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Don Pierantonio Tremolada
"L'attenzione ai poveri come momento essenziale della vita spirituale"

Vorrebbe essere questa una semplice riflessione di carattere biblico, condotta a partire da alcuni testi della Scrittura.
Tre premesse si impongono. La prima: mi preme precisare che il tema da affrontare è quello dell'attenzione ai poveri e non quello della povertà. Dobbiamo collocarci nell'ottica specifica di coloro che guardano i poveri per capire che cosa è giusto fare per loro in nome di Cristo. La domanda guida di questa meditazione, domanda che rinvia al suo stesso titolo, può suonare così: come si colloca l'attenzione ai poveri entro una spiritualità veramente cristiana? Che peso e che forma assume l'attenzione ai poveri all'interno di un'autentica vita secondo lo Spirito?

Seconda premessa: quanto verrà qui proposto non intende avere e non avrà la forma di una relazione sistematica. Si tratta di qualche semplice spunto a partire da un ascolto un poco attento dei Vangeli.

Terza premessa: credo sia utile lasciarsi provocare in apertura da una considerazione. Pensando ai poveri e all'attenzione ai poveri ci si potrebbe chiedere, un po' paradossalmente: Perché mai dobbiamo combattere la povertà se i poveri del Vangelo sono proclamati beati? L'attenzione ai poveri va semplicemente identificata con l'intervento a favore dei poveri, cioè con l'impegno a far si che essi non siano più tali? In questa maniera non andremmo a eliminare la ragione della loro beatitudine, dal momento che Gesù dichiara espressamente: Beati voi poveri! (Lc 6,20)? Davvero la povertà è soltanto un male da estirpare? Non è forse, in prospettiva evangelica, anche una condizione da desiderare? E come comporre allora questa apparente contraddizione? Una simile domanda, come detto piuttosto provocatoria, ci può aiutare a impostare la nostra riflessione, alla ricerca di una risposta che trovi nella Parola di Dio il suo punto di riferimento.

Sul tema che ci interessa, mi è parso possibile raccogliere cinque suggerimenti o inviti emergenti da altrettanti passi dei Vangeli. Vorrei trasformarli nei cinque punti di questa meditazione. Tenterò poi di riprenderli sinteticamente sotto forma di conclusione.

Un primo invito può essere rinvenuto nel testo di Lc 18,16: Lasciate che i bambini vengano a me. Sappiamo che i bambini nella società di quel tempo non avevano personalità sociale riconosciuta, ma dipendevano in tutto dai soggetti adulti. Proprio per questo motivo, essi ci appaiono rappresentativi di tutti coloro che non possono contare sulle proprie forze per difendere la propria dignità e conferire alla propria esistenza l'onore che le si addice. Vanno perciò annoverati senza dubbio tra quelli che possiamo considerare i poveri. Sappiamo, d'altra parte, che nella Bibbia tre soggetti incarnano esemplarmente la povertà: gli orfani, le vedove e gli stranieri. In effetti, l'atteggiamento qui assunto da Gesù nei confronti dei bambini, in contrasto con quello dei discepoli, può essere ben affiancato a quello da lui assunto nei confronti delle vedove. Due brani evangelici meritano di essere ricordati: Lc 7,11-17 (l'episodio della risurrezione del figlio della vedova di Nain) e Lc 21,1-4 (la vedova che depone nel tesoro del tempio una piccola moneta). Mi colpisce il fatto che Gesù guardi a queste donne facendone emergere la dignità e lo faccia rimarcandone in entrambi i casi i sentimenti: nel primo caso si tratta del dolore per la perdita dell'unico figlio; nel secondo, della fede con cui si offre a Dio tutto ciò che si possiede.
Penso che questo modo di comportarsi vada necessariamente interpretato come un invito a non dare mai una definizione puramente sociale dei poveri. Queste vedove, come pure i bambini di cui si è parlato sopra, non sono prima di tutto soggetti in condizioni critiche; sono, al contrario, anzitutto persone che possiedono una propria dignità. Lo stesso vale per gli stranieri. Basti ricordare l'episodio di Luca 17,11-19: dei dieci lebbrosi guariti da Gesù uno solo torna a ringraziare. Era un samaritano. Indipendentemente dalla sua etnia, egli viene lodato per il suo senso di riconoscenza e per la sua fede. In Lc 10,29-37, la figura esemplare proposta dalla parabola è quella del buon samaritano. Non è questo un elogio dello straniero? Di nuovo Gesù guarda a queste persone da un punto di vista profondo, raggiunge il cuore della soggettività umana e lo fa a partire dalla condizione di indigenza, di debolezza e di bisogno. Siamo pienamente in linea con le indicazioni di Es 22,20-23 (Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto. Non maltratterai la vedova o l'orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l'aiuto, io ascolterò il suo grido, la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani) e quindi con lo spirito più autentico della legge antica.

