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Terza scheda
IN ASCOLTO CON.../COLLABORARE

Il punto di partenza

Per poter realmente ascoltare e accompagnare è necessario conoscere il territorio, lavorare con tutti coloro che sono coinvolti, anche per riuscire a far sorgere risposte nuove e sempre più adeguate ai bisogni delle persone. L'ascolto del territorio è centrale per una comunità che vuole riscoprire il suo essere pienamente soggetto di testimonianza della carità.
Il documento della Caritas Italiana "Da questo vi riconosceranno…" parlando della Caritas parrocchiale, tracciando quelli che possono essere definiti i criteri che devono fondare l'azione, tra questi enuncia quello di aiutare la comunità parrocchiale a comprendersi quale soggetto di cittadinanza territoriale che si confronta in rete con i diversi soggetti della società civile intorno alla costruzione, ciascuno per la propria parte di responsabilità e competenze, di risposte alle istanze comunitarie. I cristiani diventano così costruttori sociali di legami forti, di patti tra i cittadini, ricollocando al centro i più deboli, superando pietismi e assistenzialismi e puntando decisamente al protagonismo responsabile (n.24).

Andiamo alla sorgente

Dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi (12, 4-11): Diversità e unità dei carismi.

L'elenco riportato da Paolo non è un elenco completo, vuole solo indicare che la fantasia di Dio nel concedere doni è inesauribile. Non si può comunque dimenticare che il criterio che li definisce è quello dell'utilità comune. Sono doni speciali concessi a ciascuno in maniera diversa, non di per sé necessari per la santificazione personale ma utili per la vita di tutti. Perdono il loro scopo se li si valuta non considerando questa funzione di edificazione reciproca. Essi servono ad arricchire e a sostenere la comunità intera. Lo Spirito è sempre e solo lo Spirito di Cristo: quindi non può che condurre alla confessione di Gesù come il Signore e non può dare la vita nuova al cristiano se non incorporandolo alla vita di Cristo. Quindi anche tutti i suoi doni, anche i più piccoli, sono ordinati alla edificazione del corpo di Cristo.
Si potrebbe dire che ogni cristiano può ritenere di aver messo a frutto i doni dello Spirito solo se avrà saputo coniugare correttamente tre parole: diversità, totalità e unità. Bisogna quindi anche saper ringraziare per i diversi doni che ciascuno possiede e che devono quindi servire al bene comune.

Per riflettere

La continua e rapida evoluzione del contesto sociale chiede sempre nuove competenze e conoscenze in risposta alle situazioni, in una logica di interazione con il territorio. Bisogna quindi attivarsi al fine di saper promuovere dialogo, conoscenza reciproca per arrivare a tessere una rete di solidarietà autentica. Ciò richiede di imparare a "leggere" il territorio, pur nella consapevolezza della complessità.

Bisogna quindi adoperarsi per crescere in questo metodo di lavoro che è necessario per:

Lavorare in rete vuol dire:

Altre importanti funzioni sono:

Lavorare in termini di rete vorrà anche dire vigilare affinché l'ente pubblico faccia ciò che è giusto ed è chiamato a fare: se necessario bisognerà sollecitare, stimolare, non permettere inadempienze e ingiustizie, nel superamento del concetto di delega che affida ai volontari l'intervento sulle povertà sociali.
Porsi quindi come obiettivo l'ascolto significa guardare alla persona nella sua globalità e affrontare le situazioni in modo realistico. Accompagnare la persona significa aiutarla a riscoprire le proprie potenzialità e le risorse presenti nella comunità, ecclesiale e civile.

Per approfondire

Proponiamo alcuni passaggi dell'intervento del Prof. Carlo Mario Mozzanica Caritas e scenario socio-istituzionale: quali rapporti.

