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ARTICOLO 3
LE SETTE DOMANDE
2803 Dopo averci messo alla presenza di Dio nostro Padre
per adorarlo, amarlo, benedirlo, lo Spirito filiale fa salire dai nostri
cuori sette domande, sette
benedizioni. Le prime tre, più teologali, ci attirano verso la gloria
del Padre, le ultime quattro, come altrettante vie verso di lui, offrono
alla sua grazia la nostra miseria. « L'abisso chiama l'abisso » (Sal
42,8).
2804 Il
primo gruppo di domande ci porta verso di lui, a lui: il tuo nome,
il tuo regno, la tua volontà! È proprio dell'amore pensare
innanzi tutto a colui che si ama. In ognuna di queste tre petizioni noi non
« ci » nominiamo, ma siamo presi dal « desiderio ardente », dall'« angoscia
» stessa del Figlio diletto per la gloria del Padre suo. (55) « Sia santificato
[...]. Venga [...]. Sia fatta... »: queste tre suppliche sono già esaudite
nel sacrificio di Cristo Salvatore, ma sono ora rivolte, nella speranza,
verso il compimento finale, in quanto Dio non
è ancora tutto in tutti. (56)
2805 Il
secondo gruppo di domande si snoda con il movimento di certe epiclesi
eucaristiche: è offerta delle nostre attese e attira lo sguardo del Padre
delle misericordie. Sale da noi e ci riguarda, adesso, in questo mondo:
« Dacci [...]; rimetti a noi [...]; non ci
indurre [...]; liberaci ». La quarta e la quinta domanda
riguardano la nostra vita in quanto tale, sia
per sostenerla con il nutrimento, sia per guarirla dal peccato; le ultime
due riguardano il nostro combattimento per la vittoria della vita, lo
stesso combattimento della preghiera.
2806 Attraverso
le prime tre domande veniamo rafforzati nella
fede, colmati di speranza e infiammati di carità. Creature e ancora peccatori,
dobbiamo supplicare per noi, quel « noi » a misura del mondo e della storia,
che offriamo all'amore senza misura del nostro
Dio. Infatti è per mezzo del nome del suo Cristo e mediante il regno
del suo Santo Spirito che il Padre nostro realizza il suo disegno di salvezza
per noi e per il mondo intero.
I.
« Sia santificato il tuo nome »
2807 Il termine « santificare » qui va inteso non già
nel suo senso causativo (Dio solo santifica, rende santo), ma piuttosto
nel suo senso estimativo: riconoscere come santo, trattare in una maniera
santa. Per questo, nell'adorazione, tale invocazione talvolta è sentita
come una lode e un'azione di grazie. (57) Ma questa petizione ci
è insegnata da Gesù come un ottativo: una domanda, un desiderio
e un'attesa in cui sono impegnati Dio e l'uomo. Fin dalla prima domanda
al Padre nostro, siamo immersi nell'intimo mistero della sua divinità
e nel dramma della salvezza della nostra umanità. Chiedergli che il suo
nome sia santificato ci coinvolge nel disegno
che egli « nella sua benevolenza aveva [...] prestabilito » (Ef 1,9),
« per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità » (Ef 1,4).
2808 Nei
momenti decisivi della sua Economia, Dio rivela il suo nome, ma lo rivela
compiendo la sua opera. Questa però si realizza per noi e in noi solo
se il suo nome da noi e in noi è santificato.
2809 La
santità di Dio è il centro inaccessibile del suo mistero eterno. Ciò che
di esso è manifestato nella creazione e nella storia, dalla Scrittura
viene chiamato la gloria, l'irradiazione della sua maestà. (58)
Creando l'uomo « a sua immagine e somiglianza » (Gn
1,26), Dio lo corona di gloria, (59) ma l'uomo,
peccando, viene privato « della gloria di Dio ». (60) Da allora, Dio manifesta
la propria santità rivelando e donando il proprio nome per restaurare
l'uomo « a immagine del suo Creatore » (Col 3,10).
2810 Nella
Promessa fatta ad Abramo e nel giuramento che l'accompagna, (61) Dio si impegna personalmente ma senza svelare il proprio nome.
Incomincia a rivelarlo a Mosè (62) e lo manifesta agli occhi di tutto
il popolo salvandolo dagli Egiziani: « Ha mirabilmente trionfato » (Es
15,1). Dopo l'Alleanza del Sinai, questo popolo è « suo » e deve essere
una « nazione santa » (o consacrata, poiché in ebraico è la stessa parola),
(63) perché il nome di Dio abita in mezzo ad essa.
2811 Ma,
nonostante la Legge santa che il Dio Santo (64) gli dà e torna a dargli,
e benché il Signore, « per riguardo al suo nome », usi pazienza, il popolo
si allontana dal Santo d'Israele e « profana il suo nome in mezzo alle
nazioni ». (65) Per questo i giusti dell'Antica Alleanza, i poveri tornati
dall'esilio e i profeti sono stati infiammati dalla passione per il suo
nome.
