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SEZIONE SECONDA:
LA PROFESSIONE DELLA FEDE CRISTIANA
I SIMBOLI
DELLA FEDE
185 Chi
dice: « Io credo », dice: « Io aderisco a ciò che noi crediamo ». La comunione
nella fede richiede un linguaggio comune della fede, normativo per tutti
e che unisca nella medesima confessione di fede.
186 Fin
dalle origini, la Chiesa apostolica ha espresso e trasmesso la propria
fede in formule brevi e normative per tutti. (228) Ma molto presto la
Chiesa ha anche voluto riunire l'essenziale della sua fede in compendi
organici e articolati, destinati in particolare ai candidati al Battesimo.
« Il simbolo della fede non fu composto secondo opinioni
umane, ma consiste nella raccolta dei punti salienti, scelti da tutta
la Scrittura, così da dare una dottrina completa della fede. E come
il seme della senape racchiude in un granellino molti rami, così questo
compendio della fede racchiude tutta la conoscenza della vera pietà
contenuta nell'Antico e nel Nuovo Testamento ». (229)
187 Tali
sintesi della fede vengono chiamate « professioni di fede », perché riassumono
la fede professata dai cristiani. Vengono chiamate « Credo » a motivo
di quella che normalmente ne è la prima parola: « Io credo ». Sono anche
dette « Simboli della fede ».
188 La
parola greca “symbolon” indicava la metà di un oggetto spezzato (per esempio
un sigillo) che veniva presentato come un segno di riconoscimento. Le
parti rotte venivano ricomposte per verificare l'identità di chi le portava.
Il « Simbolo della fede » è quindi un segno di riconoscimento e di comunione
tra i credenti. “Symbolon” passò poi a significare raccolta, collezione
o sommario. Il « Simbolo della fede » è la raccolta delle principali verità
della fede. Da qui deriva il fatto che esso costituisce il primo e fondamentale
punto di riferimento della catechesi.
189 La
prima « professione di fede » si fa al momento del Battesimo. Il « Simbolo
della fede » è innanzi tutto il Simbolo battesimale. Poiché il
Battesimo viene dato « nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo » (Mt 28,19), le verità di fede professate al momento del
Battesimo sono articolate in base al loro riferimento alle tre Persone
della Santa Trinità.
190 Il
Simbolo è quindi diviso in tre parti: « La prima è consacrata allo studio
di Dio Padre e dell'opera mirabile della creazione; la seconda allo studio
di Gesù Cristo e del mistero della redenzione; la terza allo studio dello
Spirito Santo, principio e sorgente della nostra santificazione ». (230)
Sono questi « i tre capitoli del nostro sigillo [battesimale] ». (231)
191 «
Queste tre parti sono distinte, sebbene legate tra loro. In base a un
paragone spesso usato dai Padri, noi li chiamiamo articoli. Infatti, come
nelle nostre membra ci sono certe articolazioni che le distinguono e le
separano, così, in questa professione di fede, giustamente e a buon diritto
si è data la denominazione di articoli alle verità che dobbiamo credere
in particolare e in maniera distinta». (232) Secondo un'antica tradizione,
attestata già da sant'Ambrogio, si è anche soliti contare dodici articoli
del Credo, simboleggiando con il numero degli Apostoli l'insieme della
fede apostolica. (233)
192 Nel
corso dei secoli si sono avute numerose professioni o simboli della fede,
in risposta ai bisogni delle diverse epoche: i Simboli delle varie Chiese
apostoliche e antiche, (234) il Simbolo « Quicumque », detto di sant'Atanasio,
(235) le professioni di fede di certi Concili (di Toledo; (236) Lateranense;
(237) di Lione; (238) di Trento (239)), o di alcuni Sommi Pontefici, come:
la « fides Damasi » (240) o « Il Credo del popolo di Dio » di Paolo
VI (1968). (241)
193 Nessuno
dei Simboli delle diverse tappe della vita della Chiesa può essere considerato
sorpassato ed inutile. Essi ci aiutano a vivere e ad approfondire oggi
la fede di sempre attraverso i vari compendi che ne sono stati fatti.