…Ci possono essere diversi modelli di presenza sul territorio. Ci può essere una presenza di appiattimento sulle istituzioni, di omologazione compiuta su quello che si fa, oppure di concorrenza e di sovrapposizone o ancora di delega o di distanza. Altre forme di rapporto con l'ente pubblico possono essere l'indifferenza (tutte le espressioni comunali, di destra o di sinistra che siano, vanno bene) o la neutralità. (…).

Ancora si può verificare una separazione antagonista o una prossimità accomodante, che non tiene conto delle profonde esigenze anche critiche della prossimità. Oppure ci può essere una partecipazione critica alle istituzioni o un'alterità che ama: è bello pensare alle Caritas in questo modo. Una forma dunque che segna competenza, responsabilità animazione, dedizione e condivisione. Potremmo dire una Caritas sul territorio in rapporto alle istituzioni come una sorta di coscienza anticipante di tipo un po' profetico, che non si assenta mai, che non si siede mai (…).

Va rilevato che anche laddove lo stato sociale si è altamente perfezionato, riuscendo a rispondere a tutti i bisogni, va in crisi: il motivo è che si può rispondere ai bisogni ma non al desiderio (…). Lo stato sociale non può fare questo e forse non deve neppure farlo: questo appartiene al vivere civile (…) Anche la Caritas deve tutelare i beni relazionali: bisogna avere cura per la dimensione del desiderio.

- Il bisogno esige appagamento,
il desiderio esige riconoscimento;
-
Il bisogno esplicita una pretesa,
il desiderio esplicita un'attesa;
- Il bisogno si traduce in una prestazione,
il desiderio esplicita una relazione;
- I bisogni attengono ai livelli essenziali (ed uniformi),
i desideri riguardano i livelli esistenziali (ed irripetibili);
- Il bisogno trova garanzia nella giustizia,
il desiderio trova espressione nella carità;
- Il bisogno evoca la qualità della vita,
il desiderio evoca la vita di qualità.

…L'essere presenti vuole anche dire l'attenzione alla promozione e alla denuncia: coscienza anticipatrice, comunità alternativa che ama. Ci possiamo allora domandare: ci sono delle attitudini, degli itinerari che una Caritas può perseguire in ordine alle strategie di rapporto con l'ente pubblico, con le istituzioni civili? Oltre a sottolineare che è importante conoscere anche concretamente le leggi, avrei individuato dei percorsi di questa comunità che si prende cura (Caritas che propizia forme della "Community care"):

1. Dobbiamo ricordarci sempre che dobbiamo promuovere delle identità: non c'è nessuno che sia irrecuperabile. Ci sono sempre delle risorse che possono essere messe in gioco;
2. dobbiamo tornare a pensare alla famiglia come primo territorio e non soltanto pensare allo sfascio della famiglia, quando succede qualcosa;
3. Bisogna tornare a riflettere su cosa vuol dire educare;
4. Saper testimoniare la reciprocità della e nella comunicazione;
5. Vedere come poter essere delle presenze significative;
6. Avere il coraggio di lavorare sulla prevenzione;
7. Avere il coraggio di rischiare un po' il futuro; dobbiamo collaborare con le figure che incontriamo, con le realtà che di fatto sono la nostra chiesa, senza sperare di incontrare preti o laici diversi da quelli con cui concretamente abbiamo a che fare;
8. Dobbiamo ricordarci di guardare ai percorsi esistenziali delle persone e non solo ai percorsi assistenziali;
9. Aiutare a fare spazio nella nostra comunità agli ultimi, senza pietismi ma senza pensare che soltanto il compimento dei diritti garantisca la felicità. Questo non è vero. Se non sappiamo accogliere i diversi è perché abbiamo indebolito qualitativamente quell'originaria capacità di accogliere la differenza che è il rapporto uomo - donna. Non dobbiamo avere paura delle differenze.

Alle Caritas si chiede allora il coraggio di essere coscienza anticipatrice anche un po' alternativa, che fraternamente collabora con le istituzioni civili: noi siamo cittadini di questa repubblica e siamo cristiani.


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