2812 Infine,
è in Gesù che il nome del Dio Santo ci viene
rivelato e donato, nella carne, come Salvatore: (66) rivelato da ciò che
egli È, dalla sua parola e dal suo sacrificio. (67) È il cuore della sua
preghiera sacerdotale: Padre santo, « per loro io consacro me
stesso; perché siano anch'essi consacrati nella verità » (Gv
17,19). È perché egli stesso « santifica » il suo nome (68) che Gesù
« ci fa conoscere » il nome del Padre. (69) Compiuta la sua pasqua, il
Padre gli dà il nome che è al di sopra di ogni
altro nome: Gesù è il Signore a gloria di Dio Padre. (70)
2813 Nell'acqua
del Battesimo siamo stati « lavati [...], santificati [...], giustificati
nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito
del nostro Dio » (1 Cor 6,11). Lungo tutta la nostra vita
il Padre nostro ci chiama « alla santificazione » (1 Ts
4,7), e, poiché è per lui che noi siamo « in Cristo Gesù, il quale
[...] è diventato per noi santificazione » (1 Cor 1,30), riguarda
la sua gloria e la nostra vita che il suo nome sia santificato in noi
e da noi. Sta qui l'urgenza della nostra prima domanda.
« Chi potrebbe santificare Dio, giacché è lui che
santifica? Ma traendo ispirazione da queste
parole: "Siate santi, perché io sono santo" (Lv
11,44), noi chiediamo che, santificati dal Battesimo, possiamo perseverare
in ciò che abbiamo incominciato ad essere. E
lo chiediamo ogni giorno, perché ogni giorno ci lasciamo sedurre dal
male, e perciò dobbiamo purificarci dai nostri peccati con una purificazione
incessantemente ricominciata [...]. Ricorriamo, dunque, alla preghiera
perché la santità dimori in noi ». (71)
2814 Dipende
inseparabilmente dalla nostra vita e dalla nostra preghiera
che il suo nome sia santificato tra le nazioni:
« Chiediamo a Dio di santificare il suo nome, perché
è mediante la santità che egli salva e santifica tutta la creazione.
[...] Si tratta del nome che dà la salvezza al mondo perduto, ma domandiamo
che il nome di Dio sia santificato in noi dalla
nostra vita. Infatti, se viviamo con rettitudine,
il nome divino è benedetto; ma se viviamo nella disonestà, il nome divino
è bestemmiato, secondo quanto dice l'Apostolo: "Il nome di Dio
è bestemmiato per causa vostra tra i pagani" (Rm
2,24). (72) Noi, dunque, preghiamo per meritare di
essere santi come è santo il nome del nostro Dio ». (73)
« Quando diciamo: "Sia santificato il tuo nome",
chiediamo che venga santificato in noi, che
siamo in lui, ma anche negli altri che non si sono ancora lasciati raggiungere
dalla grazia di Dio; ciò per conformarci al precetto che ci obbliga
a pregare per tutti, perfino per i nostri nemici. Ecco perché
non diciamo espressamente: il tuo nome sia santificato in noi; non lo
diciamo perché chiediamo che sia santificato in tutti gli uomini ».
(74)
2815 Questa
domanda, che le compendia tutte, è esaudita attraverso
la preghiera di Cristo, come le sei domande successive. La preghiera
al Padre nostro è preghiera nostra se si prega nel nome di Gesù.
(75) Gesù nella sua preghiera sacerdotale chiede: « Padre Santo, custodisci
nel tuo nome coloro che mi hai dato » (Gv
17,11).
II. « Venga
il tuo regno »
2816 Nel
Nuovo Testamento la parola « Basileia » può
essere tradotta con « regalità » (nome astratto), « regno » (nome concreto)
oppure « signoria » (nome d'azione). Il regno di Dio
è prima di noi. Si è avvicinato nel Verbo incarnato, viene
annunciato in tutto il Vangelo, è venuto nella morte e risurrezione di
Cristo. Il regno di Dio viene fin dalla santa Cena e
nell'Eucaristia, esso è in mezzo a noi. Il Regno verrà nella gloria
allorché Cristo lo consegnerà al Padre suo:
« È anche possibile che il regno di Dio significhi
Cristo in persona, lui che invochiamo con i nostri desideri tutti i
giorni, lui di cui bramiamo affrettare la venuta con la nostra attesa.
Come egli è la nostra risurrezione, perché
in lui risuscitiamo, così può essere il regno di Dio, perché in lui
regneremo ». (76)
2817 Questa
richiesta è il « Marana tha
», il grido dello Spirito e della Sposa: « Vieni, Signore Gesù ».
« Anche se questa preghiera
non ci avesse imposto il dovere di chiedere l'avvento del Regno, noi
avremmo, con incontenibile spontaneità, lanciato questo grido, bruciati
dalla fretta di andare ad abbracciare ciò che forma l'oggetto delle
nostre speranze. Le anime dei martiri, sotto l'altare, invocano il Signore
gridando a gran voce: "Fino a quando, Sovrano, non vendicherai
il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?" (Ap
6,10). A loro, in realtà, dev'essere fatta giustizia,
alla fine dei tempi. Signore, affretta, dunque, la venuta del
tuo regno! ». (77)
2818 Nella
Preghiera del Signore si tratta principalmente della venuta finale del
regno di Dio con il ritorno di Cristo. (78) Questo desiderio non
distoglie però la Chiesa dalla sua missione in questo mondo, anzi, la
impegna maggiormente. Infatti, dopo la pentecoste,
la venuta del Regno è opera dello Spirito del Signore, inviato « a perfezionare
la sua opera nel mondo e compiere ogni santificazione ». (79)
2819 «
Il regno di Dio [...] è giustizia, pace e gioia
nello Spirito Santo » (Rm 14,17).