Fra tutti i Simboli della fede, due occupano un posto specialissimo nella
vita della Chiesa:
194 Il
Simbolo degli Apostoli, così chiamato perché a buon diritto è ritenuto
il riassunto fedele della fede degli Apostoli. È l'antico Simbolo battesimale
della Chiesa di Roma. La sua grande autorità gli deriva da questo fatto:
« È il Simbolo accolto dalla Chiesa di Roma, dove ebbe la sua sede Pietro,
il primo tra gli Apostoli, e dove egli portò l'espressione della fede
comune ». (242)
195 Il
Simbolo detto niceno-costantinopolitano, il quale trae la sua grande
autorità dal fatto di essere frutto dei primi due Concili Ecumenici (325
e 381). È tuttora comune a tutte le grandi Chiese dell'Oriente e dell'Occidente.
196 La
nostra esposizione della fede seguirà il Simbolo degli Apostoli, che rappresenta,
per così dire, « il più antico catechismo romano ». L'esposizione però
sarà completata con costanti riferimenti al Simbolo niceno-costantinopolitano,
in molti punti più esplicito e più dettagliato.
197 Come
al giorno del nostro Battesimo, quando tutta la nostra vita è stata affidata
« a quella forma di insegnamento » (Rm 6,17), accogliamo il Simbolo
della nostra fede, la quale dà la vita. Recitare con fede il Credo significa
entrare in comunione con Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo,
ed anche con tutta la Chiesa che ci trasmette la fede e nel seno della
quale noi crediamo:
« Questo Simbolo è un sigillo spirituale, è la meditazione
del nostro cuore e ne è come una difesa sempre presente: senza dubbio
è il tesoro che custodiamo nel nostro animo». (243)
(228) Cf Rm 10,9; 1 Cor 15,3-5; ecc.
(229) San Cirillo di Gerusalemme, Catecheses illuminandorum,
5, 12: Opera, v. 1, ed. G.C. Reischl (Monaco 1848) p. 150 (PG 33, 521-524).
(230) Catechismo Romano, 1, 1, 4: ed. P. Rodríguez
(Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 20.
(231) Sant'Ireneo di Lione, Demonstratio apostolicae
praedicationis, 100: SC 62, 170.
(232) Catechismo Romano, 1, 1, 4: ed. P. Rodríguez
(Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 20.
(233) Cf Sant'Ambrogio, Explanatio Symboli,
8: CSEL 73, 10-11 (PL 17, 1196).
(234) Cf Symbola fidei ab Ecclesia antiqua recepta:
DS 1-64.
(235) Cf DS 75-76.
(236) Concilio di Toledo XI: DS 525-541.
(237) Concilio Lateranense IV: DS 800-802.
(238) Concilio di Lione II: DS 851-861.
(239) Professione di fede tridentina: DS 1862-1870.
(240) Cf DS 71-72.
(241) Credo del popolo di Dio: AAS 60 (1968)
433-445.
(242) Sant'Ambrogio, Explanatio Symboli, 7:
CSEL 73, 10 (PL 17, 1196).
(243) Sant'Ambrogio, Explanatio Symboli, 1:
CSEL 73, 3 (PL 17, 1193).
CAPITOLO PRIMO
IO CREDO IN DIO
PADRE
198 La
nostra professione di fede incomincia con Dio, perché Dio è « il primo
e l'ultimo » (Is 44,6), il principio e la fine di tutto. Il Credo
incomincia con Dio Padre, perché il Padre è la prima Persona divina
della Santissima Trinità. Il nostro Simbolo incomincia con la creazione
del cielo e della terra, perché la creazione è l'inizio e il fondamento
di tutte le opere di Dio.
ARTICOLO 1
«IO CREDO IN DIO, PADRE ONNIPOTENTE,
CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA»
Paragrafo 1
IO CREDO IN DIO
199 «
Io credo in Dio »: questa prima affermazione della professione di fede
è anche la più importante, quella fondamentale. Tutto il Simbolo parla
di Dio, e, se parla anche dell'uomo e del mondo, lo fa in rapporto a Dio.
