamento prescrive la pratica della giustizia e della carità
nella gestione dei beni terreni e dei frutti del lavoro umano.
2452 I
beni della creazione sono destinati all'intero genere umano. Il diritto
alla proprietà privata non abolisce la destinazione universale dei beni.
2453 Il
settimo comandamento proibisce il furto. Il furto consiste nell'usurpare
il bene altrui, contro la volontà ragionevole del proprietario.
2454 Ogni modo di prendere ed usare ingiustamente i beni altrui
è contrario al settimo comandamento. L'ingiustizia commessa esige riparazione. La giustizia
commutativa esige la restituzione di ciò che si è rubato.
2455 La
legge morale proibisce gli atti che, a scopi
mercantili o totalitari, provocano l'asservimento di esseri umani, il
loro acquisto, la loro vendita, il loro scambio, come se fossero merci.
2456 Il
dominio accordato dal Creatore all'uomo sulle risorse minerali, vegetali
e animali dell'universo, non può essere disgiunto dal rispetto degli obblighi
morali, compresi quelli che riguardano le generazioni future.
2457 Gli
animali sono affidati all'uomo, il quale dev'essere
benevolo verso di essi. Possono servire alla
giusta soddisfazione dei suoi bisogni.
2458 La
Chiesa dà un giudizio in materia economica e sociale quando i diritti
fondamentali della persona o la salvezza delle anime lo esigono. Essa
si interessa del bene comune temporale degli uomini in funzione
del suo ordinamento al Bene supremo, ultimo nostro fine.
2459 L'uomo
stesso è l'autore, il centro e il fine di tutta la vita economica e sociale.
Il nodo decisivo della questione sociale è che i beni creati da Dio per
tutti in effetti arrivino a tutti, secondo la giustizia e con l'aiuto
della carità.
2460 Il
valore primario del lavoro riguarda l'uomo stesso, il quale ne
è l'autore e il destinatario. Mediante il lavoro, l'uomo partecipa
all'opera della creazione. Compiuto in unione con Cristo, il lavoro può
essere redentivo.
2461 Il
vero sviluppo è quello dell'uomo nella sua integralità. Si tratta di far
crescere la capacità di ogni persona a rispondere
alla propria vocazione, quindi alla chiamata di Dio. (347)
2462 L'elemosina
fatta ai poveri è una testimonianza di carità fraterna: è anche un'opera
di giustizia che piace a Dio.
2463 Nella
moltitudine di esseri umani senza pane, senza
tetto, senza fissa dimora, come non riconoscere Lazzaro, il mendicante
affamato della parabola? (348) Come non risentire Gesù: « Non l'avete
fatto a me » (Mt 25,45)?
(281) Cf Dt 5,19.
(282) Cf Gn 1,26-29.
(283) Concilio
Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 69: AAS 58 (1966) 1090.
(284) Cf Concilio Vaticano
II, Cost. past. Gaudium et spes, 71: AAS 58 (1966) 1093;
Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Sollicitudo rei socialis, 42: AAS 80 (1988) 572-574; Id., Lett. enc.
Centesimus annus,
40: AAS 83 (1991) 843; Ibid.,
48: AAS 83 (1991) 852-854.
(285) Cf 2 Cor 8,9.
(286) Cf
Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium
et spes, 69: AAS 58 (1966) 1090-1091.
(287) Cf Dt 25,13-16.
(288) Cf Dt 24,14-15; Gc 5,4.
(289) Cf Am 8,4-6.
(290) Cf Gn 1,28-31.
(291) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Centesimus annus, 37-38: AAS 83 (1991) 840-841.
(292) Cf Mt 6,26.
(293) Cf Dn 3,79-81.
(294) Cf Gn 2,19-20; 9,1-4.
(295) Concilio
Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 23: AAS 58 (1966) 1044.
(296) Concilio
Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 76: AAS 58 (1966) 1100.
(297) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Centesimus annus, 3: AAS 83 (1991) 794-796.
(298) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis,
1: AAS 80 (1988) 513-514; Ibid., 41: AAS 80 (1988) 570-572.
(299) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Centesimus annus, 24: AAS 83 (1991) 821-822.
(300) Cf Concilio Vaticano
II, Cost. past. Gaudium et spes, 63: AAS 58 (1966) 1085;
Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Laborem exercens,
7: AAS 73 (1981) 592-594; Id.,
Lett. enc. Centesimus annus, 35: AAS 83 (1991) 836-838.