Gli ultimi tempi, nei quali siamo, sono i tempi dell'effusione dello Spirito
Santo. Pertanto è ingaggiato un combattimento decisivo tra « la carne
» e lo Spirito: (80)
« Solo un cuore puro può dire senza trepidazione alcuna:
"Venga il tuo regno". Bisogna essere stati alla scuola di
Paolo per dire: "Non regni più dunque il peccato nel nostro corpo
mortale" (Rm 6,12). Colui
che nelle azioni, nei pensieri, nelle parole si conserva puro,
può dire a Dio: "Venga il tuo regno!" ». (81)
2820 Con
un discernimento secondo lo Spirito, i cristiani devono distinguere tra
la crescita del regno di Dio e il progresso della cultura e della società
in cui sono inseriti. Tale distinzione non è una separazione. La vocazione
dell'uomo alla vita eterna non annulla ma rende più imperioso il dovere
di utilizzare le energie e i mezzi ricevuti dal Creatore per
servire in questo mondo la giustizia e la pace. (82)
2821 Questa domanda è assunta ed esaudita nella preghiera di Gesù, (83) presente ed efficace
nell'Eucaristia; produce il suo frutto nella vita nuova secondo le beatitudini.
(84)
III. «
Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra »
2822 La
volontà del Padre nostro è « che tutti gli uomini siano salvati e arrivino
alla conoscenza della verità » (1 Tm
2,4). Egli « usa pazienza [...], non volendo che alcuno perisca
» (2 Pt 3,9). (85) Il suo comandamento, che compendia tutti
gli altri e ci manifesta la sua volontà, è che ci amiamo gli uni gli altri,
come egli ci ha amato. (86)
2823 «
Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto,
nella sua benevolenza, aveva [...] prestabilito
[...], il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose [...].
In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo
il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà
» (Ef 1,9-11). Noi chiediamo con
insistenza che si realizzi pienamente questo
disegno di benevolenza sulla terra, come già è realizzato in cielo.
2824 È
in Cristo e mediante la sua volontà umana che la volontà del Padre è stata
compiuta perfettamente e una volta per tutte.
Gesù, entrando in questo mondo, ha detto: « Ecco, io vengo, [...]
per fare, o Dio, la tua volontà » (Eb 10,7).
(87) Solo Gesù può affermare: « Io faccio sempre le cose che gli sono
gradite » (Gv 8,29). Nella preghiera della sua agonia,
egli acconsente totalmente alla volontà del Padre: « Non sia fatta la
mia, ma la tua volontà! » (Lc 22,42). (88) Ecco perché Gesù « ha
dato se stesso per i nostri peccati [...] secondo
la volontà di Dio » (Gal 1,4). « È appunto per quella volontà che
noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del corpo di
Gesù Cristo » (Eb 10,10).
2825 Gesù,
« pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì
» (Eb 5,8); a maggior ragione, noi, creature e peccatori, diventati
in lui figli di adozione. Noi chiediamo al Padre nostro di unire la
nostra volontà a quella del Figlio suo per compiere la sua volontà, il
suo disegno di salvezza per la vita del mondo. Noi siamo radicalmente
incapaci di ciò, ma, uniti a Gesù e con la potenza del suo Santo Spirito,
possiamo consegnare a lui la nostra volontà e decidere di scegliere ciò
che sempre ha scelto il Figlio suo: fare ciò che piace al Padre: (89)
« Aderendo a Cristo, possiamo diventare un solo Spirito
con lui e così compiere la sua volontà; in tal modo essa sarà fatta
perfettamente in terra come in cielo ». (90)
« Considerate come [Gesù Cristo] ci
insegni ad essere umili, mostrandoci che la nostra virtù non
dipende soltanto dai nostri sforzi, ma anche dalla grazia di Dio. Egli
comanda ad ogni fedele che prega, di farlo con respiro universale, cioè
per tutta la terra. Egli, infatti, non dice: "Sia fatta la tua
volontà" in me o in voi, "ma in terra, su tutta la terra";
e ciò perché dalla terra sia eliminato l'errore e sulla
terra regni la verità, sia distrutto il vizio, rifiorisca la
virtù, e la terra non sia diversa dal cielo ». (91)
2826 È
mediante la preghiera che possiamo discernere
la volontà di Dio (92) ed ottenere la costanza nel compierla. (93) Gesù
ci insegna che si entra nel regno dei cieli non a forza di
parole, ma facendo « la volontà del Padre mio che è nei cieli » (Mt 7,21).