Gli articoli del Credo dipendono tutti dal primo, così come i comandamenti
sono l'esplicitazione del primo. Gli altri articoli ci fanno meglio conoscere
Dio, quale si è rivelato progressivamente agli uomini. « Giustamente quindi
i cristiani affermano per prima cosa di credere in Dio ». (244)
I. «Credo
in un solo Dio»
200 Con
queste parole incomincia il Simbolo niceno-costantinopolitano. La confessione
dell'unicità di Dio, che ha la sua radice nella rivelazione divina dell'Antica
Alleanza, è inseparabile da quella dell'esistenza di Dio ed è altrettanto
fondamentale. Dio è uno: non c'è che un solo Dio: « La fede cristiana
crede e professa un solo Dio, uno per natura, per sostanza e per essenza
». (245)
201 A
Israele, suo eletto, Dio si è rivelato come l'Unico: « Ascolta, Israele:
il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore
tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze » (Dt
6,4-5). Per mezzo dei profeti, Dio invita Israele e tutte le nazioni
a volgersi a lui, l'Unico: « Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti
della terra, perché io sono Dio; non ce n'è altri... davanti a me si piegherà
ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua. Si dirà: "Solo nel Signore
si trovano vittoria e potenza" » (Is 45,22-24). (246)
202 Gesù
stesso conferma che Dio è « l'unico Signore » e che lo si deve amare con
tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutte le forze.
(247) Nello stesso tempo lascia capire che egli pure è « il Signore ».
(248) Confessare che « Gesù è Signore » è lo specifico della fede cristiana.
Ciò non contrasta con la fede nel Dio Uno. Credere nello Spirito Santo
« che è Signore e dà la vita » non introduce alcuna divisione nel Dio
Uno:
« Crediamo fermamente e confessiamo apertamente che
uno solo è il vero Dio, eterno e immenso, onnipotente, immutabile, incomprensibile
e ineffabile, Padre, Figlio e Spirito Santo: tre Persone, ma una sola
essenza, sostanza, cioè natura assolutamente semplice ». (249)
II. Dio rivela
il suo nome
203 Dio
si è rivelato a Israele, suo popolo, facendogli conoscere il suo nome.
Il nome esprime l'essenza, l'identità della persona e il senso della sua
vita. Dio ha un nome. Non è una forza anonima. Svelare il proprio nome
è farsi conoscere agli altri; in qualche modo è consegnare se stesso rendendosi
accessibile, capace d'essere conosciuto più intimamente e di essere chiamato
personalmente.
204 Dio
si è rivelato al suo popolo progressivamente e sotto diversi nomi; ma
la rivelazione del nome divino fatta a Mosè nella teofania del roveto
ardente, alle soglie dell'Esodo e dell'Alleanza del Sinai, si è mostrata
come la rivelazione fondamentale per l'Antica e la Nuova Alleanza.
Il Dio vivente
205 Dio
chiama Mosè dal mezzo di un roveto che brucia senza consumarsi, e gli
dice: « Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco,
il Dio di Giacobbe » (Es 3,6). Dio è il Dio dei padri, colui che
aveva chiamato e guidato i patriarchi nelle loro peregrinazioni. È il
Dio fedele e compassionevole che si ricorda di loro e delle sue promesse;
egli viene per liberare i loro discendenti dalla schiavitù. Egli è il
Dio che, al di là dello spazio e del tempo, può questo e lo vuole e che,
per questo disegno, metterà in atto la sua onnipotenza.
«Io sono colui che sono»
Mosè disse a Dio: « Ecco, io arrivo dagli Israeliti
e dico loro: "Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi".
Ma mi diranno: "Come si chiama?". E io che cosa risponderò
loro? ». Dio disse a Mosè: « Io sono colui che sono! ». Poi disse: «
Dirai agli Israeliti: "Io-Sono" mi ha mandato a voi. [...]
Questo è il mio nome per sempre: questo è il titolo con cui sarò ricordato
di generazione in generazione » (Es 3,13-15).
206 Rivelando
il suo nome misterioso di YHWH, « Io sono colui che è » oppure « Io sono
colui che sono » o anche « Io sono chi Io sono », Dio dice chi egli è
e con quale nome lo si deve chiamare. Questo nome divino è misterioso
come Dio è mistero. E ad un tempo un nome rivelato e quasi il rifiuto
di un nome; proprio per questo esprime, come meglio non si potrebbe, la
realtà di Dio, infinitamente al di sopra di tutto ciò che possiamo comprendere
o dire: egli è il « Dio nascosto» (Is 45,15), il suo nome è ineffabile,
(250) ed è il Dio che si fa vicino agli uomini.