Mi sembra, dunque, che in questo Lasciate che i bambini vengano a me, riletto alla luce dei passi sopra ricordati, si possa riconoscere un primo invito che il Vangelo fa a coloro che si accostano ai poveri. Lo espliciterei così: Rendete onore alla dignità dei poveri e non considerateli semplicemente un caso sociale. Forse sbaglio, ma a me pare che i Vangeli ci offrono appunto questa testimonianza a riguardo di Gesù: il suo modo di accostarsi ai poveri non è diverso dal suo modo di accostarsi ai malati, ai peccatori, ai farisei e agli stessi ricchi. A Gesù preme la persona come tale. Le condizioni in cui essa si trova conferiscono al suo atteggiamento un taglio particolare, ma c'è qualcosa di assolutamente constante che si pone alla base di ogni suo incontro con l'altro ed è il tributo d'onore reso alla persona, quel tributo che rimanda al mistero profondo di ciascuno. Ripeto: i poveri non sembrano affatto per Gesù una categoria sociale problematica, sono semplicemente persone che si trovano in una condizione di bisogno e quindi di debolezza. In quanto tali essi domandano che si assuma nei loro confronti un atteggiamento adeguato, di aiuto e di condivisione. Ma lo stesso vale per i peccatori, che domandano un atteggiamento di misericordia e di perdono; e così per i malati e per gli stessi ricchi. Al di là della condizione specifica, conta raggiungere l'uomo nella sua più profonda identità personale. Del resto, l'esperienza ci insegna che i poveri non si sentono poveri e non vogliono essere trattati da poveri; essi hanno un nome come noi lo abbiamo. Ecco, potremmo forse dire così: la cosa che i poveri più desiderano è essere chiamati per nome mentre si offre loro l'aiuto di cui hanno bisogno.

Un secondo invito circa l'attenzione ai poveri ci viene dal testo di Matteo 25,40: Quando avete fatto queste cose al più piccolo di questi miei fratelli o a uno di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. In queste parole cogliamo l'appello a riconoscere il mistero nascosto nei poveri.
In un certo senso, questo secondo invito approfondisce il primo: la dignità della persona si precisa per noi in una prospettiva religiosa, ancora di più in una prospettiva cristologica o cristiana. Le parole l'avete fatto a me vanno intese in senso forte. Non si deve interpretare: E' come se l'aveste fatto a me. Davvero quello che si fa ai poveri lo si fa a Cristo. Si annuncia qui una misteriosa identificazione tra il Cristo vivente, il Cristo risorto, il giudice finale e quelle persone che avevano fame, sete, che erano nude, malate e in carcere.
Come rendere dunque ragione di questa identificazione? Intanto prendiamo atto della bella espressione al più piccolo di questi miei fratelli. Tutti questi uomini bisognosi sono dunque fratelli di Gesù. Occorre però ricordare, quasi facendo un passo indietro, che in realtà tutti gli uomini sono fratelli di Gesù. Nel contesto del Vangelo di Matteo, la frase di Gesù l'avete fato a me trae luce dal passo di Matteo 28,10. Quando il risorto appare alle donne, poco lontano dal sepolcro, (Matteo è l'unico a raccontare questo episodio) ripete e conferma le parole che l'angelo ha appena rivolto loro (cf Mt 28,5-7), con questa differenza: mentre l'angelo del Signore aveva detto loro Andate, dite ai suoi discepoli che li precede in Galilea, il Risorto dice alle donne Andate, dite ai miei fratelli…. Non si usa più il termine discepoli, bensì il termine fratelli. Con la risurrezione di Gesù i discepoli sono diventati fratelli del Signore, condividono la sua esistenza di Figlio amato dal Padre. Questo è il grande mistero che la rivelazione cristiana consegna ai credenti.
E' un pensiero questo che viene poi ripreso e molto sviluppato nella teologia di S. Paolo: in Rm 8,29 il Risorto viene definito primogenito tra molti fratelli, mentre in Ef 1,4-6 si dichiara: In lui Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati nell'amore, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia che ci ha dato nel suo Figlio diletto, nel quale abbiamo la redenzione, mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia. La prospettiva della creazione si unifica qui con la prospettiva della redenzione e l'uomo creato in Cristo risulta destinato ad essere in lui figlio di Dio, fratello del Signore Gesù.