2827 Se
uno [...] fa la sua volontà, egli [Dio] lo ascolta
» (Gv 9,31). (94) Tale è la potenza della preghiera
della Chiesa nel nome del suo Signore, soprattutto nell'Eucaristia; essa
è comunione di intercessione con la santissima
Madre di Dio (95) e con tutti i santi che sono stati « graditi » al Signore
per non aver voluto che la sua volontà:
« Possiamo anche, senza offendere
la verità, dare alle parole: "Sia fatta la tua volontà come in
cielo così in terra" questo significato: sia fatta nella Chiesa
come nel Signore nostro Gesù Cristo; sia fatta nella Sposa, che a lui
è stata fidanzata, come nello Sposo che ha compiuto la volontà del Padre
». (96)
IV. « Dacci
oggi il nostro pane quotidiano »
2828 «
Dacci »: è bella la fiducia dei figli che attendono tutto dal loro
Padre. Egli « fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e
fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti » (Mt
5,45) e dà a tutti i viventi « il cibo in tempo opportuno » (Sal 104,27). Gesù ci insegna
questa domanda, che in realtà glorifica il Padre nostro perché è il riconoscimento
di quanto egli sia buono al di sopra di ogni bontà.
2829 «
Dacci » è anche l'espressione dell'Alleanza: noi siamo suoi ed egli è
nostro, è per noi. Questo « noi » però lo riconosce anche come il Padre
di tutti gli uomini, e noi lo preghiamo per tutti,
solidali con le loro necessità e le loro sofferenze.
2830 «
Il nostro pane ». Il Padre, che ci dona la vita, non può non darci
il nutrimento necessario per la vita, tutti i beni « convenienti », materiali
e spirituali. Nel discorso della montagna Gesù insiste su questa fiducia
filiale che coopera con la provvidenza del Padre nostro. (97) Egli non
ci spinge alla passività, (98) ma vuole liberarci da ogni affanno e da
ogni preoccupazione. Tale è l'abbandono filiale dei figli di Dio:
« A chi cerca il regno di Dio e la sua giustizia egli promette di dare tutto in aggiunta. In realtà,
tutto appartiene a Dio e nulla manca all'uomo che possiede Dio, se egli
stesso non manca a Dio ». (99)
2831 Il
fatto però che ci siano coloro che hanno fame
per mancanza di pane svela un'altra profondità di questa domanda. Il dramma
della fame nel mondo chiama i cristiani che pregano in verità ad una responsabilità
fattiva nei confronti dei loro fratelli, sia nei loro comportamenti personali
sia nella loro solidarietà con la famiglia umana. Questa petizione della
Preghiera del Signore non può essere isolata dalle parabole del povero
Lazzaro (100) e del giudizio finale. (101)
2832 Come
il lievito nella pasta, così la novità del Regno deve « fermentare » la
terra per mezzo dello Spirito di Cristo. (102) Deve rendersi evidente
attraverso l'instaurarsi della giustizia nelle relazioni personali e sociali,
economiche e internazionali; né va mai dimenticato che non ci sono strutture
giuste senza uomini che vogliono essere giusti.
2833 Si
tratta del « nostro » pane, « uno » per « molti
». La povertà delle beatitudini è la virtù della condivisione: sollecita
a mettere in comune e a condividere i beni materiali e spirituali, non
per costrizione, ma per amore, perché l'abbondanza degli uni supplisca
alla indigenza degli altri. (103)
2834 «
Prega e lavora ». (104) « Dobbiamo pregare come se tutto dipendesse da
Dio, e agire come se tutto dipendesse da noi ». (105) Dopo avere eseguito
il nostro lavoro, il cibo resta un dono del Padre nostro; è giusto chiederglielo
e di questo rendergli grazie. Questo è il senso della benedizione della
mensa in una famiglia cristiana.
2835 Questa
domanda e la responsabilità che comporta, valgono
anche per un'altra fame di cui gli uomini soffrono: « Non di solo pane
vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio » (Mt
4,4), (106) cioè della sua Parola e del suo Spirito. I cristiani devono
mobilitare tutto il loro impegno per « annunziare il Vangelo ai poveri
». C'è una fame sulla terra, « non fame di pane, né sete di
acqua, ma di ascoltare la Parola di Dio » (Am
8,11). Perciò il senso specificamente cristiano
di questa quarta domanda riguarda il Pane di vita: la Parola di Dio da
accogliere nella fede, il Corpo di Cristo ricevuto nell'Eucaristia. (107)
2836 «
Oggi ». È anch'essa un'espressione di fiducia. Ce la insegna il
Signore; (108) non poteva inventarla la nostra presunzione. Poiché
si tratta soprattutto della sua Parola e del Corpo del Figlio suo, questo
« oggi » non è soltanto quello del nostro tempo mortale: è l'Oggi di Dio:
« Se ricevi il Pane ogni
giorno, per te ogni giorno è oggi. Se oggi
Cristo è tuo, egli risorge per te ogni giorno. In che modo? "Tu
sei mio Figlio, oggi io ti ho generato" (Sal
2,7). L'oggi è quando Cristo risorge ». (109)
2837 «
Quotidiano ». Questa parola, « épiousios
», non è usata in nessun altro passo del Nuovo Testamento. Intesa nel
suo significato temporale, è una ripresa pedagogica
di « oggi », (110) per confermarci in una fiducia « senza riserve
». Intesa in senso qualitativo, significa il necessario per la vita e,
in senso più ampio, ogni bene sufficiente per il sostentamento. (111)
Presa alla lettera (épiousios: « sovra-sostanziale
»), la parola indica direttamente il Pane di vita, il Corpo di Cristo,
« farmaco d'immortalità » (112) senza il quale
non abbiamo in noi la vita. (113) Infine, legato al precedente, è evidente
il senso celeste: « questo giorno » è il giorno del Signore, il giorno
del Banchetto del Regno, anticipato nell'Eucaristia, che è già pregustazione
del Regno che viene. Per questo è bene che la liturgia eucaristica sia
celebrata « ogni giorno ».