207 Rivelando
il suo nome, Dio rivela al tempo stesso la sua fedeltà che è da sempre
e per sempre, valida per il passato (« Io sono il Dio dei tuoi padri »,
Es 3,6), come per l'avvenire (« Io sarò con te », Es 3,12).
Dio che rivela il suo nome come « Io Sono » si rivela come il Dio che
è sempre là, presente accanto al suo popolo per salvarlo.
208 Di
fronte alla presenza affascinante e misteriosa di Dio, l'uomo scopre la
propria piccolezza. Davanti al roveto ardente, Mosè si toglie i sandali
e si vela il viso (251) al cospetto della santità divina. Davanti alla
gloria del Dio tre volte santo, Isaia esclama: « Ohimè! Io sono perduto,
perché un uomo dalle labbra impure io sono » (Is 6,5). Davanti
ai segni divini che Gesù compie, Pietro esclama: « Signore, allontanati
da me che sono un peccatore » (Lc 5,8). Ma poiché Dio è santo,
può perdonare all'uomo che davanti a lui si riconosce peccatore: « Non
darò sfogo all'ardore della mia ira, [...] perché sono Dio e non uomo,
sono il Santo in mezzo a te » (Os 11,9). Anche l'apostolo Giovanni
dirà: « Davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso
ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa »
(1 Gv 3,19-20).
209 Il
popolo d'Israele non pronuncia il nome di Dio, per rispetto alla sua santità.
Nella lettura della Sacra Scrittura il nome rivelato è sostituito con
il titolo divino « Signore » (Adonai, in greco “Kyrios”). Con questo
titolo si proclamerà la divinità di Gesù: « Gesù è il Signore ».
«Dio di misericordia e di pietà»
210 Dopo
il peccato di Israele, che si è allontanato da Dio per adorare il vitello
d'oro, (252) Dio ascolta l'intercessione di Mosè ed acconsente a camminare
in mezzo ad un popolo infedele, manifestando in tal modo il suo amore.
(253) A Mosè che chiede di vedere la sua gloria, Dio risponde: « Farò
passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome:
Signore [YHWH], davanti a te » (Es 33,18-19). E il Signore passa
davanti a Mosè e proclama: « Il Signore, il Signore [YHWH, YHWH], Dio
misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà
» (Es 34,6). Mosè allora confessa che il Signore è un Dio che perdona.
(254)
211 Il
nome divino « Io Sono » o « Egli E' » esprime la fedeltà di Dio il quale,
malgrado l'infedeltà degli uomini e il castigo che il loro peccato merita,
« conserva il suo favore per mille generazioni » (Es 34,7). Dio rivela di essere « ricco di misericordia » (Ef
2,4) arrivando a dare il suo Figlio. Gesù, donando la vita per liberarci
dal peccato, rivelerà che anch'egli porta il nome divino: « Quando avrete
innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che "Io Sono"
» (Gv 8,28).
Dio solo è
212 Lungo
i secoli, la fede d'Israele ha potuto sviluppare ed approfondire le ricchezze
contenute nella rivelazione del nome divino. Dio è unico, fuori di lui
non ci sono dei. (255) Egli trascende il mondo e la storia. È lui che
ha fatto il cielo e la terra: « Essi periranno, ma tu rimani, tutti si
logorano come veste [...] ma tu resti lo stesso e i tuoi anni non hanno
fine » (Sal 102,27-28). In lui « non c'è variazione né ombra di
cambiamento » (Gc 1,17). Egli è « colui che è » da sempre e per
sempre, e perciò resta sempre fedele a se stesso ed alle sue promesse.
213 La
rivelazione del nome ineffabile: « Io sono colui che sono » contiene dunque
la verità che Dio solo È. In questo senso già la traduzione dei Settanta
e, sulla sua scia, la Tradizione della Chiesa hanno inteso il nome divino:
Dio è la pienezza dell'Essere e di ogni perfezione, senza origine e senza
fine. Mentre tutte le creature hanno ricevuto da lui tutto ciò che sono
e che hanno, egli solo è il suo stesso essere ed è da se stesso tutto
ciò che è.