Penso sia importante insistere su tutto questo, perché ci permette di cogliere la dimensione cristiana dell'attenzione ai poveri. V'è un modo di guardare ai poveri che è ancora più importante di ciò che facciamo per loro. Si tratta del riconoscimento di una dignità che rimanda al senso stesso della loro esistenza, senso che, in ultima analisi, non è differente da quello dell'esistenza di ciascuno di noi. Tutti veniamo al mondo per essere fratelli del Signore e in lui figli del Padre. Tutti siamo destinati a fare l'esperienza costante dello Spirito, che ci conduce a pronunciare il nome di Abba! (Rm 8,15) con la confidenza e l'intimità dei figli.
Se così è, l'amore per i poveri trova nella conoscenza di Cristo e quindi nel mistero della sua resurrezione il suo ultimo fondamento. Come a dire che lo sguardo capace di raggiungere i poveri nella dimensione più profonda del loro essere è uno sguardo contemplativo, che sorge dal mistero di Dio rivelato dallo Spirito e conosciuto nella fede. Esiste dunque una necessaria e fondamentale dimensione spirituale dell'attenzione ai poveri che la qualifica come autenticamente e specificatamente cristiana.

Un terzo invito proviene da Marco 14,7: I poveri li avete sempre con voi. A me pare si possa riconoscere in queste parole l'esortazione ad affrontare l'interpellanza che viene dall'esistenza permanente dei poveri nella storia: perché i poveri ci saranno sempre? Perché non c'è stato un momento nella storia in cui non sono esistiti dei poveri? E ci sarà un momento in cui la povertà non esisterà più? Stando a questa parola si dovrebbe rispondere: questo momento non è quello della nostra storia. I poveri li abbiamo e li avremo sempre con noi. Credo che alla domanda : Perché i poveri ci sono e ci saranno sempre? si debba rispondere : Perché purtroppo ci sarà sempre l'ingiustizia. I poveri sono la memoria costante della serietà del peccato che regna nel mondo, di quell'egoismo che alimenta i desideri del cuore umano, che curva l'uomo su se stesso, lo rende sordo e cieco, che lo seduce, lo inganna e genera in lui innumerevoli forme di paura.
La stessa Bibbia conferma questo: leggiamo l'Antico Testamento e il Nuovo Testamento e sempre troviamo i poveri. Essi sono l'evidenza storica di un mysterium iniquitatis (2 Tes 2,7) che certo è stato vinto dall'Agnello di Dio ma che è ancora potentemente attivo in questa fase penultima della nostra realtà di uomini, in attesa che torni il Signore. Quando il Signore tornerà, allora questo mistero di malvagità sarà sconfitto definitivamente e quindi non esisterà più nemmeno la povertà, come non esisteranno più le lacrime (Ap 21,3-4). Noi siamo però nel tempo del già e non ancora: il già della redenzione, il non ancora della trasformazione definitiva. Per questo la povertà rimane e la condizione dei poveri è perdurante.

Da qui l'umiltà di affrontare la condizione dei poveri senza pretendere di risolvere il problema della povertà. A noi è chiesto di entrare nelle situazioni di bisogno con tutta l'energia di mente e di cuore che abbiamo a disposizione, sapendo però che l'enigma della povertà va a sovrapporsi al mistero dell'iniquità e che tutto questo rimanda a qualcosa che è immensamente più grande di noi. Solo il Padre che sta nei cieli, il Cristo risorto e lo Spirito di verità tengono le fila della trama complessa della storia. Pensiamo alla complessità di tante situazioni di povertà anche a soltanto a livello di paese o di quartiere. Per non parlare delle città e degli stati. La problematicità di tutto questo ci lascia disorientati e smarriti. Ci prende un senso di impotenza che fa cadere le braccia e spegne ogni generoso slancio di generosità. Non bisogna cadere davanti a questa tentazione. I poveri li avete sempre con voi ci ripete il Cristo. E questo significa: A voi non è chiesto di sciogliere l'enigma della povertà nel mondo, ma di affrontare il destino dei poveri che Dio mette sulla vostra strada. Ciascuno si faccia dunque carico della condizione di questi poveri con dedizione e generosità, con tutte le energie a sua disposizione e facendo fronte onestamente alle proprie responsabilità.
In qualsiasi posizione ci si trovi, l'essenziale è decidere di affrontare con umiltà e determinazione le situazioni di povertà che Dio mette davanti ai nostri occhi.

Un'altra cosa mi sembra importante sottolineare: il libro degli Atti parla di una comunità cristiana, quella di Gerusalemme, nella quale non esistevano né i poveri, né i bisognosi. Questo mi pare molto significativo. Se da un lato rimane vero che i poveri li avremo sempre tra noi, dall'altro è pur vero che nella comunità cristiana i poveri possono scomparire. Mentre ci facciamo carico umilmente della condizione di tutti i poveri, ci viene chiesto come comunità cristiana di operare affinché tra i nostri fratelli credenti nessuno sia bisognoso. Offriremo così alla società un segno tangibile di quella realtà rinnovata che noi attendiamo per gli ultimi tempi, quando il Signore tornerà. Ciò che avviene nelle nostre piccole comunità cristiane può essere anticipazione profetica di ciò che un giorno avverrà per tutta l'umanità.

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