« L'Eucaristia è il nostro pane quotidiano [...].
La virtù propria di questo nutrimento è quella di produrre l'unità,
affinché, resi corpo di Cristo, divenuti sue membra, siamo ciò che riceviamo
[...], ma anche le letture che ascoltate ogni
giorno in chiesa sono pane quotidiano, e l'ascoltare e recitare inni
è pane quotidiano. Questi sono i sostegni necessari al nostro pellegrinaggio
terreno ». (114)
Il Padre del cielo ci esorta
a chiedere come figli del cielo il Pane del cielo. (115) Cristo « stesso
è il pane che, seminato nella Vergine, lievitato nella carne, impastato
nella passione, cotto nel forno del sepolcro, conservato nella chiesa,
portato sugli altari, somministra ogni giorno ai fedeli un alimento
celeste ». (116)
V. « Rimetti
a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori »
2838 Questa domanda è sorprendente. Se consistesse soltanto nel
primo membro della frase – « Rimetti a noi i nostri debiti » –, potrebbe
essere implicitamente inclusa nelle prime tre domande della Preghiera
del Signore, dal momento che il sacrificio di Cristo è « per la remissione
dei peccati ». Ma, secondo l'altro membro della frase, la nostra domanda
verrà esaudita solo a condizione che noi, prima,
abbiamo risposto ad un'esigenza. La nostra domanda è rivolta verso il
futuro, la nostra risposta deve averla preceduta; una parola
le collega: « come »
« Rimetti a noi i nostri debiti »...
2839 Abbiamo
iniziato a pregare il Padre nostro con una fiducia audace. Implorando
che il suo nome sia santificato, gli abbiamo
chiesto di essere sempre più santificati. Ma,
sebbene rivestiti della veste battesimale, noi non cessiamo di peccare,
di allontanarci da Dio. Ora, con questa nuova domanda, torniamo a lui,
come il figlio prodigo, (117) e ci riconosciamo peccatori, davanti a lui,
come il pubblicano. (118) La nostra richiesta inizia con una « confessione
», con la quale confessiamo ad un tempo la nostra miseria e la sua misericordia.
La nostra speranza è sicura, perché, nel Figlio suo, « abbiamo la redenzione,
la remissione dei peccati » (Col 1,14). (119) Il segno efficace
ed indubbio del suo perdono lo troviamo nei sacramenti
della sua Chiesa. (120)
2840 Ora,
ed è cosa tremenda, questo flusso di misericordia non può giungere al
nostro cuore finché noi non abbiamo perdonato a chi ci ha offeso. L'amore,
come il corpo di Cristo, è indivisibile: non possiamo amare Dio che non
vediamo, se non amiamo il fratello, la sorella che vediamo. (121) Nel
rifiuto di perdonare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, il nostro
cuore si chiude e la sua durezza lo rende impermeabile all'amore misericordioso
del Padre; nella confessione del nostro peccato, il nostro cuore si apre
alla sua grazia.
2841 Questa domanda è tanto importante che è la sola su cui il Signore torna sviluppandola
nel discorso della montagna. (122) All'uomo è impossibile soddisfare questa
cruciale esigenza del mistero dell'Alleanza. « Ma a Dio tutto è possibile » (Mt
19,26).
...« come noi li rimettiamo ai nostri debitori »
2842 Questo
« come » non è unico nell'insegnamento di Gesù: « Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste » (Mt 5,48); « Siate misericordiosi come è
misericordioso il Padre vostro » (Lc 6,36); « Vi dò
un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io
vi ho amati, così amatevi anche voi » (Gv
13,34). È impossibile osservare il comandamento del Signore, se si
tratta di imitare il modello divino dall'esterno. Si tratta invece di
una partecipazione vitale, che scaturisce « dalla profondità del cuore
», alla santità, alla misericordia, all'amore del nostro Dio. Soltanto
lo Spirito, del quale « viviamo » (Gal 5,25), può fare « nostri
» i medesimi sentimenti che furono in Cristo Gesù. (123) Allora
diventa possibile l'unità del perdono, perdonarci « a vicenda come
Dio ha perdonato a voi in Cristo » (Ef 4,32).
2843 Così
prendono vita le parole del Signore sul perdono, su questo
amore che ama fino alla fine. (124) La parabola del servo spietato,
che corona l'insegnamento del Signore sulla comunione ecclesiale,
(125) termina con queste parole: « Così anche il mio Padre celeste farà
a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello ». È
lì, infatti, « nella profondità del cuore » che tutto si lega e
si scioglie. Non è in nostro potere non sentire più e dimenticare l'offesa;
ma il cuore che si offre allo Spirito Santo tramuta la ferita in compassione
e purifica la memoria trasformando l'offesa in intercessione.
