La
CARITAS e i GIOVANI
Le testimonianze
'Torna
al sommario delle testimonianze
CANTIERE DI SOLIDARIETA’: BULGARIA – RAKOVSKY
Meno di due ore d’aereo, un volo mozzafiato che rapidamente ha valicato non solo i confini geografici tra paese e paese, ma anche quello che, dentro di me, mi poneva ogni giorno di fronte ai miei limiti. Limiti e debolezze che sentivo sempre più ingombranti con l’avvicinarsi del 18 Agosto, data della partenza.
Mi ero fatta un bell’esame di coscienza, mi ero rivista tra le domeniche pomeriggio in oratorio con i ragazzi ed i miei disparati interessi, riscoprendo quelli che potevano essere i miei punti di forza e le mancanze. Ma il problema era: cosa mi avrebbero chiesto? Che cosa avrei dovuto fare e a che cosa sarei servita? Se fino alla frontiera italiana, avevo un’idea abbastanza chiara di me, inserita nelle relazioni con le persone, gli ambienti e le attività, oltre quella, tutto si conformava ad un gigantesco punto di domanda.
All’aeroporto ci siamo trovati in nove, tra ragazzi e ragazze, che quest’estate abbiamo fatto la scelta di aderire ai campi di lavoro, provenienti ognuno da Parrocchie diverse attorno a Milano. Li avevo visti solo due volte durante le giornate di formazione e con loro avrei dovuto collaborare ad un progetto di solidarietà, presso la Parrocchia S. Michele Arcangelo di Rakovsky.
Siamo arrivati nel tardo pomeriggio a Sofia, dove ci attendevano don Yovko, Luca (uno dei due coordinatori) e l’autista del pulmino che ci avrebbe condotto alla casa parrocchiale, il nostro alloggio, a circa duecento chilometri a Sud-Est della capitale. In queste due orette di viaggio, abbiamo cominciato a scorgere i primi aspetti di quella terra verdissima che dalla catena dei Balcani si distendeva in infinite campagne. Ma altrettanto desolata, disabitata e forse dimenticata. Nel frattempo, però, la tensione tra noi si era sciolta lasciando il posto all’emozione e alla voglia di scoprire e conoscere ogni cosa.
Eravamo finalmente in Bulgaria e cominciava la nostra meravigliosa esperienza che ci ha obbligato fin da subito a liberarci da vincoli e preconcetti, per poter essere liberi tra noi ed “aperti” all’incontro con le persone che avremmo conosciuto.
I primi bulgari che abbiamo incontrato erano i ragazzi della parrocchia, un gruppo affiatato di una decina di adolescenti, coi quali abbiamo collaborato per tutti i quindici giorni. Con loro abbiamo organizzato il “Grest” nel campo della loro scuola per i ragazzi, siamo andati per le case ad incontrare gli anziani, abbiamo conosciuto i bambini dell’orfanotrofio, ci siamo confrontati nelle nostre esperienze, abbiamo avviato la costruzione di un ambiente, annesso alla Parrocchia, per dare vita ad un oratorio…Tante piccole cose solo accennate ma che facevano parte di un progetto: quello di conoscere la comunità e capire come meglio avremmo potuto interagire per fare qualcosa di bello insieme, anche oltre alla nostra permanenza. In effetti, rispetto ad altri campi, era la prima volta che la Caritas arrivava in questo paese con un gruppo sconosciuto di giovani e non sapevamo neppure come avrebbero reagito. Quello che abbiamo trovato in questi ragazzi, sono state tanta ospitalità, disponibilità e voglia di fare che nessuno si aspettava. Il problema grosso, come ci diceva il prete, è che la gente è inserita in un meccanismo di “appiattimento sociale e culturale” generato da motivi storici che risalgono alle continue dominazioni, per giungere ad aspetti più recenti legati al sistema politico, il quale ha definitivamente piegato la popolazione ad uno stato di povertà. Una povertà non solo materiale, ma soprattutto interiore che lascia le persone sole, prive di stimoli e di obbiettivi e che non da loro possibilità di emergere o di valorizzarsi; rimangono così confinati ad una condizione di sempre maggiore allontanamento, a tutti i livelli, rispetto alle altre potenze europee.
Ognuno bada a sé stesso: dagli anziani, che vivono in condizioni precarie, trascurati e senza i medicinali basilari, ai bambini che organizzano le loro giornate in modo indipendente, scegliendo la discoteca piuttosto che il pub e rischiando ogni momento di venire coinvolti nei giri della prostituzione e dello sfruttamento minorile.
Abbiamo incontrato anche il sindaco ed un gruppo di giovani neo-laureati che con il suo appoggio hanno cercato di dare vita ad un’associazione utile alla comunità, con l’intento di ottenere un riconoscimento nazionale in termini non solo economici ma anche di sostegno e fiducia. Anche questo tentativo sembra stia fallendo perché nessuno crede più a nessuno e l’unica via di uscita per le nuove generazioni, pare essere la fuga in un altro paese.
Con queste premesse, abbiamo iniziato ad organizzare le varie attività e ci siamo riscoperti tutti, noi e loro, con una nuova voglia di esserci. Noi, dal canto nostro, che temevamo di non essere in grado siamo stati invece sostenuti in ogni iniziativa e loro, che credevano nella mancata risposta da parte dei loro compagni, hanno visto uscire dalle case nuovi amici, per ritrovarsi semplicemente a giocare insieme il pomeriggio.