III.
Dio, «colui che è», è verità e amore
214 Dio,
« colui che è », si è rivelato a Israele come colui che è « ricco di grazia
e di fedeltà » (Es 34,6). Questi due termini esprimono in modo sintetico le
ricchezze del nome divino. In tutte le sue opere Dio mostra la sua benevolenza,
la sua bontà, la sua grazia, il suo amore; ma anche la sua affidabilità,
la sua costanza, la sua fedeltà, la sua verità. « Rendo grazie al tuo
nome per la tua fedeltà e la tua misericordia » (Sal 138,2). (256)
Egli è la verità, perché « Dio è luce e in lui non ci sono tenebre » (1
Gv 1,5); egli è « amore », come insegna l'apostolo Giovanni (1
Gv 4,8).
Dio è verità
215 «
La verità è principio della tua parola, resta per sempre ogni sentenza
della tua giustizia » (Sal 119,160). « Ora, Signore, tu sei Dio,
e le tue parole sono verità » (2 Sam 7,28); per questo le promesse
di Dio si realizzano sempre. (257) Dio è la stessa verità, le sue parole
non possono ingannare. Proprio per questo ci si può affidare con piena
fiducia alla verità e alla fedeltà della sua parola in ogni cosa. L'origine
del peccato e della caduta dell'uomo fu una menzogna del tentatore, che
indusse a dubitare della parola di Dio, della sua bontà e della sua fedeltà.
216 La
verità di Dio è la sua sapienza che regge tutto l'ordine della creazione
e del governo del mondo. (258) Dio che, da solo, ha creato il cielo e la terra, (259)
può donare, egli solo, la vera conoscenza di ogni cosa creata nella sua
relazione con lui. (260)
217 Dio
è veritiero anche quando rivela se stesso: « un insegnamento fedele »
è « sulla sua bocca » (Ml 2,6). Quando manderà il suo Figlio «
nel mondo », sarà « per rendere testimonianza alla verità» (Gv 18,37):
« Sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l'intelligenza per
conoscere il vero Dio » (1 Gv 5,20). (261)
Dio è amore
218 Israele,
nel corso della sua storia, ha potuto scoprire che uno solo era il motivo
per cui Dio gli si era rivelato e lo aveva scelto fra tutti i popoli perché
gli appartenesse: il suo amore gratuito. (262) Ed Israele, per mezzo dei
profeti, ha compreso che, ancora per amore, Dio non ha mai cessato di
salvarlo (263) e di perdonargli la sua infedeltà e i suoi peccati. (264)
219 L'amore
di Dio per Israele è paragonato all'amore di un padre per il proprio figlio.
(265) È un amore più forte dell'amore di una madre per i suoi bambini.
(266) Dio ama il suo popolo più di quanto uno sposo ami la propria sposa;
(267) questo amore vincerà anche le più gravi infedeltà; (268) arriverà
fino al dono più prezioso: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio
unigenito » (Gv 3,16).
220 L'amore
di Dio è « eterno » (Is 54,8): « Anche se i monti si spostassero
e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto » (Is
54,10). « Ti ho amato di un amore eterno, per questo ti conservo ancora
pietà » (Ger 31,3).
221 Ma
san Giovanni si spingerà oltre affermando: « Dio è amore » (1 Gv 4,8.16):
l'Essere stesso di Dio è amore. Mandando, nella pienezza dei tempi, il
suo Figlio unigenito e lo Spirito d'amore, Dio rivela il suo segreto più
intimo: (269) è lui stesso eterno scambio d'amore: Padre, Figlio e Spirito
Santo, e ci ha destinati ad esserne partecipi.
IV. Conseguenze
della fede in un solo Dio
222 Credere
in Dio, l'Unico, ed amarlo con tutto il proprio essere comporta per tutta
la nostra vita enormi conseguenze:
223 Conoscere
la grandezza e la maestà di Dio:
« Ecco, Dio è così grande, che non lo comprendiamo » (Gb 36,26).