2844 La preghiera
cristiana arriva fino al perdono dei nemici. (126) Essa trasfigura
il discepolo configurandolo al suo Maestro. Il perdono è un culmine della
preghiera cristiana; il dono della preghiera non può essere ricevuto che
in un cuore in sintonia con la compassione divina. Il perdono sta anche
a testimoniare che, nel nostro mondo, l'amore è più forte del peccato.
I martiri di ieri e di oggi rinnovano questa testimonianza di Gesù. Il perdono
è la condizione fondamentale della Riconciliazione (127) dei figli di
Dio con il loro Padre e degli uomini tra loro. (128)
2845 Non
c'è né limite né misura a questo perdono essenzialmente divino. (129)
Se si tratta di offese (di « peccati » secondo
Lc 11,4 o di « debiti » secondo Mt
6,12), in realtà noi siamo sempre debitori: « Non abbiate alcun debito
con nessuno, se non quello di un amore vicendevole » (Rm
13,8). La comunione della Santissima Trinità è la sorgente e il criterio
della verità di ogni relazione. (130) Essa è vissuta nella preghiera, specialmente
nell'Eucaristia: (131)
« Dio non accetta il sacrificio di coloro che fomentano la divisione; dice loro di lasciare sull'altare
l'offerta e di andare, prima, a riconciliarsi con i loro fratelli, affinché
mediante preghiere di pace anche Dio possa riconciliarsi con essi. Ciò
che più fortemente obbliga Dio è la nostra pace, la nostra concordia,
l'unità di tutto il popolo dei credenti, nel Padre nel Figlio e nello
Spirito Santo ». (132)
VI. «
Non ci indurre in tentazione »
2846 Questa domanda va alla radice della precedente, perché i nostri peccati sono frutto
del consenso alla tentazione. Noi chiediamo al Padre nostro di non « indurci
» in essa. Tradurre con una sola parola il termine
greco è difficile: significa « non permettere di entrare in », (133) «
non lasciarci soccombere alla tentazione ». « Dio non può essere tentato
dal male e non tenta nessuno al male » (Gc
1,13); al contrario, vuole liberarcene. Noi gli chiediamo di non lasciarci
prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta
« tra la carne e lo Spirito ». Questa domanda implora lo Spirito di discernimento
e di fortezza.
2847 Lo
Spirito Santo ci porta a discernere tra la prova, necessaria alla
crescita dell'uomo interiore (134) in vista di una « virtù provata »,
(135) e la tentazione, che conduce al peccato e alla morte. (136) Dobbiamo
anche distinguere tra « essere tentati » e « consentire » alla tentazione.
Infine, il discernimento smaschera la menzogna della tentazione: apparentemente
il suo oggetto è « buono, gradito agli occhi e desiderabile
» (Gn 3,6), mentre, in realtà, il suo frutto
è la morte.
« Dio non vuole costringere al bene: vuole persone
libere [...]. La tentazione ha una sua utilità. Tutti, all'infuori di
Dio, ignorano ciò che l'anima nostra ha ricevuto da Dio; lo ignoriamo
perfino noi. Ma la tentazione lo svela, per insegnarci a conoscere noi stessi
e, in tal modo, a scoprire ai nostri occhi la nostra miseria e per obbligarci
a rendere grazie per i beni che la tentazione ci ha messo in grado di
riconoscere ». (137)
2848 «
Non entrare nella tentazione » implica una decisione del cuore:
« Là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. [...] Nessuno può servire
a due padroni » (Mt 6,21.24).
« Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito » (Gal
5,25). In questo « consenso » allo Spirito Santo il Padre ci dà la
forza. « Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi
se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati
oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita
e la forza per sopportarla » (1 Cor 10,13).
2849 Il
combattimento e la vittoria sono possibili solo nella preghiera. È per
mezzo della sua preghiera che Gesù è vittorioso
sul tentatore, fin dall'inizio (138) e nell'ultimo combattimento della
sua agonia. (139) Ed è al suo combattimento e alla sua agonia che Cristo
ci unisce in questa domanda al Padre nostro. La vigilanza del cuore,
in unione alla sua, è richiamata insistentemente. (140) La vigilanza è
« custodia del cuore » e Gesù chiede al Padre di custodirci nel suo nome.
(141) Lo Spirito Santo opera per suscitare in noi, senza posa, questa
vigilanza. (142) Questa domanda acquista tutto il suo significato drammatico
in rapporto alla tentazione finale del nostro combattimento quaggiù; implora
la perseveranza finale. « Ecco, io vengo come un ladro. Beato
chi è vigilante » (Ap 16,15).
VII.