Nulla di speciale, solo la gioia di aver formato un gruppo che seppur nella diversità di cultura, età, lingua, aveva la curiosità di sapere chi eravamo e perché eravamo lì. Per alcuni rappresentavamo solo la novità del momento ma forse, per altri, potevamo essere di stimolo per costruire una comunità forte attorno alla Chiesa, guidati dalla personalità straordinaria di don Yovko, al fine di vivere in un modo nuovo e gioioso l’esperienza di Gesù.
Abbiamo passato dei momenti molto intensi che sono serviti anche a noi volontari per rimettere ordine nelle nostre coscienze e per restituire la priorità ad alcuni valori quali la solidarietà concreta, l’aiuto disinteressato e l’amicizia appassionata; ci siamo spogliati dei nostri stupidi preconcetti e delle convinzioni generati in una società dove i problemi, viceversa, nascono spesso dagli eccessi. Abbiamo incrociato sguardi capaci di colmare i silenzi dovuti all’incomprensione linguistica; abbiamo vissuto al 100% tutti i sentimenti di cui disponevamo e ci siamo sentiti stupidi per tutte le paure che abbiamo avuto prima di partire e che ci stavano impedendo di poter vivere un’esperienza così completa.
Lancio il mio
invito a tutti coloro che per una volta gli è balenata l’idea
di collaborare ad un Cantiere della Solidarietà: credo
che se noi avessimo anche un solo dono ed una sola caratteristica positiva,
loro saprebbero far emergere quella, perché la povertà non chiede
solo aiuti materiali, ma la vicinanza e l’affetto sinceri.
“Buon viaggio a tutti….”
Nora.
Umberto e Sabrina: Kossovo Agosto 2002
Come possiamo descrivere e spiegare com’è stata la nostra esperienza con i “Cantieri della solidarietà” in Kossovo?
Potremmo iniziare con il descrivere il viaggio di andata, lungo e faticoso (48 ore) ma comunque piacevole. Lo stress del viaggio è statp ricompensato quando, con l’ultimo mezzo usato per raggiungere il Kossovo dal Montenegro, un Transiti e un Cherokee, abbiamo ammirato per circa dieci ore paesaggi stupendi. Montenegro, Serbia Kossovo, sono terre bellissime. Il Kossovo poi, secondo noi, è qualcosa di spettacolare, intorno a noi c’era tutto verde, montagne, prati boschi… Nonostante il territorio kossovaro sia pieno di militari perché è controllato ancora dalla NATO, era difficile credere che fino a poco tempo prima questo paese era in guerra. Questa è stata la nostra prima sensazione…
Nel nostro
gruppo eravamo in 13, dai 22 ai 34 anni. Eravamo alloggiati nella bella
casa del parroco adiacente alla chiesa.
In quei quindici giorni abbiamo fatto principalmente animazione con i bambini.
Ed è stato proprio con loro che abbiamo capito che la guerra c’è
stata davvero, o, se non la guerra, qualcosa che li aveva turbati. Questi
bambini si attaccavano in maniera ossessiva, tutti volevano stare vicino
ad uno di noi. Alcuni invece li abbiamo visti aggressivi, subito pronti
a picchiarsi per qualsiasi sciocchezza, come se esistesse la legge del più
forte.
Alcuni di
loro sono venuti solo una volta a giocare con noi, mentre gli altri giorni
li vedevamo passare con una o due mucche da portare al pascolo. Si fermavano
a guardarci, ci salutavano e andavano via con le mucche più alte
di loro almeno il doppio.
La cosa più difficile da superare è stato il non poter
comunicare. Ci facevano domande, ci dicevano qualcosa ma noi non
capivamo e se il ragazzo che traduceva non era vicino, quelle frasi rimanevano
per noi un mistero.
Anche con i ragazzi e le ragazze del posto che ci aiutavano nell’animazione
avremmo voluto parlare di più delda Gulula loro vita, del loro futuro,
ma c’era sempre l’ostacolo della lingua.
Una bella esperienza è stata la visita alle famiglie disagiate. Ecco, lì abbiamo sentito “l’odore” della guerra appena passata. Abbiamo visitato famiglie composte solo da donne bambini; i mariti morti o scomparsi in guerra. La ferita più grande del Kossovo sono i dispersi a causa della guerra. Moltissimi dispersi.
Nel villaggio dove facevamo animazione al pomeriggio quasi tutti i bambini erano orfani di padre. Ci hanno raccontato che tre anni fa, quando è arrivata la Nato, i Serbi in ritirata, sono passati casa per casa e hanno portato via tutti gli uomini e i ragazzi. Questi bambini avevano un padre e ora non l’hanno più, avevano forse anche un fratello maggiore e ora non c’è più; ma sono fiduciosi, li aspettano e pensano che prima o poi torneranno.
Non è
facile descrivere in poche righe cosa, questo campo di lavoro, ci ha insegnato
umanamente, e non è molto bello sapere che gli amici Kossovari che
abbiamo lasciato là, non hanno molto da fare per riempire le loro
giornate, essendo senza posto di lavoro e con un ricordo della guerra ancora
molto vivo.
Per noi è un’esperienza da ripetere, utile, molto appagante
e che ha riempito il nostro cuore! La consigliamo a tutti i ragazzi che
vogliono fare qualcosa per se stessi e per gli altri.
Ringraziamo Dio per averci dato la forza di affrontare quest’esperienza con semplicità e carità.
Don Kennet: Un SMS da Gulu (Uganda)
Ciao carissimi,
difficile descrivere la brutalità della guerra a Gulu.
Mi sento sconfitto, porto dentro di me un dolore immenso. Pregate per noi.
Ci mancate.
Ciao, don Kennet
![]() |
![]() |
||
![]() |
|||
![]() |
|||
![]() |
|||