Proprio per questo Dio deve essere « servito per primo ». (270)
224 Vivere
in rendimento di grazie:
se Dio è l'Unico, tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo viene da
lui: « Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? » (1 Cor 4,7).
« Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato? » (Sal 116,12).
225 Conoscere
l'unità e la vera dignità di tutti gli uomini: tutti sono fatti « a immagine e somiglianza di Dio » (Gn 1,26).
226 Usare
rettamente le cose create:
la fede nell'unico Dio ci conduce ad usare tutto ciò che non è lui nella
misura in cui ci avvicina a lui, e a staccarcene nella misura in cui da
lui ci allontana. (271)
« Mio Signore e mio Dio, togli da me quanto mi allontana
da te.
Mio Signore e mio Dio, dammi tutto ciò che mi conduce
a te.
Mio Signore e mio Dio, toglimi a me e dammi tutto
a te ». (272)
227 Fidarsi
di Dio in ogni circostanza,
anche nelle avversità. Una preghiera di santa Teresa di Gesù esprime ciò
mirabilmente:
« Niente ti turbi niente ti spaventi.
Tutto passa Dio non cambia.
La pazienza ottiene tutto.
Chi ha Dio non manca di nulla.
Dio solo basta ». (273)
In sintesi
228 «
Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo...
» (Dt 6,4; Mc 12,29). « L'Essere supremo deve necessariamente essere unico, cioè senza
eguali. [...] Se Dio non
è unico, non è Dio ». 274
229 La
fede in Dio ci conduce a volgerci a lui solo come alla nostra prima origine
e al nostro ultimo fine, e a non anteporre o sostituire nulla a lui.
230 Dio,
mentre si rivela, rimane un mistero ineffabile: « Se lo comprendessi, non sarebbe Dio ». 275
231 Il
Dio della nostra fede si è rivelato come colui che è; si è fatto conoscere
come « ricco di grazia
e di misericordia » (Es 34,6). Il suo Essere stesso è verità e amore.
(244) Catechismo Romano, 1, 2, 6: ed. P. Rodríguez
(Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 23.
(245) Catechismo Romano, 1, 2, 8: ed. P. Rodríguez
(Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 26.
(246) Cf Fil 2,10-11.
(247) Cf Mc 12,29-30.
(248) Cf Mc 12,35-37.
(249) Concilio Lateranense IV, Cap. 1, De
fide catholica: DS 800.
(250) Cf Gdc 13,18.
(251) Cf Es 3,5-6.
(252) Cf Es 32.
(253) Cf Es 33,12-17.
(254) Cf Es 34,9.
(255) Cf Is 44,6.
(256) Cf Sal 85,11.
(257) Cf Dt 7,9.
(258) Cf Sap 13,1-9.
(259) Cf Sal 115,15.
(260) Cf Sap 7,17-21.
(261) Cf Gv 17,3.
(262) Cf Dt 4,37; 7,8; 10,15.
(263) Cf Is 43,1-7.
(264) Cf Os 2.
(265) Cf Os 11,1.
(266) Cf Is 49,14-15.
(267) Cf Is 62,4-5.
(268) Cf Ez 16; Os 11.
(269) Cf 1 Cor 2,7-16; Ef 3,9-12.
(270) Santa Giovanna d'Arco, Dictum: Procès
de condamnation, ed. P. Tisset-Y. Lanhers, v. 1 (Paris 1960) p. 280 et 288.
(271) Cf Mt 5,29-30; 16,24; 19,23-24.
(272) San Nicolao di Flüe, Bruder-Klausen-Gebet,
in R. Amschwand, Bruder Klaus. Ergänzungsband zum Quellenwerk von R. Durrer (Sarnen 1987) p. 215.
(273) Santa Teresa di Gesù, Poesía, 9: Biblioteca
Mística Carmelitana, v. 6 (Burgos 1919) p. 90.
(274) Tertulliano, Adversus Marcionem,
1, 3, 5: CCL 1, 444 (PL 2, 274).
(275) Sant'Agostino, Sermo, 52, 6, 16: ed.
P. Verbraken: Revue Bénédictine 74 (1964) 27 (PL 38, 360).
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