« Ma liberaci dal male »
2850 L'ultima domanda al Padre nostro si trova anche nella preghiera
di Gesù: « Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca
dal maligno » (Gv 17,15). Riguarda
ognuno di noi personalmente; però siamo sempre « noi » a pregare, in comunione
con tutta la Chiesa e per la liberazione dell'intera famiglia umana. La
Preghiera del Signore ci apre continuamente alle dimensioni dell'Economia
della salvezza. La nostra interdipendenza nel dramma del peccato e della
morte diventa solidarietà nel corpo di Cristo, nella « comunione dei santi
». (143)
2851 In
questa richiesta, il male non è un'astrazione; indica invece una persona:
Satana, il maligno, l'angelo che si oppone a Dio. Il « diavolo » « dia-bolos » è colui che « si getta
di traverso » al disegno di Dio e alla sua « opera di salvezza » compiuta
in Cristo.
2852 « Omicida fin dal principio [...], menzognero e padre di menzogna » (Gv 8,44), « Satana, che seduce tutta la terra
» (Ap 12,9), è a causa sua che
il peccato e la morte sono entrati nel mondo, ed è in virtù della sua
sconfitta definitiva che tutta la creazione sarà « liberata dalla corruzione
del peccato e della morte ». (144) « Sappiamo che chiunque è nato da Dio
non pecca: chi è nato da Dio preserva se stesso e il maligno non lo
tocca. Noi sappiamo che siamo nati da Dio, mentre tutto il mondo giace
sotto il potere del maligno » (1 Gv 5,18-19):
« Il Signore, che ha cancellato il vostro peccato
e ha perdonato le vostre colpe, è in grado di proteggervi e di custodirvi
contro le insidie del diavolo che è il vostro avversario, perché il
nemico, che suole generare la colpa, non vi sorprenda. Ma
chi si affida a Dio non teme il diavolo. "Se
infatti Dio è dalla nostra parte, chi sarà contro di noi?"
(Rm 8,31) ». (145)
2853 La
vittoria sul « principe del mondo » (146) è conseguita, una
volta per tutte, nell'Ora in cui Gesù si consegna liberamente alla
morte per darci la sua vita. Avviene allora il giudizio di questo mondo
e il principe di questo mondo è « gettato fuori
». (147) Egli « si avventò contro la Donna » (Ap
12,13), (148) ma non la poté ghermire: la nuova
Eva, « piena di grazia » dello Spirito Santo, è preservata dal
peccato e dalla corruzione della morte (concezione immacolata e assunzione
della santissima Madre di Dio, Maria, sempre Vergine). « Allora il drago
si infuriò contro la Donna e se ne andò a far
guerra contro il resto della sua discendenza » (Ap 12,17). È per questo che lo Spirito e la
Chiesa pregano: « Vieni, Signore Gesù » (Ap 22,17.20): la sua venuta, infatti, ci libererà
dal male.
2854 Chiedendo
di essere liberati dal male, noi preghiamo nel contempo per essere liberati
da tutti i mali, presenti, passati e futuri, di cui egli è
l'artefice o l'istigatore. In quest'ultima domanda
la Chiesa porta davanti al Padre tutta la miseria del mondo. Insieme con
la liberazione dai mali che schiacciano l'umanità, la Chiesa implora il
dono prezioso della pace e la grazia dell'attesa perseverante del ritorno
di Cristo. Pregando così, anticipa nell'umiltà della fede la
ricapitolazione di tutti e di tutto in colui che
ha « potere sopra la morte e sopra gli inferi » (Ap
1,18), « colui che è, che era e che viene, l'Onnipotente! » (Ap 1,8). (149)
« Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la
pace ai nostri giorni e con l'aiuto della tua misericordia vivremo sempre
liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell'attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo
». (150)
(55) Cf Lc 22,15; 12,50.
(56) Cf 1 Cor 15,28.
(57) Cf Sal 111,9; Lc 1,49.
(58) Cf Sal 8; Is 6,3.
(59) Cf Sal 8,6.
(60) Cf Rm 3,23.
(61) Cf Eb 6,13.
(62) Cf Es 3,14.
(63) Cf Es 19,5-6.
(64) Cf Lv 19,2: « Siate santi, perché io, il Signore,
Dio vostro, sono santo ».
(65) Cf Ez 20; 36.
(66) Cf Mt 1,21; Lc 1,31.
(67) Cf
Gv 8,28; 17,8; 17,17-19.
(68) Cf Ez 20,39; 36,20-21.
(69) Cf Gv 17,6.
(70) Cf Fil 2,9-11.
(71) San Cipriano
di Cartagine, De dominica
Oratione, 12: CCL 3A, 96-97 (PL 4, 544).
(72) Cf Ez 36,20-22.
(73) San Pietro Crisologo,
Sermo 71, 4: CCL 24A,
425 (PL 52, 402).
(74) Tertulliano, De oratione, 3, 4: CCL 1, 259 (PL 1, 1259).
(75) Cf
Gv 14,13; 15,16; 16,24.26.
(76) San Cipriano
di Cartagine, De dominica
Oratione, 13: CCL 3A, 97 (PL 4, 545).
(77) Tertulliano, De oratione, 5, 2-4: CCL 1, 260 (PL 1, 1261-1262).
(78) Cf Tt 2,13.
(79) Preghiera Eucaristica IV:
Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 413.
(80) Cf Gal 5,16-25.
(81) San Cirillo di Gerusalemme,
Catecheses mystagogicae,
5, 13: SC 126, 162 (PG 33, 1120).