(301) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes,
65: AAS 58 (1966) 1087.
(302) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Centesimus annus,
10: AAS 83 (1991) 804-806; Ibid., 13: AAS 83 (1991) 809-810; Ibid.,
44: AAS 83 (1991) 848-849.
(303) Giovanni Paolo II, Lett.
enc. Centesimus annus, 34: AAS 83 (1991) 836.
(304) Cf Concilio Vaticano
II, Cost. past. Gaudium et spes, 64: AAS 58 (1966) 1086.
(305) Cf Gn 1,28; Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes,
34: AAS 58 (1966) 1052-1053; Giovanni Paolo II, Lett.
enc. Centesimus
annus, 31: AAS 83 (1991) 831-832.
(306) Cf
1 Ts 4,11.
(307) Cf Gn 3,14-19.
(308) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Laborem
exercens, 27: AAS 73 (1981) 644-647.
(309) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Laborem
exercens, 6: AAS 73 (1981) 589-592.
(310) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Centesimus annus,
32: AAS 83 (1991) 832-833; Ibid., 34: AAS 83 (1991) 835-836.
(311) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Laborem
exercens, 11: AAS 73 (1981) 602-605.
(312) Giovanni Paolo II, Lett.
enc. Centesimus annus, 48: AAS 83 (1991) 852-853.
(313) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Centesimus annus, 37: AAS 83 (1991) 840.
(314) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Laborem exercens,
19: AAS 73 (1981) 625-629; Ibid., 22-23: AAS 73 (1981) 634-637.
(315) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Centesimus annus, 48: AAS 83 (1991) 852-854.
(316) Cf Lv 19,13; Dt 24,14-15; Gc
5,4.
(317) Concilio
Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 67: AAS 58 (1966) 1088-1089.
(318) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Laborem
exercens, 18: AAS 73 (1981) 622-625.
(319) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 14: AAS 80 (1988)
526-528.
(320) Giovanni Paolo II, Lett.
enc. Sollicitudo rei socialis, 9: AAS 80 (1988) 520-521.
(321) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis,
17: AAS 80 (1988) 532-533; Ibid., 45: AAS 80 (1988) 577-578.
(322) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Centesimus annus, 35: AAS 83 (1991) 836-838.
(323) Giovanni Paolo II, Lett.
enc. Centesimus annus, 28: AAS 83 (1991) 828.
(324) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 16: AAS 80 (1988)
531.
(325) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Centesimus annus, 26: AAS 83 (1991) 824-826.
(326) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 32: AAS 80 (1988) 556-557; Id., Lett. enc.
Centesimus annus,
51: AAS 83 (1991) 856-857.
(327) Giovanni Paolo II, Lett.
enc. Sollicitudo rei socialis, 47: AAS 80 (1988) 582; cf Ibid., 42: AAS
80 (1988) 572-574.
(328) Cf Mt 25,31-36.
(329) Cf Lc 4,18.
(330) Giovanni Paolo II, Lett.
enc. Centesimus annus, 57: AAS 83 (1991) 862-863.
(331) Cf Lc 6,20-22.
(332) Cf Mt 8,20.
(333) Cf Mc 12,41-44.
(334) Cf Ef 4,28.
(335) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Centesimus annus, 57: AAS 83 (1991) 863.
(336) San Giovanni Crisostomo, In
Lazarum, concio 2, 6: PG 48, 992.
(337) Concilio Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, 8: AAS 58 (1966) 845.
(338) San Gregorio Magno, Regula pastoralis, 3,
21, 45: SC 382, 394 (PL 77, 87).
(339) Cf Is 58,6-7; Eb 13,3.
(340) Cf Mt 25,31-46.
(341) Cf Tb 4,5-11; Sir
17,18.
(342) Cf Mt 6,2-4.
(343) Cf
1 Gv 3,17.
(344) Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr. Libertatis conscientia, 68: AAS 79 (1987) 583.
(345) Cf Mt 25,40.
(346) P. Hansen, Vita
mirabilis [...] venerabilis
sororis Rosae de sancta Maria Limensis (Roma
1664) p. 200.
(347) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Centesimus annus, 29: AAS 83 (1991) 828-830.
(348) Cf Lc 16,19-31.
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