(82) Cf Concilio Vaticano
II, Cost. past. Gaudium
et spes, 22: AAS
58 (1966) 1042-1044; Ibid.,
32: AAS: 58 (1966) 1051; Ibid., 39: AAS
58 (1966) 1057; Ibid., 45: AAS 58 (1966)
1065-1066; Paolo VI, Esort. ap.
Evangelii nuntiandi, 31: AAS 68 (1976) 26-27.
(83) Cf Gv 17,17-20.
(84) Cf
Mt 5,13-16; 6,24; 7,12-13.
(85) Cf Mt 18,14.
(86) Cf
Gv 13,34; 1 Gv
3; 4; Lc 10,25-37.
(87) Cf Sal 40,8-9.
(88) Cf Gv 4,34; 5,30; 6,38.
(89) Cf Gv 8,29.
(90) Origene, De oratione, 26, 3: GCS 3, 361 (PG 11, 501).
(91) San Giovanni Crisostomo, In
Matthaeum homilia
19, 5: PG 57, 280.
(92) Cf Rm 12,2; Ef 5,17.
(93) Cf Eb 10,36.
(94) Cf
1 Gv 5,14.
(95) Cf Lc 1,38.49.
(96) Sant'Agostino, De
sermone Domini in monte, 2, 6, 24: CCL 35, 113 (PL 34, 1279).
(97) Cf Mt 6,25-34.
(98) Cf 2 Ts 3,6-13.
(99) San Cipriano
di Cartagine, De dominica
Oratione, 21: CCL 3A, 103 (PL 4, 551).
(100) 3 Cf Lc 16,19-31.
(101) Cf Mt 25,31-46.
(102) Cf Concilio Vaticano
II, Decr. Apostolicam
actuositatem, 5: AAS 58 (1966) 842.
(103) Cf 2 Cor 8,1-15.
(104) Dalla tradizione benedettina. Cf San Benedetto, Regola, 20: CSEL 75, 75-76 (PL 66,
479-480); Ibid.,
48: CSEL 75, 114-119 (PL 66, 703-704).
(105) Detto attribuito a sant'Ignazio di Loyola; cf Pietro da Ribadeneyra, Tractatus de modo gubernandi
sancti Ignatii,
c. 6, 14: MHSI 85, 631.
(106) Cf Dt 8,3.
(107) Cf Gv 6,26-58.
(108) Cf Mt 6,34; Es 16,19.
(109) Sant'Ambrogio, De sacramentis, 5,
26: CSEL 73, 70 (PL 16, 453).
(110) Cf Es 16,19-21.
(111) Cf
1 Tm 6,8.
(112) Sant'Ignazio di Antiochia, Epistula
ad Ephesios, 20, 2: SC 10bis, 76 (Funk 1, 230).
(113) Cf Gv 6,53-56.
(114) Sant'Agostino, Sermo 57, 7, 7: PL 38, 389-390.
(115) Cf Gv 6,51.
(116) San Pietro Crisologo, Sermo 67,
7: CCL 24A, 404-405 (PL 52, 402).
(117) Cf Lc 15,11-32.
(118) Cf Lc 18,13.
(119) Cf Ef 1,7.
(120) Cf Mt 26,28; Gv 20,23.
(121) Cf 1 Gv 4,20.
(122) Cf Mt 5,23-34; 6,14-15; Mc
11,25.
(123) Cf Fil 2,1.5.
(124) Cf Gv 13,1.
(125) Cf Mt 18,23-35.
(126) Cf Mt 5,43-44.
(127) Cf 2 Cor 5,18-21.
(128) Cf Giovanni Paolo
II, Lett. enc. Dives in misericordia, 14: AAS 72 (1980) 1221-1228.
(129) Cf Mt 18,21-22; Lc 17,3-4.
(130) Cf 1 Gv 3,19-24.
(131) Cf Mt 5,23-24.
(132) San Cipriano
di Cartagine, De dominica
Oratione, 23: CCL 3A, 105 (PL 4, 535-536).
(133) Cf Mt 26,41.
(134) Cf Lc 8,13-15; At 14,22;
2 Tm 3,12.
(135) Cf Rm 5,3-5.
(136) Cf Gc 1,14-15.
(137) Origene, De oratione,
29, 15 e 17: GCS 3, 390-391 (PG 11, 541-544).
(138) Cf Mt 4,1-11.
(139) Cf Mt 26,36-44.
(140) Cf
Mc 13,9.23.33-37; 14,38; Lc
12,35-40.
(141) Cf Gv 17,11.
(142) Cf 1 Cor 16,13; Col 4,2; 1 Ts 5,6; 1 Pt 5,8.
(143) Cf Giovanni Paolo
II, Esort. ap. Reconciliatio et paenitentia,
16: AAS 77 (1985) 214-215.
(144) Preghiera eucaristica IV:
Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 417.
(145) Sant'Ambrogio,
De sacramentis, 5, 30: CSEL 73, 71-72
(PL 16, 454).
(146) Cf Gv 14,30.
(147) Cf Gv 12,31; Ap
12,10.
(148) Cf Ap 12,13-16.
(149) Cf Ap 1,4.
(150) Riti di Comunione [Embolismo]: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana
1993) p. 419.
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